Kafka sulla spiaggia

Kafka

Ho ritrovato Edipo in Murakami.

Al mito di Edipo non pensavo da anni. Ritrovarlo in Kafka sulla spiaggia a poche settimane di distanza dalla lettura dissacrante di Dürrenmatt mi ha fatto pensare ad una strana coincidenza, proprio come quelle che accadono in questo romanzo visionario di Haruki, dove tutto ciò che è assurdo sembra reale.

Approfondire la lettura di un autore vuole anche dire cercarne i tratti distintivi, i segni invisibili fra le righe, la cifra stilistica insita nelle idee. Con Murakami è facile: c’è uno schema, ripetitivo ma non monotono, che ad ogni nuova lettura si rivela con maggior chiarezza. Non si tratta solo della costruzione narrativa, quasi sempre basata su storie parallele apparentemente slegate che a un certo punto della trama si annodano indissolubilmente. Ci sono, soprattutto, segni peculiari che caratterizzano la presenza di Murakami nei suoi libri, come quando Alfred Hitchcock compariva all’improvviso in una scena del film. Mettendoci la firma, ci rassicurava.

Allenamento costante del corpo umano, presenza di un essere dalla sessualità ambigua che funge da risolutore di problemi, capacità terapeutiche su ossa e muscoli, poteri sovrumani che si reincarnano in un soggetto debole quando muore un personaggio forte.

Certezza che esista un mondo parallelo al nostro.

Sogni che annaspano affannosamente nella realtà.

Per chi non conosce Murakami questo elenco sembrerà insensato e, forse, privo di interesse. Per chi lo conosce, invece, sarà come decifrare un codice, risolvere un enigma, ritrovarsi nelle sue visioni.

La trama di Kafka sulla spiaggia non si racconta. E’ un libro per chi sa vivere come i gatti, per chi crede ai ragazzi chiamati Corvi, per chi non ha bisogno di una spiegazione per ogni cosa.

E’ un libro che si ama o si odia. Come Murakami.

Chiedi, e ti vergognerai un attimo, non chiedere e ti vergognerai per sempre.

 

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L’ultimo Interlagos

Non sopporto gli addii.

Preferisco le uscite di scena silenziose, quelle che te ne vai mentre gli altri non se ne accorgono e quando ti vengono a cercare, è già troppo tardi, non ci sei più.

Però capisco che se sei un pilota brasiliano che per otto anni ha vestito la tuta della Ferrari e corri il tuo ultimo Gran premio con la rossa proprio sulla pista di casa, non puoi sgattaiolartene via in silenzio. Ti porti dietro la famiglia, organizzi una grande festa per il team, ti colleghi via radio in diretta sky durante il giro di riscaldamento per raccontare a tutti i ferraristi quali sono le sensazioni che stai provando. Felipe Massa ringrazia così, commosso, tutti i suoi tifosi. Quelli che gli hanno perdonato di aver perso il mondiale 2008 per una manciata di curve, quelli che lo hanno aspettato dopo l’incidente, quelli che lo hanno sempre amato, nonostante i risultati.

Se, invece, sei un galantuomo australiano e ad Interlagos corri l’ultimo Gran premio della tua vita, il minimo che ti possa capitare è di trovarti tutti meccanici che, in tuo onore, indossano l’Akubra, il tipico cappello aussie, e di vederti arrivare Fernando, espansivo nel suo sangue spagnolo, che ti abbraccia come fossi un fratello. Mark Webber saluta la F1 salendo sul podio, con la dignità e l’orgoglio di chi ha sfidato la sfortuna, senza mai riuscire a vincerla. Di uno così, si sentirà la mancanza.

Marzo è lontano.
C’è tutto un inverno in mezzo.
Le domeniche buie, il freddo, la neve.

Melbourne, 16/03/2014.
Per quel che mi riguarda, il conto alla rovescia è già iniziato.

webber felipe

Vieni via con me

Ogni volta che guardo l’interpretazione zingarettiana di Vieni via con me penso a quanto sia facile abusare dei vocaboli che descrivono le nostre sensazioni. E quanto sia superficiale rappresentare ciò che percepiamo con i termini sbagliati. Quante volte definiamo emozionante un evento, una scena cui assistiamo, un ricordo?

Troppe, per quel che mi riguarda.
La parola emozione abbonda impropriamente nel mio vocabolario; dovrei usarla con più parsimonia, centellinarla, riservala a ciò che veramente merita di essere definito emozionante. Tolta la sfera degli affetti, dove il termine emozione ha diritto di abbondare senza limiti, per tutto ciò che concerne il mondo circostante dovrei muovermi con più cautela.

E me ne rendo conto guardando ed ascoltando questa interpretazione sublime di Luca Zingaretti che, lungi dall’imitare l’eleganza e la maestria di Paolo Conte, inscena uno spettacolo di pochi minuti capace di insinuarsi nel profondo e di rimanerci dentro a lungo. E’ proprio come dice il dizionario alla voce emozione: un’intensa reazione, un’impressione viva, un turbamento.

Guardo Zingaretti e penso alle viscere, al desiderio profondo, alla costernazione.

Al pari di una tragedia greca, di un classico della letteratura, di un’opera sinfonica.

Emozionante.

Niente di nuovo ad Austin

Circuit of The Americas.

E’ tutto enorme in questo autodromo texano dal clima secco e polveroso: smisurate praterie circostanti, torri panoramiche dall’altezza vertiginosa, vie di fuga chilometriche, corsie dei box che a Montecarlo ce la fanno con meno della metà. Perfetto stile americano, grandioso, imponente, esagerato. Un contesto dal respiro ampio in cui le vetture possono sfrecciare libere da classifiche e da trofei.

“Sarà un Gran premio pieno di sorprese” profetizzava qualcuno solo poche ore fa.

E invece no.

Niente di nuovo ad Austin: lunga sfilza di righe fucsia sui tempi di Vettel, inaffidabilità della monoposto di Webber, Fernando con un potenziale che non può esprimere, Chilton in fondo alla classifica.

Si potrebbe anche cambiare canale o spegnere la tele, tanto qualsiasi cosa accada non fa più alcuna differenza.

Si potrebbe anche decidere di ripensarci fra quattro mesi, quando l’alba di Melbourne segnerà un nuovo inizio e saremo tutti gravidi di illusioni.

E invece no.

Il richiamo del rombo del motore non smette di echeggiare, nemmeno quando tutte le speranze sono perdute e all’orizzonte non c’è traguardo che ci interessi. Ce ne stiamo qui, a guardare il penultimo atto fino alla fine, serbando un sorriso amaro per la bandiera a scacchi.

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Storia di Lina che ha bisogno di parlare

“Ho trascorso un’estate tanto brutta che l’unica cosa che desidero è un inverno sereno.”

Lo dice così, ad alta voce, fissando il pavimento con aria affranta. Non capisco se stia parlando con me o con se stessa. Poi, sempre guardando le mattonelle rossastre puntinate di nero, mi dice:

“E lei come sta?”

Rispondo educatamente a questa sconosciuta che mi siede di fianco nell’enorme sala d’attesa dei poliambulatori. Più che in un luogo di cura sembra di essere in una stazione dei treni: architettura di cemento e vetro, tanta è la gente, tanta la confusione.

Ha un cappotto color cammello con il collo di pelliccia, un maglione di lana beige ed una sciarpa cremisi ben stretta attorno al collo. Fuori ci sono dieci gradi, il vento soffia forte, la pioggia sta per cadere. Qui dentro, però, c’è un microclima tropicale, afoso, umido, irrespirabile. Mi chiedo come faccia a resistere con tutti quegli strati di calore addosso.

“Ho le guance in fiamme” mi dice “e ogni tanto mi sembra che vada in fiamme anche il cervello. Tutti questi accertamenti, questi esami, queste visite, sono così distruttive che non ne voglio più fare.”

Elegante come un cigno, i lunghi capelli grigi raccolti in un morbido chignon, la postura regale di una nobildonna. Si chiama Lina, ha un passato a Vicenza, un marito che non c’è più, un figlio che vive a Ravenna e una nipote che studia a Padova.

E’ sola Lina e ha bisogno di parlare.

Così, vincendo la mia naturale tendenza all’asocialità, mi metto a sua disposizione, seguo i suoi racconti, raccolgo le sue confidenze. Lo sguardo di Lina sale dal pavimento ai miei occhi, la sua espressione da affranta diventa più serena, l’apatia lascia spazio a qualche timido sorriso.

“Secondo lei, ci vuole tanto a capire che ho solo bisogno di parlare?”

E’ sola Lina e quel che cerca è qualcuno che l’ascolti.

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Per un’ora d’amore

Uscita dal tunnel di Nuvola numero nove, faccio zapping sull’iPod in cerca di qualcosa di vecchio da ascoltare. Mi succede sempre così: dopo aver riprodotto e cantato un nuovo album al limite dello sfinimento, vado a ripescare nel passato, anche remoto, sonorità più datate. Il motivo mi è ignoto.

Navigo fra le vecchie playlist e mi fermo qui, nel punto in cui l’alternative rock incontra la voce di un angelo, sulle note flebili ed elettriche con cui i Subsonica, band d’avanguardia anni novanta, rivisitano una canzone dei Matia Bazar, gruppo leggendario degli anni settanta.

Ascoltare oggi Per un’ora d’amore è forse anacronistico. Siamo in un secolo nuovo, le nostalgie e i sentimentalismi dovremmo imparare a lasciarceli alle spalle. Se poi la nostalgia è incarnata da un mix atipico di epoche musicali diverse, il dolo potrebbe essere doppio.

Ma non sembra anche a voi che ascoltare la voce celestiale di Antonella Ruggiero sia un’esperienza senza tempo?

Vocalizzi da sirena, acuti di cristallo, vibrazioni perfette.

Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve

Sono in netta minoranza, lo so, ma Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve di Jonas Jonasson non mi ha del tutto persuasa. Quando ho girato l’ultima pagina ho pensato: eccessivo, leggero, vuoto.

La trama è siffatta: nel giorno del suo centesimo compleanno un arzillo vecchietto, il Sig. Allan Karlsson, decide di fuggire dall’ospizio in cui si trova e di vagare, senza meta né scopo, pur di evitare il noioso e prevedibile futuro nella casa di riposo che lo ospita. Inciamperà in una lunga sequenza di accadimenti paradossali: furti, rapimenti, omicidi, elefanti trasportati su pulmini gialli, falsi terroristi che esplodono a Gibuti, equivoci a catena mascherati da inverosimili traffici internazionali.

Mentre la narrazione al presente scorre fra poliziotti incapaci, bande di teppisti imbranati e milioni di corone svedesi, in lunghi capitoli paralleli veniamo a conoscenza della storia di Allan, del suo mestiere di artificiere, dei suoi trascorsi di amico e confidente dei più grandi capi di Stato e dittatori del secolo passato (da Truman a Churchill, da Mao Tse-tung a Stalin, dallo Scià di Persia al Generale Franco) e della sua natura di approfittatore di situazioni e di relazioni.

L’dea del simpatico vecchietto che ne combina di tutti i colori è accattivante, ma non originale. Nel mondo delle commedie e dei cartoon ne abbiamo letti e visti tanti. Non che questo libro non abbia pregi: è rocambolesco, a tratti divertente, ha un ritmo sostenuto e scorrevole. E poi Jonasson è un indubbio conoscitore della storia mondiale del secolo scorso, un esperto dei suoi intrecci politici e militari e ne dà ampio sfoggio in un libro scritto con il preciso intento di stupire attraverso la concatenazione dell’assurdo. In questo è ammirevole.

Però per me funziona così: quando arrivo alla metà di un libro e inizio a sospirare, contando quante pagine mi mancano per arrivarci in fondo, vuol dire che qualcosa non va. Il difetto di questo campione di incassi mondiale è la ripetitività schematica, la costruzione della trama riproposta in modo identico nelle scene e nelle dinamiche. Lo schema narrativo è uguale a se stesso per ben quattrocentoquarantasei pagine.

Alla lunga è prevedibile.
Alla lunga stufa.

E comunque, che a me sia piaciuto moderatamente non ha alcuna importanza, perché quando uno scrittore vende milioni di copie in tutto il mondo, alla fine della fiera, ha sempre ragione lui.

Mi sa che dopo una lettura così futile, ho proprio bisogno di rifugiarmi in Murakami….

Il centenario