Belli capelli, per finire

Tice, Bettina e Fabiano racchiusi nei versi di Francesco De Gregori.

Belli capelli, capelli bianchi
che si fermarono a una fontana
a pettinare gli anni

Capelli come autostrade
la mattina sopra il tuo cuscino
che quando tira vento
diventano i capelli di un ragazzino

Belli capelli, che stanotte è notte,
ma verrà mattino

Belli capelli

(fine)

 

Il grano di Bettina

Tricotillomania.

E’ la parola che scorre dentro i miei occhi chiusi mentre faccio scivolare il tuo grano di sale fra le dita della mano sinistra. Una parola che suona come un solletico, una tiritera da bambini in un gioco di rime. Magari fosse una cantilena, non sai quanto vorrei che si rivelasse uno scherzo. Tricotillomania, invece, è una preoccupazione reale, una parola difficile scritta sul referto dello psichiatra infantile che oggi ti ha visitata, Bettina mia cara.

Una parola pesante che grava sui tuoi cinque anni come una valigia enorme e poderosa di cui nessuno sa se riuscirai a liberarti. Compulsione ed ossessione le brutte parole, fra loro rimate, che si associano a quest’assurdità. Non riesco ad immaginare concetti più distanti dal tuo sorriso di bambina, così amabile, così inconsapevole.

Sono tanti i capelli che ogni mattino riposano sul tuo cuscino colorato, sparsi e scomposti fra le facciotte sorridenti degli animaletti del bosco, infilati nelle pieghe della federa stropicciata, inermi e incolpevoli, staccati dalla tua cute. Nel sonno le tue manine cicciotte non riescono a stare ferme: afferrano, tirano, tirano, strappano, strappano, strappano. Non te ne accorgi, ma c’è una serpe silente che agisce di notte mentre sogni. Proteggerti da questa strega del buio non è facile, nessuno sa come si deve fare, è solo nello scorrere del tempo che dobbiamo riporre le speranze.

Sperare non è agire e io altro non posso fare.

Non c’è verso di appiattirlo questo grano di sale, premo con forza mentre lo passo fra il pollice e le altre dita; lo sento indeformabile, forgiato da aculei che non riesco a smussare.

Che questo grano di sale ti protegga Bettina, che il tempo levighi queste spine appuntite e inghiotta nel buio le brutte parole, le streghe, le paure.

Bettina

(fine terza parte)

Il grano di Fabiano

Ti sto guardando Fabiano.

Anche se ho gli occhi chiusi, ti vedo.

Vedo il ragazzino che eri fino a pochi giorni fa, chiuso nella tua stanza a studiare per l’esame di maturità. Ti sento ripetere ad alta voce la storia della filosofia e raccontare la letteratura greca come fosse una favola. Hai una voce altalenante, morbida e stridula, vigorosa e timida, che cambia col mutare dei tuoi ragionamenti. Mi piace ascoltare, dall’altra parte della porta, l’andamento dissonante delle tue corde vocali. Assorbo, contemplandoti assorto nelle meditazioni di fine adolescenza, la forza dei tuoi anni. Scorgo, nelle tue spalle grandi e nei peli folti che ti spuntano dalle ascelle, i segni della pubertà compiuta che marcano il passaggio irreversibile all’età delle responsabilità.

Vedo l’uomo che sei diventato tuo malgrado, per colpa di un incidente, di una disattenzione, di una follia. Nemmeno tu sai come chiamarla.

Sento il trillo del campanello, il cigolio smorzato della porta di casa che si apre,  il ticchettare di tacchi sconosciuti associati all’immagine di un’estranea che incombe in salotto comportandosi come fosse una di famiglia. Tanti anni più di te, un’identità formata, una presenza adulta. Dimentico, mentre ascolto le sue parole, cosa sia l’educazione, e inveisco, mi scaglio contro di lei contravvenendo al ritegno che sarebbe consono per la mia età. Dice di essere in attesa di un figlio tuo, dice di amarti, dice di volerti sposare. Nulla voglio sapere di lei, solo annientarla, distruggerla, eliminarla dalle nostre vite.

Osservo il tuo sguardo fisso sul pavimento, lo so che vorresti inondare di lacrime il parquet. E invece provi a comportarti da uomo, ti cali nella parte dell’adulto che non sei e tenti di convincerci che ce la farai, che ce la farete.

Il grano di sale che sto facendo scivolare fra le dita della mano destra si sta sciogliendo. Gli spigoli non ci sono più, è diventato piatto ed appiccicoso. Il calore delle mie mani trasuda rabbia, rancore, odio. Sentimenti che non sono miei.

Che il grano di sale ti protegga Fabiano, che ci protegga tutti.

Fabiano

(fine seconda parte)

 

Con due grani di sale grosso

Due grani di sale grosso, che siano più o meno delle stesse dimensioni, sagomati col medesimo taglio. La scelta dei pizzichi è una liturgia leggera, si rovescia il barattolo del sale su una superficie morbida, scura il più possibile per far risaltare il bianco dei chicchi. Bisogna afferrarli con due dita, pollice e indice, valutarne la corposità, saggiarne i contorni, selezionare i più adeguati e poi passarli e ripassarli fra i pollici e le altre dita: i medi, gli anulari, i mignoli e via così, a ritroso e in avanti finché i pensieri non sono esauriti, fin quando gli auspici non si sono rivelati. Gli occhi è bene che siano chiusi, le palpebre rilassate, il respiro profondo e regolare. E la mente – la mente – concentrata sul destino di chi si vuole aiutare.

E’ un rito di protezione insegnato da nonna Ada a Tice quand’era bambina. A lei pareva una carezza, una nenia muta capace di cullare la sua infinita timidezza. Aveva un fare così solenne nonna Ada quando, appena prima del tramonto, si sedeva sotto la veranda, con la retina da notte in testa e il grembiule da cucina ancora annodato in vita. Tice ricorda il rumore secco del barattolo del sale rovesciato su uno scampolo di pannetto verde cupo. Nonna l’aveva comprato al mercato del giovedì con quell’unico scopo: far da tappeto ai grani di sale. Tice si accucciava ai piedi della nonna, le cingeva il polpaccio con le braccia, le poggiava il capo sul ginocchio. Stava ferma lì mentre nonna, in silenzio, faceva scivolare i grani sui polpastrelli. Non una parola le usciva dalla bocca, dalle narici solo lunghi respiri modulati.

Ada le aveva raccontato che era usanza di famiglia, che si tramandava da generazioni nella stirpe dei Boeri e che tutte le donne, di sangue o acquisite, dovevano apprendere il rito per poter proteggere le persone care, scegliersi un panno che le accompagnasse per la vita e imparare l’arte di valutare i grani. Tice sospettava che la messa in scena del piccolo tappeto e i dei grani di sale grosso fosse un’invenzione di nonna Ada e che quel rito servisse solo a lei, a darsi quiete, a proteggersi da sola dalle proprie ansie.

Così, oggi che Tice è nonna a sua volta, oggi che avverte il forte bisogno di placare le proprie paure, decide di ricorrere al rito, anche se non ci crede, anche se non ci ha mai creduto. Scende in cantina, rovista in un vecchio baule zeppo di muffa e di ricordi ed estrae, dal fondo incartato, un ritaglio di mussola blu.
Con pazienza attende che cali il sole.

Quando poche linee di luce rimangono a illuminare, si siede in giardino, chiude gli occhi e con due grani di sale grosso fra le dita inizia a respirare.

Un grano è per Fabiano.

Un grano è per Bettina.

Due grani di sale grosso

(fine prima parte)

 

 

 

Quattro etti d’amore, grazie

“Le cose normali della vita.”
E’ la risposta che ho dato a chi mi ha chiesto: “Cosa c’è in questo libro?”

E’ talmente capace Chiara Gamberale di raccontare le cose normali della vita da saperle trasformare in straordinarie rivelazioni. E il bello è che per narrarle non ha bisogno di artifici, non cerca effetti, non escogita magie. Sa rendere speciale la normalità vissuta, ne scova le insenature introvabili cercando di liberarne le ali più profonde.

Non è ossequiosa delle regole della grammatica la Gamberale, non è un’ortodossa della lingua italiana classica. Le piacciono i periodi spezzati, le frasi brevi e ripetitive. Quando vuole dare vigore a un concetto o esaltare un’immagine, lo fa con la forma più che con la sostanza, scomponendo pensieri brevi in frasi mozzate e replicate. E le riesce così bene che mentre la si legge si inizia a pensare così, con quei frammenti cadenzati che regolano il ritmo delle riflessioni.

In Erica e Tea, la mamma lavoratrice e l’attrice infelice protagoniste di Quattro etti d’amore, grazie, è racchiuso l’universo di noi donne contemporanee. I nostri lati sognanti e quelli concreti, le paure e le verità, l’istinto famigliare ed il sano anelito di libertà.

In quattro etti d’amore ci sta la felicità, la ricerca di un benessere durevole o, più realisticamente, di un morbido equilibrio.

…per tutte le maledette esistenze che potrebbero farci felici, se non fossimo sempre alle prese con la nostra.

quattro etti

Una consapevolezza capace di rovinarti la vita

In questo fine settimana sportivo che parla francese, a ronzarmi in testa c’è una frase di Jacques Villeneuve, figlio dell’indimenticabile Gilles a cui il circuito automobilistico di Montréal è dedicato.

Una frase pronunciata con una certa solennità, poco prima delle qualifiche, con un tono di afflizione intrisa di enfasi. Un frase che suona più o meno così: “Quando sei in Formula 1, sapere che il tuo rivale, nonché amico, corre più forte di te, è una consapevolezza capace di rovinarti la vita”. Si riferiva a Hamilton e Rosberg, rivali di oggi e amici, presunti, di sempre.

Se lo dice Jacques, pilota meteora degli anni novanta che nel 1997 vinse un mondiale guidando una Williams, c’è da credergli. Se lo dice lui che è figlio di cotanto padre, c’è da rifletterci su, con molta attenzione.

Li vediamo in tante vesti umorali questi piloti di Formula 1, tutti uguali (tranne Kimi) nella gioia della vittoria, nella delusione della sconfitta, nella rabbia quando la cattiva sorte si accanisce.

Non avevo mai pensato che ci si potesse far rovinare la vita da chi è capace di volare più veloce di te, da chi è più bravo, da chi ha più talento. Perché non è di sana invidia che stiamo parlando, ma di qualcosa di più profondo, di una ragione assoluta che non lascia via di scampo, dell’essenza stessa di essere un pilota.

E allora mi accingo a guardare il Gran premio del Canada con occhi diversi, liberandomi dalle sovrastrutture, dal mio solito modo empatico di vivere la gara, dagli stereotipi di cui anch’io sono satura, come tutti. Provo a lasciarli nudi, questi occhi, perché vorrei sentire quel che prova il pilota, immedesimarmi in quella consapevolezza capace di rovinarmi la vita da cui dipende il mio futuro, la mia felicità. Salirò in macchina con Nico o con Lewis e proverò a pensare come loro, cercherò di capire perché è così importante vincere.

Per come sono fatta, già lo so che faticherò, mi verrà in mente la competitività limpida di Rafa Nadal che ha appena sconfitto Nole Djokovic nella finale del Roland Garros. Con rispetto, col giusto agonismo, quasi con affetto. Scaccerò il pensiero delle vittorie senza cattiveria, provando ad avvicinarmi all’idea che se a vincere è il migliore, a qualcun altro gli si rovina la vita.

E se non ce la farò, chiederò aiuto alle galline, che sempre mi fanno compagnia quando si corre Montréal.

https://righeorizzontali.wordpress.com/2013/06/06/lantennista-le-galline-e-il-gp-di-montreal/

Salut-Gilles

Storia di Girl fra i banchi del mercato

Gestisce un banco di tessuti, giocattoli e chincaglierie. Difficile attribuirle un’età precisa, forse fra i trenta e i quaranta, è una donna che vive male la propria giovinezza. Ha i capelli ramati, lunghi e poco curati, la pelle diafana e lentigginosa, le braccia robuste. Una voce mascolina e profonda esce dalle sue labbra filiformi: un crepito, un rantolo, suoni disarmonici. Indossa una maglietta turchese con un supereroe della Marvel stampato sul ventre e sul seno florido la scritta: I’m a girl.

Se ne sta ferma al centro della suo stallo, con i piedi ben piantati sul suolo e le mani ben salde sul registratore di cassa. Lo sguardo mai fermo ruota sulla merce, sui clienti, sui suoi “collaboratori”. Movimenti oculari continui a cui niente sfugge, artigli al posto delle sopracciglia e telecamere di sicurezza al posto delle pupille.

Intorno a lei due giovanissimi ragazzi del Sud America, dai tratti somatici boliviani o ecuadoregni, si danno da fare eseguendo gli ordini di Girl. Sono loro che servono la clientela, che sorridono, consigliano, imbustano gli acquisti, ritirano il denaro che dalle loro mani finisce direttamente in quelle del Capo. La chiamano così: Capo.
La rispettano e la temono, è da lei che dipendono, altro non possono fare. La loro sollecitudine, cortese ed educata, è velata da un impalpabile soffio di paura. Forse è solo la mia immaginazione a percepire quel soffio o forse è l’empatia che provo nei loro confronti a farmelo avvertire, leggero, sulla pelle.

C’è un contrasto cromatico pesante fra questi due ragazzini e Girl, un contrato che rievoca epoche passate su cui si affacciano brutti pensieri che bisognerebbe scacciare. Lei così bianca che comanda, loro così scuri che eseguono gli ordini.

Gli affari vanno bene, di denaro ne scorre parecchio, l’incasso sarà alto, Girl soddisfatta. E ai ragazzi, forse, sarà concesso un pomeriggio di riposo.

Invece di comprare un vaso vorrei spendere i miei soldi per comprare un po’ di libertà, nel caso ne avessero bisogno.

mercato