Maledettamente impercettibili

Scarpe, giacca e tram 50 per la stazione dei treni. Interregionale Bologna-La Spezia, dritta là a casa dei miei. Mi siedo nel primo posto che trovo libero in una carrozza sporca e puzzolente di seconda classe. Il sedile è macchiato e umido, stranamente non me ne curo, non m’importa.

Mentre mi siedo mi accorgo di un piccolo pezzetto di carta stropicciata infilato fra lo schienale e l’attaccatura del bracciolo. Non raccolgo mai gli oggetti che trovo in giro nei luoghi pubblici perché mi fanno schifo e per questo mi stupisco di me stessa quando mi rendo conto di avere già fra le mani quel minuscolo foglietto di carta blu. Lo apro e leggo queste strane parole: Continua a leggere

Eccomi

Arrivarci in fondo: al matrimonio in crisi di Julia e Jacob, a una famiglia che si decompone, all’ebraismo americano di questo libro gravoso.

Fatico a reggere romanzi così, quelli in cui ogni frase è paradigma, in cui ogni pagina racchiude le verità dell’universo, in cui i dialoghi fra adulti sono cristallini distillati di introspezione e in cui gli scambi di parole fra bambini sono rivelazioni cosmiche del mondo che verrà. Fatico a reggere un romanzo che si autoproclama normale dove la normalità manca del tutto, dove anche gli episodi semplici e banali della vita famigliare assurgono ad archetipo, in ogni riga. Continua a leggere

La parte meno esposta

S: “Sai quando le cose vanno esattamente al contrario di come le immaginavi?”
F: “Mi è capitato, sì.”

S: “Talmente speculari al tuo volere che quasi ci speravi. Così distanti dal destino in cui credevi che quasi non senti dolore, come se la parte meno esposta di te lo sapesse fin dall’inizio.”
F: “La parte meno esposta?” Continua a leggere

Forse una corrente malevola**

Nel mio corpo esile e provato mi sento estranea a me stessa, pesante come se avessi inghiottito cubetti di porfido, lastre di ferro, bancali di cemento. E invece non consumo un pasto decente da settimane, dovrei sentirmi leggerissima. Mi sono nutrita con quel poco che ho trovato nel frigorifero, con le porcherie che Sara ha lasciato in dispensa: pezzi di formaggio stantio, budini scaduti, caramelle gommose. Continua a leggere

Silenziare le voci*

Un raggio di luce illumina la ciocca di capelli che mi cade sul naso.
Vorrei non vedere quel che mi circonda, silenziare le voci, lasciarmi ipnotizzare dallo sferragliare delle rotaie.

Mi concentro su questo lembo di pelle illuminato, osservo il profilo del mio naso, percepisco il chiarore della pelle, avverto un lieve solletico sulla guancia. Lo sguardo filtrato da questo ciuffo disordinato mi consente di vedere una realtà velata.

Mi chiedo se sono salita su questo treno per partire o per tornare. L’unica risposta che riesco a darmi è che non c’è differenza fra un’andata ed un ritorno. Al punto in cui sono arrivata io, un ritorno non è una fine, una partenza non è un inizio e ripercorrere una strada conosciuta, forse, non è una soluzione. Continua a leggere