La giostra di Sepang

Chissà cosa aveva in testa il progettista tedesco del circuito di Sepang quando ideò la copertura ondeggiante del rettilineo di partenza. Forse un vecchio tetto di lamiera, di quelli ondulati e arrugginiti che coprivano le baracche di campagna, o forse una trottola, di quelle con il perno in mezzo che dopo averle caricate ruotavano rumorosamente finendo a cozzare contro un mobile di casa.

A me sembra una giostra, una carosello d’epoca, coi cavalli lenti che si alzano e si abbassano in un moto malinconico e cantilenante. E infatti è proprio ad una giostra che assomiglia il mondiale 2014, un gioco moderno, di quelli un po’ impazziti che quando ci sali sopra non hai idea di cosa accadrà, perché non puoi prevedere che le qualifiche dureranno due ore, perché non riesci a capire fra i tuoi rivali chi è davvero competitivo e chi no, perché non ti aspetti così tante bandiere rosse in una sola sessione, né immagini che taglierai l’ultimo traguardo quando il cielo sarà quasi buio.

Sul sito ufficiale della Ferrari (formula1.ferrari.com/it/ferrarifansurvey) c’è un sondaggio che chiede ai tifosi di esprimersi su un semplice quesito:
Ti piace questa nuova Formula 1? L’ho fatto la scorsa settimana e ho risposto NO, insieme all’83% dei partecipanti; l’ho rifatto poco fa, al termine delle qualifiche, ed ho risposto SI, insieme al restante 17%.

Ho cambiato idea quando ho visto il sorriso di Fernando, contento del suo quarto posto in griglia di partenza, soddisfatto del lavoro straordinario dei meccanici che in tre minuti hanno sostituito la sospensione danneggiata nel contatto con Kvjat.

Ho pensato che è un buon segnale, che quando si sale su una giostra si deve avere il coraggio di affrontare l’ignoto, che nella cabala dei possibili risultati potrebbe uscire anche quello giusto.

Ho pensato che il vento e la pioggia di Kuala Lumpur potrebbero far girare la giostra dalla parte buona, sorprendendoci.

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La festa dell’insignificanza

Se dicessi che ci ho capito qualcosa, mentirei. Mi sono impegnata, ci ho ragionato, ho riletto diversi passaggi delle 128 pagine de La festa dell’insignificanza e sono approdata a nulla. Non che di un libro si debba sempre capire tutto (Murakami docet), ma coglierne vagamente il senso sarebbe salutare. Soprattutto per togliersi da dosso quella sensazione frustrante di ignoranza che si prova leggendolo.

Mi sfugge come si connettano sofisticati ragionamenti sul mistero epocale dell’ombelico femminile e un aneddoto su Stalin che prova tenerezza per un soldato prostatico a cui dedica il nome della città in cui è nato Immanuel Kant. Così come non riesco a mettere in relazione il desiderio suicida di una donna incinta con lo scherzo di due camerieri annoiati che parlano un assurdo linguaggio per burlarsi degli invitati ad una festa.
Milan Kundera, di certo, saprà perché scrive di un anziano che inventa di avere un cancro per fare colpo su un ex collega e questi, di rimando, gli attribuisca un’amante che non ha. Io non l’ho capito, ma non è colpa mia.

Sono certa di avere un’intelligenza normale e può darsi che La festa dell’insignificanza sia un libro per menti superiori. O può darsi che una narrazione più semplice, magari anche avanguardistica e innovativa, ma comprensibile, possa illuminare le menti dei più su temi difficili e aulici. Perché quando si ha qualcosa da raccontare bisognerebbe provare a raggiungere il maggior numero di persone possibili. Io, almeno, la penso così. Di certo non la pensa così Milan Kundera che preferisce raggiungere i pochi, gli eletti, coloro che si vantano di cogliere i vacui e sottili filosofeggiamenti nascosti nelle trame di un libro incomprensibile.

Ho reminiscenze liceali di studi filosofici che tanto mi appassionavano e tristemente dico che in questa festa dell’insignificanza non ci vedo niente di filosofico, niente di aulico, niente di superiore, niente.

Preferisco i libri normali, magari anche banali, piuttosto che quelli inutilmente ambiziosi.

Kundera

Storia di Said nelle scarpe coi tacchetti

Le scarpe coi tacchetti gliele hanno regalate. Sono quelle dismesse di un bambino italiano, consumate dall’uso, stanche per tutti i chilometri corsi sui campi di terra indurita. A Said calzano larghe, teme di perderle mentre corre e oggi, più di altre volte, fatica a stringersi i doppi nodi intorno alle caviglie perché i lacci, troppo asimmetrici e sempre più lisi, gli scivolano fra le mani. Non vuole più che gli capiti come quella volta in cui, sull’erba umida e vischiosa, nel tirare un forte calcio al pallone la scarpa destra gli volò via, iniziando a ruotare pericolosamente nell’aria fra lo spavento e le risate dei bimbi che correvano al suo fianco.

Ha solo sette anni Said e da pochi mesi è arrivato in Italia. Non parla la nostra lingua, le istruzioni del suo Mister sono per lui messaggi incomprensibili. Eppure in campo sa quel che deve fare, si affida all’istinto e raramente sbaglia.

Gli mancano la conoscenza dell’ambiente e l’affiatamento coi compagni.
Quel che non gli manca è il coraggio. Lo dissemina sul campo ad ogni falcata, imponendo una personalità che, ai più, incute rispetto.

Solo qualche bullo prova a prenderlo in giro, soprattutto per via dei suoi occhiali da vista rettangolari e un po’ sghembi che Said lega dietro le orecchie con una cordicella di elastico rosso. Non reagisce alle provocazioni, ignora chi lo canzona, non ha tempo per le cose inutili Said. Pensa solo a giocare, a dare il meglio di sé, a farsi vedere dal fratello più grande che dalla tribuna lo incoraggia.

E’ gracile questo cucciolo magrebino, due spalline da uccellino, le gambe da stambecco, i piedi magri dentro scarpe troppo larghe. Smuove
tenerezza, ma anche ammirazione perché la determinazione di Said, il suo
coraggio e la sua forza hanno più di sette anni; sono risorse adulte cresciute
troppo velocemente dentro il corpo di un bambino.

scarpe coi tacchetti

L’Osteria della Fola

I carradoni di campagna, le cioppe di pane, lo scavesso nel corpo di una donna, i bensoni da intingere, le brostoline da spellare e le fole da raccontare.

L’Osteria della Fola è un regalo di Giuseppe Pederiali alla “bassa” emiliano romagnola. Un bell’elogio ironico e distaccato di una terra operosa che nella sua profonda saggezza non ha mai perso di vista lo stupore dell’ingenuità.

I tanti e mirabolanti personaggi che animano i racconti della fola viaggiano fra le pianure delle province di Modena, Reggio, Bologna e Ferrara; in epoche diverse, con animi differenti. Non ci sono solo uomini e donne illustri che hanno fatto la storia di queste terre, ma anche anonimi paesani e creature della fantasia.
C’è Matilde di Canossa che si invaghisce di un servo, un’ostessa scostumata che seduce gli avventori dell’osteria, lo scultore Wiligelmo alle prese con un angelo, una figlia di nessuno la cui pelle profuma di vino, un rapace a tre zampe che si nutre di lambrusco.

Popolato di animali notturni della tradizione e dell’immaginifico, come la palapstrìga, il foionco e la bosma, L’Osteria della Fola è una lettura che rinsalda le radici, riavvicina alla propria terra e celebra il morbido ed avvolgente affetto per i nonni, che di fole ce ne hanno raccontate tante.

Proprio oggi, intrisa come sono di quest’aura emiliano-nostalgica, quando mio figlio mi ha chiesto: “mamma, cos’è un nickname?”, mi è sembrato naturale rispondere: “uno scutmai!

Perfino la gente, a novembre, aveva un suo odore: le giovani donne sapevano di pulcino, e i maschi di selvatico, come i gatti di Selva Bella.

L'osteria della Fola

1089, un nuovo rombo all’Albert Park

Se scrivo finalmente forse qualcuno penserà che sono banale, se sostengo che il conto alla rovescia è stato interminabile magari qualcuno immaginerà che sono una fanatica. Se però dico che quando riparte il mondiale mi sento a casa, sono certa che qualcuno capirà. Non è solo una questione di passione per uno sport, è qualcosa che somiglia al rincontrare un mondo che si conosce, abbandonato fra le nebbie di novembre per poi ritrovarlo, rassicurante, ogni marzo quando il sole si sveglia presto e il prunus in giardino è appena fiorito.

I canguri bianchi della Qantas, che dalle insegne pubblicitarie sembrano atterrare sul circuito dell’Albert Park, dicono tutto di questa Melbourne, metropoli dinamica di cui ho già scritto in altri post sportivi, come quello di un anno fa che aveva a che fare con le certezze della vita. (https://righeorizzontali.wordpress.com/2013/03/17/lalbert-park-e-le-certezze-della-vita/)

Da settimane si leggono notizie allarmanti su questo mondiale dei grandi cambiamenti, della rivoluzione, delle regole scombinate. Numeri su numeri: 40 chilometri di cavi che scorrono dentro ad ogni abitacolo, 12 punti di patente a scalare per i piloti che commettono gravi infrazioni, 50 kg di benzina in meno per terminare il Gp di Australia, il ritorno del motore turbo dopo 26 anni di assenza dalle monoposto di F1.

Ha un suono diverso il turbo V6, è un rombo più sordo, non amplificato, privo del fascino atmosferico dei vecchi propulsori. C’è da farci l’abitudine a questo rimbombo soffocato, a questo ruvido borbottio, burbero e caparbio.

La classifica del Gp di oggi ha di bello che Daniel Ricciardo da Perth, nuovo acquisto della Red Bull, è salito sul secondo gradino del podio, per la gioia di tutti gli australiani e dell’ex Mark Webber. E che un esordiente, il danese Kevin Magnussen, è arrivato terzo. Qualcosa sta cambiando, c’è aria di novità.

Le Ferrari si sono difese come hanno potuto, ma non importa. E’ troppo presto per pensare alla classifica, troppo presto fare bilanci, ora è il momento di pensare ad un solo numero: 1089.

Penso che mi aspettano altri 1089 giri intorno al mondo e mi sento a casa.

Le sette del mattino, silenzio intorno. E’ da Melbourne che tutto ricomincia.

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Un anno di righe

Oggi le mie righeorizzontali compiono un anno di vita.

Grazie alla Marghe Violi.

Grazie alla Robbi, a Franco, Sally, Mirco, Giorgia, Lucas, Paola F., Paola R., Terry, Manuela, Elly, Barbara, Elisa C., Elisa S., Nazzarena, Lisa L., Lisa B., Loretta, Rita, Ivan, Roberto, Lolli, Maurizia, Stefano, Beppe, Francesca, Paolo, Claudia, Andrea, Silvia, Rosy, Maria, Alex, Lorena, Michele, Fulvio, Luca, Alessandra, Vaint, Marina, Patrizia, Mirna, Linda, Anna.

Grazie a tutti i blogger che mi seguono, in modo particolare liveeread, orearovescio, offphoto.

Grazie a tutti quelli che, ogni tanto, transitano da qui.

Buon compleanno righe!

Un anno di righe

Felici i felici

Se ne avessi trovato almeno uno di personaggi felici in questo geniale libro di Yasmina Reza, mi sarei sentita sollevata.

Nel vortice di storie intrecciate e di vite contorte che affollano le pagine di Felici i felici, domina l’insoddisfazione. Che la felicità non sia fonte d’ispirazione lo temevo da tempo e sollevata non lo sono. Che, però, ci sia una scrittrice capace di descrivere con un distacco così pacato l’inutile ricerca della felicità, è una bella sorpresa che accolgo con obiettività, una conferma rassegnata che prima o poi mi aspettavo.

E’ la rabbia amorosa la protagonista di Felici i felici, quel risentimento silente insito nell’amore che molto somiglia al rancore. E’ l’insofferenza ad infestare l’esistenza di un folto campionario di donne e di uomini maturi, legati fra loro da plurimi vincoli sentimentali: padri, madri, figli, amici, amanti d’amore o a pagamento. L’indifferenza rancorosa invade le case, i bistrot e i cimiteri di una Parigi contemporanea che ha l’amaro nel cuore e l’aggressività negli affetti.

Felici i felici è una raccolta di racconti ad incastro che, combinati insieme, diventano un romanzo. E’ un genere letterario stimolante, al limite dell’architettonico. Ne ho scritto uno anch’io (L’osso e il blu) e mi sono divertita a comporlo perché quando ci si cimenta con l’incastro, si ha la sensazione di ingannare il lettore tenendolo sospeso su un lungo filo, robusto ma leggero.

Ben congegnato l’impianto della Reza, affascinante la scrittura breve, affannosa e apparentemente sconclusionata.
E’ un romanzo ritmico, un elogio del disincanto.

Felici i felici