Mancarsi

Mancarsi

Immaginavo una storia di lontananze, di costrizioni, forse di addii.
Pensavo all’orgoglio, al non voler cedere, al non saper perdonare perché Mancarsi è un verbo riflessivo che evoca l’assenza, il vuoto che prende forma nella distanza, quella malinconia insidiosa che corrode lentamente nei postumi di una separazione.

Un titolo fuorviante che mi ha lasciato intendere quel che non è, un piccolo inganno rovesciato nel momento in cui ho scoperto cosa realmente c’è in quel Mancarsi e, quasi come un’illuminazione, mi sono resa conto che il vero significato mi piaceva ancor di più di ciò che avevo inizialmente immaginato. Continua a leggere

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Sono contrario alle emozioni

Con un titolo così provocatorio mi aspettavo e pregustavo l’apoteosi del Malinconico style. E invece i monologhi dell’avvocato Vincenzo Malinconico privati dell’evolversi della sua vita e del nugolo di personaggi che lo circondano, non mi hanno convinta, lo ammetto.

Malinconico è dissacrante e consolatorio – come lo definisce la mia amica Elisa – anche per tutto ciò che gli ruota intorno. Le sue idee sui tronchi di cono esistenziali, su Raffaella Carrà come icona pop ante litteram, sulle empatie moleste delle salumaie napoletane, risultano monche senza il contorno della figlia Alagia, dell’ex moglie psicologa, dello sgherro della camorra che lo segue come un’ombra.

L’ho letto con piacere, ma alla fine mi è mancato qualcosa. Ho avvertito quel vago senso di insoddisfazione che mi prende quando mi aspetto di ritrovare un intero mondo che mi era piaciuto e, al suo posto, ne trovo solo un frammento.

Però c’è un passaggio, un capitolo lungo una facciata, in cui Malinconico descrive le proprie chiuse, il proprio modo di ridurre ad una battuta elementare la complessità del discorso che le precede.
E’ Diego De Silva che parla, è l’autore che ci svela una sua tecnica di scrittura, quella del doppio registro in cui coabitano l’anima intellettuale che si interroga e quella operaia che agisce.

Poco più di venti righe che valgono il libro. Allora mettiamola così: cercavo l’universo di Malinconico e ho trovato un’ingegnosa lezione di scrittura.

Sono abbastanza vecchio da aver capito che non ci sono problemi risolvibili. Se no non si spiegherebbe com’è che non ho mai risolto un problema in vita mia.

Sono contrario alle emozioni

Non avevo capito niente

Diego De Silva è la mia scoperta dell’estate. Scrive e pubblica da diversi anni, ma io l’ho incontrato solo in questi giorni, curiosando distrattamente sugli scaffali della libreria di un grande magazzino. Ho preso in mano Non avevo capito niente e mi si è aperto il disincantato mondo partenopeo di De Silva.

Protagonista è Vincenzo Malinconico, avvocato civilista che sopravvive malamente alla sua esistenza di marito separato ancora innamorato della ex, alla sue molteplici dimensioni di padre anomalo in una famiglia allargata, di professionista con lo studio precario in coabitazione con strani animali e di essere umano profondamente bisognoso d’amore. E il bello è che non c’è niente di caricaturale in questo personaggio, anzi c’è molta autenticità e naturalezza.

Finalmente un personaggio nuovo, finalmente un linguaggio diretto senza essere banale, finalmente un libro divertente!

Malinconico è un napoletano di indole filosofica. Ha il dono di leggere le cose della vita, anche quelle più spicciole, con una limpidezza, un acume ed un’ironia che ci lasciano sorpresi e, spesso, ci fanno ridere di gusto. Malgrado i tratti di amarezza e nonostante le dure consapevolezze, con Malinconico si ride. Di lui, delle sue strambe avventure, ma anche di noi perché le vite, in fondo, si somigliano.

Non avevo capito niente è scritto al presente in prima persona, accorgimento usato da tanti scrittori per non doversi avventurare nelle subordinate, nella consecutio, nelle tante insidie del nostro lessico; insomma per avere vita facile aggirando la complessa sintassi della lingua italiana. In questo caso, però, non credo che De Silva abbia cercato un espediente, anzi, Malinconico non può che parlare in prima persona, non deve avere filtri, il suo pensiero deve emergere così com’è, pulito e nudo nelle sue stesse parole.

Questo dice Malinconico dell’amore:

L’amore, se posso dire come la penso, è una malattia della dignità. Agisce per picchi e inabissamenti. Compra e vende. La riconosci subito. Ha dei sintomi, – come dire, – dei sintomi che non ti sbagli.

Inutile dire che ho già acquistato il sequel.

Non avevo capito niente1