Polvere, sabbia, argilla sbriciolata

“Com’è arida questa terra, cammino per i sentieri dell’oasi di Seu respirando polvere, sabbia, argilla sbriciolata. Sterpaglie e canne tagliate, erba secca e fogliame riarso, innocenti vittime del sole cocente, che tingono il paesaggio dei rossi, degli ocra, dei marroni, degli arancioni. Tutto sembra bruciato eppure è così vivo, ispido al contatto con le gambe in movimento, franoso sotto i miei piedi che calcano sicuri un percorso che ben conoscono. Sul confine compare il mare, una visione infinita di speranza. Lo respiro ad occhi chiusi, nella convinzione che la linfa salmastra mi nutra e mi infonda fiducia. Osservo le dune contaminate dalle alghe brune fotofile che formano un feltro nero, irregolare e appiccicoso dentro cui affondo i piedi, scivolando in una densa viscosità. Rimango qui ad ascoltare le spire del maestrale che fischiano rabbiose e provo la sensazione di essere tutt’uno con questo mare scorbutico di cui mi sento frammento, scheggia, fotogramma complementare. Rimango qui, immersa fino ai polpacci nei sassolini di quarzo ricoperti dallo strato di fibre scure compattate finché il richiamo degli arbusti e delle sterpaglie diventerà più forte e allora i piedi torneranno indietro, le narici ricominceranno a respirare polvere, sabbia, argilla sbriciolata. Continua a leggere

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I tuoi nei miei, i miei nei tuoi

Mia cara,
qualsiasi cosa tu abbia in mente di fare, per favore non farla.
Aspettami, sto arrivando, fra poco sarò da te.
Se solo l’avessi saputo che il destino mi avrebbe portata fin qui, avrei vissuto i miei giorni con più consapevolezza.
Ora, che i giochi sono fatti, che i cassetti sono aperti, che i ricordi, i tuoi nei miei, i miei nei tuoi, sono completamente affiorati, ora so che se il dolore ha un senso, non può che essere un senso compiuto, un gioco circolare in cui ogni anello della spirale mi avvicina alla conoscenza profonda di tutte le mie debolezze, di me, di te. Continua a leggere

Ciò che non è

Niente di tangibile.

La concretezza è ciò che tocchi con mano, non le scie di ricordi che ti porti dietro, quelle son fatte per i nostalgici che temono il presente.

“Non sei capace di astrarre”.
Questa è l’accusa. Ma astrarre vuol dire farsi bastare ciò che non è, accontentarsi dell’evanescenza; significa togliere, ogni giorno un pezzo, per ridurre all’osso il senso di questi anni, gli investimenti fatti, il tempo trascorso. Continua a leggere

Dolore

La coincidenza di rincontrare Zeruya Shalev poco dopo aver letto Safran Foer, con la memoria fresca di tutto ciò che non mi è piaciuto in Eccomi e che in Dolore ho trovato perfetto. Sì, perché Dolore, scritto e pubblicato un anno prima di Eccomi, ha una trama molto simile, un’ambientazione emotiva identica, uno sfondo religioso analogo in un’Israele vissuta e non solo agognata.
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