L’incolore Tazaki

Quando di Haruki sai quasi tutto pensi che nulla possa più sorprenderti.
Poi, però, sei anche consapevole che se è vero che del suo narrare conosci ogni cosa, ciò che riuscirà a stupirti ancora una volta è la capacità di essere straordinario nella sua normalità.
In questo, Haruki, non delude mai.

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Rossa è la scia **

Clelia è in cucina. Seduta su uno sgabello osserva la fissità della canicola oltre il vetro della finestra, i colori accesi, l’aria che non si muove, col caldo che fa. C’è troppo silenzio in casa, Clelia non avverte presenze, non un rimbombo, non un fruscio.  Eppure Clelia sa di non essere sola, è certa che Dante sia andato a chiudersi in bagno. Clelia sa che Dante ha bisogno di ritagliarsi momenti solo suoi, che quando è al limite della sopportazione deve trovare rifugio in un ambiente chiuso, lontano da lei. Clelia sa che c’è qualcosa che non funziona più fra di loro, qualcosa di irrimediabile. Clelia sa tutto, impossibile nascondere ciò che è visibile agli occhi. Continua a leggere

Il respiro nel diaframma*

Dante si è chiuso in bagno.
Non sopporta più la risata sguaiata di sua moglie, Clelia.

Dante sta facendo la respirazione addominale perché ha bisogno di calmarsi; sa perfettamente come si pratica, era lui che controllava il ritmo di quella di Clelia al corso preparto, tanti anni fa. Talmente tanti da non riuscire a metterli a fuoco. Dante non ricorda, ad esempio, com’era fatta la stanza in cui si teneva il corso per gestanti, non gli vengono in mente i corpi delle persone intorno, né il viso dell’ostetrica. L’unica cosa che Dante riesce a ricordare è la voce assordante di Clelia che al termine di ogni sessione di respiro si librava in una risata stridula.

Dante si siede sul water e fissa le piastrelle lucide del pavimento. In questo istante realizza che ogni momento della sua vita con Celia è stato scandito da una risata inutile, insulsa, fastidiosa. In questo istante Dante si chiede come abbia potuto sopportarla così a lungo, quale forza impenetrabile gli abbia impedito di soffocarla. Continua a leggere

Le fronde mosse dal vento di maestrale

Mi sveglio poco prima che sorga il sole e trascorro intere giornate a guardare gli arbusti, gli alberi, le fronde mosse dal vento di maestrale. Osservo le tinte decise, le sterpaglie, la polvere che si alza dagli sterrati, la nebbiolina di salmastro che impregna l’aria nei giorni di tempesta. Su queste dolci pendici i colori sono caldi e maturi, i campi incolti hanno le sfumature del miele, le piante e i roveti sono zucchero caramellato. Continua a leggere

Eppure cadiamo felici

neach-gaoil (gaelico)
la persona che vive dentro il tuo cuore

C’è un’età, non più adolescenziale e non ancora adulta, in cui non si hanno certezze su come approcciarsi alla vita. È l’età in cui le relazioni interpersonali sono scandagliate a fondo dagli animi sensibili, quella in cui si scopre che innamorarsi è energia travolgente, che disilludersi è dolore insopportabile, che ritrovare un proprio equilibrio è forza assoluta.

Enrico Galiano racconta questa età con occhi di ragazza, attraverso il significato di parole uniche e intraducibili, usando l’etimologia e la filosofia come binari certi di un percorso di crescita. Eppure cadiamo felici non è solo un bel titolo, è anche un bel romanzo.

yuugen (giapponese)
consapevolezza dell’universo che risveglia un sentimento troppo vasto, indica una indecifrabile profondità e la bellezza nascosta, il fascino delle cose in penombra che non si riescono a comprendere perfettamente

Dev’esserci un motivo se ultimamente mi avvicino a libri che mai avrei sospettato di voler leggere. Credo sia per via di una certa nostalgia, quella, sottesa, dell’età dell’inconsapevolezza. Guardo il mare di Sa Mesa Longa e mi viene quasi voglia di riavvolgere la pellicola, fare un balzo indietro, di trent’anni almeno.

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Re: Invio manoscritto

Gentilissimi,
vi ringrazio per l’attenzione che avete dedicato al mio manoscritto e per le domande che mi rivolgete alle quali volentieri rispondo. Confermo che il manoscritto che vi ho inviato è un inedito, che non è stato pubblicato in alcuna forma e non si riferisce a persone né a fatti realmente accaduti.

Volete sapere perché scrivo. L’esigenza di scrivere nasce da quando ho imparato a scrivere, fa parte di me, da sempre. L’ispirazione è un fenomeno strano, spesso mi coglie di notte, mi sveglio con la mente invasa da parole e frasi fra loro slegate che lascio sedimentare per poi costruirci attorno le mie storie sulle quali lavoro con la fantasia. Amo la lingua italiana, mi piace cesellare i periodi, l’etimologia dei vocaboli è per me fonte di stimoli inesauribile. Con il mio ultimo lavoro ho voluto provare ad evolvere il mio tipo di scrittura. Avevo già pubblicato in precedenza un romanzo ad incastro in cui storie parallele finiscono per incontrarsi. A quel tipo di registro narrativo ho voluto aggiungere la difficoltà di costruire due binari stilistici diversi all’interno dello stesso romanzo: uno moderno, colloquiale, libero; l’altro più classico, sul modello dei rapporti epistolari d’un tempo. Ne è uscito il manoscritto che avete letto.
Come avrete capito, mi piace immaginare storie che raccontano percorsi di vita difficili, di speranze apparentemente perdute e di forze ritrovate.
Non sono libri volubili, i miei.

Nei primi trent’anni della mia vita ho scritto solo ed esclusivamente per me, poi ho iniziato a desiderare di scrivere anche per gli altri ed ho scoperto che non c’è soddisfazione maggiore di sentirsi dire: “mi sono riconosciuto nel tuo personaggio”, “il tuo libro mi ha aiutato”, “mi sentivo parte della trama”, “grazie per averlo scritto”.
Confesso che vorrei sentirmele dire ancora queste parole.

Mi chiedete quali siano i miei riferimenti letterari e dove compro i libri che leggo. Beh, la mia visione del mondo (e non solo letterario) non sarebbe quella che è senza Gabriel Garcìa Màrquez, Eugenio Montale, Erri de Luca, Isabel Allende, Ugo Foscolo, Murakami Haruki, David Peace, Alessandro Baricco, Jostein Gaarder, Elena Ferrante.
Compro libri ovunque: nelle librerie, nei mercatini, on line.

Volete sapere, infine, quali siano le mie aspettative sulla pubblicazione.
Ho le idee chiare in merito.
Dopo aver pubblicato un romanzo con un editore, un racconto con un altro editore e due romanzi in self pubblishing, so esattamente cosa voglio e cosa non voglio più. Perdonatemi il tono perentorio e l’uso del verbo “volere” che di certo appare pretenzioso, ma all’età di 46 anni (che – per inciso – compio proprio oggi), con un lavoro solido che mi consente di stare tranquilla ed esperienze editoriali alle spalle, ho maturato una certa determinazione.
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