Forse una corrente malevola**

Nel mio corpo esile e provato mi sento estranea a me stessa, pesante come se avessi inghiottito cubetti di porfido, lastre di ferro, bancali di cemento. E invece non consumo un pasto decente da settimane, dovrei sentirmi leggerissima. Mi sono nutrita con quel poco che ho trovato nel frigorifero, con le porcherie che Sara ha lasciato in dispensa: pezzi di formaggio stantio, budini scaduti, caramelle gommose. Continua a leggere

Silenziare le voci*

Un raggio di luce illumina la ciocca di capelli che mi cade sul naso.
Vorrei non vedere quel che mi circonda, silenziare le voci, lasciarmi ipnotizzare dallo sferragliare delle rotaie.

Mi concentro su questo lembo di pelle illuminato, osservo il profilo del mio naso, percepisco il chiarore della pelle, avverto un lieve solletico sulla guancia. Lo sguardo filtrato da questo ciuffo disordinato mi consente di vedere una realtà velata.

Mi chiedo se sono salita su questo treno per partire o per tornare. L’unica risposta che riesco a darmi è che non c’è differenza fra un’andata ed un ritorno. Al punto in cui sono arrivata io, un ritorno non è una fine, una partenza non è un inizio e ripercorrere una strada conosciuta, forse, non è una soluzione. Continua a leggere

Ancora una volta il mare

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Leggere e non capire chi, quando, dove.

Leggere e domandarsi continuamente cosa si sta leggendo.

Proseguire nella lettura solo perché il precedente “Ogni giorno, ogni ora” era scritto con mirabile essenzialità e sembra quantomeno incoerente che la spigolosità tronca tipica della Dragnić sia del tutto scomparsa.

Non mollarci, resistere fino all’ultima pagina pensando che la colpa magari è anche un po’ mia che non sono concentrata.
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A caso (*)

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Ascoltare lentamente, come se il picchiettare sui vetri non dovesse finire e luci non accendersi più.

Provare anche a capire, non d’impulso, ma con pigrizia, nell’assurda persuasione che il vuoto sia immaginazione e non spazio tangibile, e non lucida realtà.

Non cedere allo sconforto, quello che ti tira per le braccia e ti impone di seguirlo, quello che ti afferra le gambe e ti conduce dove vuole. Continua a leggere

E’ la storia che ritorna

Era uno di quei momenti in cui avevo smesso di sperare. Mi ero abituata al tennis di livello eccelso appiattito sullo strapotere del numero 1, ai pochi cedimenti nel gioco di potenza, al ragionierismo quadrato, seppur mirabile, di un’epoca tennistica in cui le differenze fra il primo e gli altri si misurano in muscoli, solidità, completezza dei colpi e non in stile, millimetri o nel creare un gioco nuovo e farlo diventare perfetto.

Avevo smesso di sperarci e invece oggi Roger e Rafa si sfidano mostrandosi al mondo come dieci anni fa e noi tifosi nostalgici esultiamo, perché è un regalo inaspettato che nemmeno osavamo sognare.

Basta guardarli mentre entrano in campo per capire che loro sono un’altra storia, la modestia che si fa autorevolezza, il profilo alto di chi è campione perché in questo sport ha segnato un’era, non un semplice passaggio generazionale. Continua a leggere