Sono nato gabbiano *

Gabbiano

Sono nato gabbiano, è una fortuna che ho.

Sarei potuto nascere cinghiale o montone, luccio o delfino, ragno o mantide, non sarei stato così fortunato. Avrei avuto per me solo una frazione di mondo, sarei stato parziale, imperfetto. E invece la natura mi ha donato la completezza: da gabbiano posso godere dell’intero universo e non solo perché possiedo le ali. Continua a leggere

E’ lei il gatto, è lui il topo

Gatto e topo

Federico si sdraia nell’erba a pancia in giù.
Sandra se n’è appena andata, gli ha detto addio.

Il giardino è bagnato; la bruma d’ottobre, che da giorni appanna la pianura, è precipitata sul terreno creando una scia d’umidità che penetra Federico sotto forma di malinconia.
I vestiti si irrorano lentamente, Federico non si muove, lascia che l’acqua fresca trapassi i tessuti in tutti gli strati che indossa. Non gli dispiace che la rugiada si insinui nel suo corpo, desidera che l’umidità si diffonda in lui dove già sta transitando il dolore. Continua a leggere

Suzuka’s phanpone

Mi risparmio le considerazioni collaterali, quelle che hanno a che fare con l’opportunità di far partire un Gran premio dentro ad un tifone. Inutile arrabbiarsi, chi segue questo sport sa che sono le esigenze economiche a dettarne le regole, dibatterne e inalberarsi non serve.

Mi limito a guardare la pioggia fattasi nebbia polverosa e cerco di immaginare cosa provino i piloti a partire dietro la safety car sapendo di avere visibilità nulla, con il cielo che si fa buio e le ruote che pattinano sull’acqua di un asfalto poco drenante. Paura, adrenalina e che la sorte mi aiuti, queste le vibrazioni e le speranze che immagino scorrere dentro ai caschi della pit lane, dalla prima all’ultima fila.

Guardo l’evolversi della gara, la bandiera rossa, la ripartenza, la desolazione di Fernando, i sorpassi di Ricciardo e Vettel, la pista che si asciuga, Kimi là in fondo, la gara che si riaccende, la pioggia che ritorna, le gomme intermedie che non ce la fanno, Sutil a muro, Jules Bianchi che scompare, la red flag che ritorna.

Si chiama Phanfone e come tutti i tifoni che si rispettino si crede onnipotente, capace di condizionare la vita delle porzioni terresti su cui scarica la propria furia. E invece no, stavolta non ha vinto lui, ha vinto la Formula 1, con un pilota in gravissime condizioni e un’ambulanza che lo porta via.

Mestamente mi chiedo: ma che vittoria è? Ma che sport è?

Phanfone1

Lo specchio di Giacomo **

Mi piace quel ragazzino. Non ho ancora capito se sono io ad imbrogliare lui o lui a prendersi gioco di me. Credo, più verosimilmente, che di bisogno si tratti e non di inganno. Un bisogno reciproco, il nostro, una necessità vitale, in qualche modo: di crescita per lui, di sopravvivenza per me.

Ho avuto un’esistenza banale e non posso trincerarmi, per giustificare le mie numerose dipendenze, dietro drammi infantili, lutti non elaborati, maltrattamenti subiti. Non ho scuse, sono solo una donna debole che è stata viziata e protetta da due genitori ingenui e troppo accondiscendenti, una smidollata che si è persa negli abissi di una vita inconsistente. La colpa è solo mia, che invece di ringraziare ed impegnarmi, ho sperperato in polveri, alcolici e pasticche tutto ciò che mi è stato dato, compreso l’affetto. E’ un giudizio corretto quello che la madre di Giacomo esprime su di me ogni volta che mi spia da dietro le tende della sua cucina. Quell’arpia ha ragione: sono una farabutta.

Giacomo è l’unica persona che si prende cura di me, o meglio, che mi controlla; non passa giorno che non verifichi da dietro i vetri della sua stanza se esisto ancora. Vuole sincerarsi che l’ombra di Vittoria sia viva. Ogni tanto lo ringrazio, a modo mio, inscenando spettacoli di danza e canti sfrenati con le luci accese e le finestre aperte. Il ragazzino ride di gusto quando mi vede così brillante; nelle fasi euforiche so essere divertente e rassicurante, Giacomo si rilassa e va a dormire tranquillo. Quando sento il down arrivare, invece, lascio filtrare il sole del pomeriggio dalle persiane, facendo in modo che la mia sagoma si proietti contro il muro, così Giacomo sa che mi sto trasformando in un’ombra e rimane in allerta. Quando, poi, mi vede rincasare di prima mattina, sa che le cose si metteranno per il peggio e si tiene pronto a fare, educatamente, irruzione. La cosa più importante di tutte è non chiudere a chiave la porta di casa, la lascio sempre aperta e lui lo sa.

E’ il mio specchio Giacomo, io gli mando segnali precisi, lui reagisce specularmente.

Finché mi vedo in lui, vuol dire che sono viva.

** Fine

specchio