Un variopinto omaggio all’inutilità del tutto

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Più passano i giorni e meno capisco.”
“Cosa non capisci?”
“Questo mio continuo cercare, pensare, scavare, sviscerare. È esercizio sterile.”
“Sei fatto così, Gian, non sei capace di vivere la vita senza indagare continuamente.”
“È che si creano spirali, si aprono vortici nella mia mente che poi sono costretto a colorare.”
“Colorare? Pure pittore sei diventato?”
“Sì, un pittore senza ispirazione che traccia policromi confini immaginari nel reticolo di pensieri confusi che si ritrova ad avere in testa.” Continua a leggere

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Nell’assenza di peso delle cose illusorie

 

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Prendi quello che c’è
e se è niente che trovi tiralo su così,
con le mani aperte che accolgono,
per poi chiuderle a pugno e stringere forte.

Nell’assenza di peso delle cose illusorie
hai sempre trovato la via,
sempre coriacea, sempre tenace,
così sicura sui fili sottili.

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The game

Avrei voluto soffermarmi su ogni singolo concetto, avrei voluto approfondire ogni capitolo ragionandone in solitudine con la meticolosità necessaria, ma era tutto talmente teso al passaggio successivo che ho accelerato la lettura per giungere il più velocemente possibile a trovare l’approdo con cui Baricco avrebbe chiuso il senso del game.

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L’arte di ascoltare i battiti del cuore


Quanto Màrquez, quanta Allende, quanto Borges ci sono in Jan-Philipp Sendker?
Me lo sono chiesta dopo aver girato ogni singola pagina de “L’arte di ascoltare i battiti del cuore”, una storia talmente impregnata di magico realismo, a tal punto connotata da particolari tipici della scrittura sudamericana da far pensare che l’ispirazione di Sendker abbia origini colombiane, cilene o argentine. Invece i personaggi vivono in Birmania, hanno nomi come U Ba, Tin Win, Mi Mi, vedono anche se sono ciechi, corrono anche se sono storpi, elargiscono profezie insondabili che sempre si realizzano.
E li ha ideati un tedesco.
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L’assassino del Commendatore

La rottura si consuma a pagina 271 del secondo volume quando il confine dell’incanto murakamiano viene oltrepassato e ci si addentra in territori collosi e privi di respiro.
Bisognerebbe dividere L’assassino del Commendatore prima e dopo pagina 682 (se ho ben sommato le pagine dei due volumi).
Degna di “1q84” la prima parte, compresi gli indugi, le ripetizioni, il trascinarsi degli eventi sempre uguali a loro stessi; discendente nello stile affannoso de “La fine del mondo e il paese delle meraviglie” la seconda. Se la virata oscura e frettolosa dei capitoli finali intende essere un omaggio a Dante Alighieri, al suo Caronte e al mondo dei corpi e delle anime, mi pare che non sia un omaggio riuscito. Se invece non intende esserlo, comunque lo evoca e il paragone che vien naturale fare non regge, anzi, quasi infastidisce. Continua a leggere

In moto e immobile

Sono passati venticinque anni anni, lo sai, vero, Rebi?”
Sì, lo so, Gian, è la prima cosa a cui ho pensato quando ho aperto gli occhi stamattina.”
Una cifra quadrata, che ha angoli retti e lati che chiudono. Un numero senza scampo che inchioda lo sguardo a terra e non ammette vie di fuga.”
Ancora con queste simbologie tutte tue e che solo tu capisci, Gian?”
É lampante, Rebi! Con lo sguardo a terra sei costretto ad osservarti i piedi, le caviglie, le ginocchia e pensi che in quei venticinque anni la tua vita è andata di fretta su quelle gambe, eppure ti sembra di essere ancora fermo lì, dove eri allora. In moto e immobile, al contempo.”
Un quarto di secolo…”
…che è volato via.”
E in questo quarto di secolo noi abbiamo pensato a lui, ogni anno, nel primo giorno di maggio che quest’oggi si sveglia con la luce del sole.”
Ti ricordi dove eravamo, Rebi cara?”
Potrei mai dimenticarlo?”
Già, che domanda stupida che ti ho fatto.”
Eravamo con lui, in un qualche modo, come tutti coloro che lo hanno amato.”
Nel paddock, sulla pit lane, alla Tosa, alla Rivazza, al Tamburello, all’Istituto di medicina legale di via Irnerio, poi in Montagnola, a piangere lacrime dolci.” Continua a leggere