La morte della Pizia

Era il 1988, o forse il 1989, quando mia madre mi portò al Teatro Asioli di Correggio per la rappresentazione dell’Edipo Re di Gabriele Lavia. Ho ricordi nitidi di uno spettacolo teatrale che mi emozionò molto. Enormi teli di garza nera coprivano i volti e i corpi degli attori che interpretavano il coro di Tebe, lugubri fantasmi ondeggianti sul palcoscenico. Ricordo ancora quel senso di ineluttabile drammaticità che si rivelava nei versi recitati e nei lunghi silenzi carichi di angoscia. Rammento la commozione del pubblico e la partecipazione emotiva serpeggiante fra i palchi del piccolo teatro correggese.

Vedere sulla scena la tragedia di Sofocle che il professore di greco ci faceva leggere ad alta voce nelle ore di letteratura, mi fece capire la profonda fatalità connaturata alle tragedie greche, rendendo quasi concepibile e naturalmente accettabile che le profezie degli oracoli potessero guidare il corso delle vite umane di interi popoli.

Se avessi letto allora La morte della Pizia di Friedrich Dürrenmatt, quel senso di drammaticità incombente si sarebbe trasformato in una risata irriverente e consolatoria. O forse amara.

La Pizia Pannychis, sacerdotessa di Delfi che annuncia gli oracoli di Apollo al genere umano, altro non è che una pigra e bizzarra imbrogliona che inventa destini e profezie in base al proprio umore, alla simpatia o all’insofferenza che prova nei confronti degli sventurati che a lei si rivolgono per ricevere un vaticinio che segni la strada della loro esistenza.

E così si scopre che la tragedia di Edipo, assassino del proprio padre e amante della propria madre, è stata generata da un capriccio della Pizia. Un capriccio che ha innestato ambiguità ed equivoci, falsità vestite da eventi reali, assurde coincidenze nefaste. Un capriccio che ha rivelato la natura disinibita, crudele ed amorale di Edipo e di Giocasta e di tutti i personaggi che ruotano loro intorno, Sfinge compresa.

Letta così, nelle parole di Dürrenmatt, questa derisoria ricostruzione del mito suscita ilarità perché i miti smitizzati rendono umane anche le imprese inarrivabili e, in fondo, ci fanno stare bene. L’amarezza subentra dopo, quando il libro si chiude e ci si interroga su cosa sia il destino. Da atea quale sono ho una mia personale convinzione: il caso, la sorte, la fatalità ce li possiamo fare alleati se solo siamo capaci di accettarli, di accoglierli, di interpretarli. Impresa umana alla nostra portata.

Illuminante questa lettura inconsueta che mi ha fatto tornare alla mente ricordi di un passato classico e riflettere, ancora una volta, sul senso delle cose.

Sono grata a Marco Vichi per avermela consigliata.

Pizia

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Nella nebbia di Delhi

E’ il giorno di Seb.

Nella nebbia di Delhi, pochi minuti prima della partenza, mentre un famoso cantante indiano avvolto in un turbante giallo cantava l’inno nazionale, già sapevamo che avrebbe vinto lui, Sebastian Vettel. Negli ultimi quattro anni, alla guida della macchina perfetta, ha dominato i circuiti di tutto il mondo senza fare sconti, senza avere pietà, come se in pista esistesse solo lui e nessun altro. E’ così che fanno i campioni veri: vanno sempre avanti, determinati, cinici, spietati, a prendersi tutte le vittorie possibili. E anche quelle impossibili. Se lo chiamano il cannibale, un motivo ci sarà.

Nella nebbia di Delhi Seb è entrato nella storia della Formula 1, raggiungendo Juan Manuel Fangio e Michael Schumacher nell’invidiabile traguardo di quattro titoli mondiali consecutivi. E’ un grande campione Seb, ma di farmelo diventare simpatico, proprio non ci riesco. D’altra parte per lo stesso Schumacher non ho mai provato un briciolo di simpatia, nonostante di mondiali consecutivi ce ne abbia regalati ben cinque. In fondo, si sa, i grandi campioni non hanno bisogno di essere simpatici.

Nella nebbia di Delhi Fernando ha fatto quel che ha potuto, o forse no. La sorte lo ha ricacciato indietro e da lì non è più risalito. Perso nella densa foschia.

Nella nebbia di Delhi iceman Kimi ha rischiato la strategia di gara più azzardata, che non ha pagato, ma gli ha consentito di strappare a Seb il giro record, proprio l’ultimo, il lap 60/60. Una piccola beffa, un segnale minaccioso, un flebile motivo di speranza.

A qualcosa dovremo pure aggrapparci.

Seb

Il senso di una fine

Stavolta non ho colpe. O meglio, ho attenuanti fortissime.

Intanto non sono caduta nella solita trappola da copertina, che è già un passo avanti. L’immagine scelta per Il senso di una fine di Julian Barnes è una famosa fotografia di Kuan Chang Chen raffigurante una donna di spalle sul Millennium bridge, il ponte di Londra che attraversa il Tamigi. E’ uno scatto interessante, sfuggente, leggermente seppiato che cattura l’attenzione, ma non al punto tale da dire: “Compro questo libro a scatola chiusa”.

E’ Antonio D’Orrico che mi ha fregata. Se un critico noto e competente come lui scrive: “Il senso di una fine è uno di quei romanzi che nascono già eterni. Bellissimo, bellissimo, bellissimo” è ovvio che viene voglia di comprarlo e di leggerlo subito.

Così ho fatto.
L’ho comprato.
L’ho letto subito.
Con immensa fatica.

Un libro così noioso non mi capitava fra le mani da anni. Un uomo anziano ricorda i tempi dell’università, gli amici più intimi, il primo amore. Fra un suicidio, un testamento e un figlio non voluto, compaiono ordinarie considerazioni sulla vita e strane equazioni esistenziali. I personaggi sono banalmente delineati, la trama è monotona, il colpo di scena finale si fatica a capire.

Salvo solo queste parole:

All’improvviso mi sembra che una delle differenze fra la gioventù e la vecchiaia potrebbe essere questa: da giovani, ci inventiamo un futuro diverso per noi stessi; da vecchi, un passato diverso per gli altri.

Tutto il resto è noia, come cantava qualcuno, tanti anni fa.

Il senso di una fine

Storia di Elvira sugli spalti

Prima di sentirla parlare immaginavo avesse un nome delicato tipo Angelica o Elena. Capelli biondi corti con un taglio alla moda, occhi azzurri quasi trasparenti, pelle diafana, vestiti firmati. Ai lobi orecchini di perle, sulle unghie uno smalto iridescente, fra le mani uno smartphone griffato.

E’ seduta di fianco a me sulle tribune di uno stadio di serie A. Le sorrido, pensandola un pesce fuor d’acqua quanto me, che seguo il tennis e la Formula 1 e mi ritrovo in uno stadio di calcio a tifare per il Bologna, la squadra del cuore della famiglia. Lei ricambia il sorriso con dolcezza poi continua ad armeggiare con il telefono.

Mentre il cielo delle tre del pomeriggio si fa cupo ed il vento si alza, l’arbitro fischia il calcio d’inizio e la delicata Angelica (o Elena) si trasforma in un’aggressiva Elvira (o Vanessa): urla, improperi, oscenità in dialetto lombardo rivolte ai giocatori della squadra avversaria, all’arbitro, al destino crudele che spinge la palla nella porta amica e non in quella nemica. Ho quasi la tentazione di tappare le orecchie dei bimbi. Nel frattempo il cielo si è fatto completamente buio, la pioggia scroscia violentemente sullo stadio e la bionda Elvira troneggia al mio fianco intonando a gran voce il repertorio completo dei cori degli ultras del Bologna, perfino quelli irripetibili, persino quelli offensivi. Le urla di Elvira si confondono coi tuoni, dietro di lei lampi infuocati squarciano il cielo, tempo da lupi mannari.
La guardo basita e penso che, per fortuna, tifiamo la stessa squadra.

In fatto di sport, come in tutte le cose della vita, non ho preclusioni di genere e rigetto gli stereotipi. Sono donna, amo la Formula 1 e non ci trovo niente di strano se una donna si appassiona agli sport “degli uomini”.

Ma solo a me sembra surreale andare allo stadio una volta all’anno e, nel pieno di un nubifragio che oscura il cielo, trovarmi di fianco una dottor Jekyll e Mr Hide con gli orecchini di perle che nel cuore della terra emiliana tifa violentemente Bologna in dialetto comasco?

Un rammarico, alla fine, ce l’ho: il vero nome di Elvira non lo saprò mai.
Mi è mancato il coraggio di chiederlo.

Stadio

Il suggeritore

Non ha niente da invidiare a Jeffery Deaver, a Tom Rob Smith o ai grandi narratori nordici di omicidi efferati l’italianissimo Donato Carrisi che con Il Suggeritore ha angustiato per giorni e giorni i miei pensieri facendoli diventare torvi.

E non ha niente da invidiare nemmeno a Joël Dicker perché, a differenza de La verità sul caso Harry Quebert, di buchi nella trama de Il Suggeritore non ce ne sono. Ogni segmento della storia è architettato alla perfezione, ogni tassello trova il proprio incastro millimetrico in una trama che immagino concepita a ritroso in spirali concentriche e meticolosamente cesellate.

Con una prosa semplice e pulita Carrisi racconta di un inferno di bambine rapite e atrocemente menomate prima di essere uccise; di una poliziotta incapace di provare empatia con gli altri esseri umani e che nel destino ha scritto la parola salvatrice; di un concatenarsi di menti crudeli assoggettate al dominio del suggeritore.

Le storie di serial killer, se scritte bene, tengono in tensione il lettore. I dettagli sono truci, impossibili da concepire per una mente sana, gli accadimenti sono paurosi e ferocemente primitivi. Nel leggerli ci si ritrova immersi in un abisso inverosimile che Carrisi fa sembrare credibile e pericolosamente vicino.

Mi ha destabilizzata questo scrittore tarantino perché il Suggeritore non ha ambientazione. Bisogna immaginarselo il luogo fisico del mondo in cui collocarlo. Viene da pensare agli Stati Uniti per il tipo di cultura descritta, per i richiami ai casi reali di serial killer americani, per il cibo, le case, le task force da cinema poliziesco made in Usa.

Però, a ben pensarci, potrebbe essere qualsiasi altro paese occidentale.

E quando non si sa dove ci si trova, vuol dire che potrebbe essere ovunque, anche dietro casa nostra.

I bambini non vedono la morte. Perché la loro vita dura un giorno, da quando si svegliano a quando vanno a dormire.

Il suggeritore

Verde Suzuka

Ha la forma di un serpente a tre teste il circuito giapponese di Suzuka. Stretto, lungo, affusolato, pare un rettile avvitato su sé stesso, un groviglio sinuoso, una sfida per i piloti. E’ il tracciato delle curve, quello in cui i sorpassi sono azzardi incoscienti e la bravura di chi è al volante può sopperire alle mancanze della vettura. E’ il circuito della guida vera, tecnica e libera, quello che tutti i piloti amano.

Natura rigogliosa, alberi ancora verdissimi, prati morbidi che emanano luce. Se non fosse che anche in Giappone è arrivato l’autunno, verrebbe da pensare ad una radiosa domenica di primavera.

Le barriere protettive hanno i colori della bandiera italiana. Chilometri e chilometri d’asfalto lambiti da strisce tricolori; uno sorta di omaggio all’Italia, forse casuale, forse voluto, non so. Di cappellini e magliette ferrariste ce ne sono a migliaia sulle tribune gremite, macchie rosse rampanti che non smettono di credere nel cavallino. In un contesto così, ci si sente un po’ a casa.

Efficienza è la parola d’ordine su questo tracciato orientale in cui dal nulla sbucano, furtive, piccole squadre di nipponici commissari di percorso con in mano estintori, spazzoloni d’asfalto, motorini per caricare i piloti più sfortunati. Piccole equipe di operosi giapponesi pronti a salvare chiunque.

Non ce l’hanno fatta, però, a salvare Webber da Vettel, da quella dubbia strategia di gara che gli ha imposto tre soste invece di due, dagli ordini di scuderia che lo hanno privato della vittoria che meritava, stavolta davvero e molto più di Seb.

Sul podio Vettel, Webber e Grosjean. Fernando e Kimi subito dopo. Col corpo sono lì, ma la testa di tutti, anche di noi ferraristi, è già a Melbourne 2014.

circuito-Suzuka

Spia polacca

Non c’è niente da fare. Da quando ho iniziato ad ascoltare Nuvola Numero Nove di Samuele Bersani, non riesco a togliermi dalla testa la Spia polacca. Non tanto perché la canticchio in continuazione, ma soprattutto perché un personaggio immaginifico così affascinante e spietato non lo incontravo dai tempi delle fiabe.

Con quell’aria da spia polacca
non ho ancora capito chi sei
Quante maschere o trappole hai sotto la faccia
per difendere i tuoi occhi dai miei

Che si tratti di una donna in carne ed ossa ho qualche dubbio. Sarà la mia predilezione per i labirinti della psiche, sarà che più di tutto mi attira la follia, per me la spia polacca è qualcosa di immateriale, un male subdolo, un circuito mentale che si autoalimenta.

La immagino bellissima questa traditrice venuta dall’est, come un fantasma leggiadro che ondeggia senza scia, come una sirena che si trasforma in un’erinni, come una strega che sa mostrarsi principessa. Una musa tentatrice che diventa una dannazione. La Spia polacca è droga, è dipendenza, è quell’illusione di stare bene che maschera la realtà di un abisso incontrollabile.

Ci vuole talento a scrivere una canzone così, semplice all’apparenza, enigmatica ed interpretabile nella sostanza.

D’altra parte, lo sostengo da anni che Samuele è l’Eugenio Montale dei giorni nostri, l’ermetismo fatto musica, il maestro dei registri interpretativi.

Come uno spettatore pagante ho assistito alla tua recita.
Riconosco il talento, la vocazione per lo show e la stoffa da teatrante.
La migliore dei giuda che ho visto in palcoscenico.
Sei perfetta per quella parte
.