Al telefono*****

 

“Pronto?”
“Casa Fascetti?”
“Si, chi parla?”
“Buonasera, mi chiamo Sergio, posso parlare con Margherita?”
“Si, un attimo.”

Dall’altro capo del telefono vi fu un lungo silenzio.
Il cuore di Sergio martellava nel petto.

“Eccomi, Sergio sei tu?”
“Si, sono io, ciao Margherita.”
“Ciao, allora?”
“Allora ho vinto.”
“Hai vinto la sfida finale?”
“Si!”
“Bravo! Congratulazioni! Come stai ora? Raccontami.”
“Ho vinto con una parola che ho sognato stanotte.”
“Hai detto “sognato”? I sogni? Ti hanno aiutato i sogni? E’ sorprendente Sergio: i sogni siamo noi, la nostra vita, i nostri desideri, i frammenti di noi che cerchiamo di nascondere a noi stessi. Bravo!”
“Grazie, zia Livia dice più o meno le stesse cose che dici tu. Subito pensavo di aver barato perché sognare non è inventare ma poi ho capito che il nostro incontro di ieri ha fatto scattare qualcosa nel mio cervello che ha creato la parola vincente.”
“Che parola è? Dai, dimmelo, sono curiosa.”
“INFINITIPLICARE cioè moltiplicare all’infinito.”
“E’ una parola affascinante, è…. è il senso Sergio, hai trovato il senso! Infinitiplicare è la parola giusta per chiudere questo capitolo della mia vita.”
“Quale capitolo Margherita? Accidenti….non capisco mai quello che dici!”
“Il capitolo della tristezza infinita. Ieri sera ho buttato le pillole di antidepressivo nel water ed ho tirato lo sciacquone cento volte. E sai perché? Perché è ora di smetterla di moltiplicare all’infinito i miei errori. E’ ora di dire basta ai pensieri negativi che si avvitano su loro stessi moltiplicandosi all’infinito. Ha tutto un senso Sergio, abbiamo trovato un senso al nostro incontro.”
“Io non l’ho ancora capito fino in fondo però sto meglio e mi sembra che anche la tua tristezza stia svanendo, quindi va bene così.”
“Si”
“Posso chiamarti ogni tanto?”
“Certo che puoi.”
“Allora grazie, Margherita.”
“Allora grazie a te, Sergio.”
“Siamo amici?”
“Siamo qualcosa di più.”
“Cosa siamo?”
“Siamo un sogno allocronico infinitiplicato nella realtà della vita.”
“Mi piace.”
“Anche a me.”

*Dal diario di MF (fine)

Se mi abbracci****


“Perché tutte queste coincidenze?”
“Non lo so, anche io sto tremando. Lasciami pensare.”
“Io non so cosa pensare.”
“Sergio, forse ci sono. Ci può essere una sola spiegazione: è il giorno in cui dobbiamo svoltare, cambiare, liberarci di questa malinconia. Sì! Non può che essere così, se ci siamo incontrati oggi è perché la nostra tristezza deve finire: la tua annulla la mia, la mia annulla la tua. Dev’essere cosi! Ci stai?” Continua a leggere

Di come quarantasette chilogrammi possano trasformarsi improvvisamente in quarantasette tonnellate***

Mi guarda come fossi un alieno, si gira a pancia in su, si sistema lo zainetto sotto il capo come un cuscino, fissa il cielo per un istante poi rivolge gli occhi a me. Dalla posizione in cui è vede bene il mio collo, il mio mento, le mie narici. Dal basso all’alto.
Io metto a fuoco il suo viso pulito, i suoi capelli angelici e li memorizzo con attenzione perché, dovendo trascrivere quel che ci diremo, non avrò tempo per guardarlo. Continua a leggere

Agosto (il mese in cui l’estate è già finita)**

Una compagnia di ragazzini mi ha fregata. Sono venuta in questa spiaggia perché avevo voglia di stare da sola e invece mi ritrovo in compagnia di un nugolo di adolescenti pieni di vita. Non viene mai nessuno in questo ritaglio nascosto di Liguria; la caletta non è segnalata, non è semplice arrivarci, non ci si inciampa per caso. I turisti che vengono a Monterosso pensano che la spiaggia di Fegina sia l’ultima accessibile e balneabile. Oltre quella non si avventurano. Non sanno che basta oltrepassare le case che si inerpicano sulla collina per arrivare in questa baia protetta, illuminata dal sole del mattino e non da quello del pomeriggio perché la roccia, alta e frastagliata, non consente alla luce calante di proiettare su questa sabbia i propri raggi. Qualcuno osa esplorare la salita, ma quasi nessuno si accorge del viottolino diradante che porta fin qui.

Quando avevo sedici anni ci venivo con la mia compagnia del mare, di sera, al buio, ad accendere falò, a bere sciacchetrà e a cantare canzoni più vecchie di noi. Continua a leggere

Maledettamente impercettibili*

Scarpe, giacca e tram 50 per la stazione dei treni. Interregionale Bologna-La Spezia, dritta là a casa dei miei. Mi siedo nel primo posto che trovo libero in una carrozza sporca e puzzolente di seconda classe. Il sedile è macchiato e umido, stranamente non me ne curo, non m’importa.

Mentre mi siedo mi accorgo di un piccolo pezzetto di carta stropicciata infilato fra lo schienale e l’attaccatura del bracciolo. Non raccolgo mai gli oggetti che trovo in giro nei luoghi pubblici perché mi fanno schifo e per questo mi stupisco di me stessa quando mi rendo conto di avere già fra le mani quel minuscolo foglietto di carta blu. Lo apro e leggo queste strane parole: Continua a leggere

Eccomi

Arrivarci in fondo: al matrimonio in crisi di Julia e Jacob, a una famiglia che si decompone, all’ebraismo americano di questo libro gravoso.

Fatico a reggere romanzi così, quelli in cui ogni frase è paradigma, in cui ogni pagina racchiude le verità dell’universo, in cui i dialoghi fra adulti sono cristallini distillati di introspezione e in cui gli scambi di parole fra bambini sono rivelazioni cosmiche del mondo che verrà. Fatico a reggere un romanzo che si autoproclama normale dove la normalità manca del tutto, dove anche gli episodi semplici e banali della vita famigliare assurgono ad archetipo, in ogni riga. Continua a leggere

La parte meno esposta

S: “Sai quando le cose vanno esattamente al contrario di come le immaginavi?”
F: “Mi è capitato, sì.”

S: “Talmente speculari al tuo volere che quasi ci speravi. Così distanti dal destino in cui credevi che quasi non senti dolore, come se la parte meno esposta di te lo sapesse fin dall’inizio.”
F: “La parte meno esposta?” Continua a leggere