Belli capelli, per finire

Tice, Bettina e Fabiano racchiusi nei versi di Francesco De Gregori.

Belli capelli, capelli bianchi
che si fermarono a una fontana
a pettinare gli anni

Capelli come autostrade
la mattina sopra il tuo cuscino
che quando tira vento
diventano i capelli di un ragazzino

Belli capelli, che stanotte è notte,
ma verrà mattino

Belli capelli

(fine)

 

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Quattro etti d’amore, grazie

“Le cose normali della vita.”
E’ la risposta che ho dato a chi mi ha chiesto: “Cosa c’è in questo libro?”

E’ talmente capace Chiara Gamberale di raccontare le cose normali della vita da saperle trasformare in straordinarie rivelazioni. E il bello è che per narrarle non ha bisogno di artifici, non cerca effetti, non escogita magie. Sa rendere speciale la normalità vissuta, ne scova le insenature introvabili cercando di liberarne le ali più profonde.

Non è ossequiosa delle regole della grammatica la Gamberale, non è un’ortodossa della lingua italiana classica. Le piacciono i periodi spezzati, le frasi brevi e ripetitive. Quando vuole dare vigore a un concetto o esaltare un’immagine, lo fa con la forma più che con la sostanza, scomponendo pensieri brevi in frasi mozzate e replicate. E le riesce così bene che mentre la si legge si inizia a pensare così, con quei frammenti cadenzati che regolano il ritmo delle riflessioni.

In Erica e Tea, la mamma lavoratrice e l’attrice infelice protagoniste di Quattro etti d’amore, grazie, è racchiuso l’universo di noi donne contemporanee. I nostri lati sognanti e quelli concreti, le paure e le verità, l’istinto famigliare ed il sano anelito di libertà.

In quattro etti d’amore ci sta la felicità, la ricerca di un benessere durevole o, più realisticamente, di un morbido equilibrio.

…per tutte le maledette esistenze che potrebbero farci felici, se non fossimo sempre alle prese con la nostra.

quattro etti

Una consapevolezza capace di rovinarti la vita

In questo fine settimana sportivo che parla francese, a ronzarmi in testa c’è una frase di Jacques Villeneuve, figlio dell’indimenticabile Gilles a cui il circuito automobilistico di Montréal è dedicato.

Una frase pronunciata con una certa solennità, poco prima delle qualifiche, con un tono di afflizione intrisa di enfasi. Un frase che suona più o meno così: “Quando sei in Formula 1, sapere che il tuo rivale, nonché amico, corre più forte di te, è una consapevolezza capace di rovinarti la vita”. Si riferiva a Hamilton e Rosberg, rivali di oggi e amici, presunti, di sempre.

Se lo dice Jacques, pilota meteora degli anni novanta che nel 1997 vinse un mondiale guidando una Williams, c’è da credergli. Se lo dice lui che è figlio di cotanto padre, c’è da rifletterci su, con molta attenzione.

Li vediamo in tante vesti umorali questi piloti di Formula 1, tutti uguali (tranne Kimi) nella gioia della vittoria, nella delusione della sconfitta, nella rabbia quando la cattiva sorte si accanisce.

Non avevo mai pensato che ci si potesse far rovinare la vita da chi è capace di volare più veloce di te, da chi è più bravo, da chi ha più talento. Perché non è di sana invidia che stiamo parlando, ma di qualcosa di più profondo, di una ragione assoluta che non lascia via di scampo, dell’essenza stessa di essere un pilota.

E allora mi accingo a guardare il Gran premio del Canada con occhi diversi, liberandomi dalle sovrastrutture, dal mio solito modo empatico di vivere la gara, dagli stereotipi di cui anch’io sono satura, come tutti. Provo a lasciarli nudi, questi occhi, perché vorrei sentire quel che prova il pilota, immedesimarmi in quella consapevolezza capace di rovinarmi la vita da cui dipende il mio futuro, la mia felicità. Salirò in macchina con Nico o con Lewis e proverò a pensare come loro, cercherò di capire perché è così importante vincere.

Per come sono fatta, già lo so che faticherò, mi verrà in mente la competitività limpida di Rafa Nadal che ha appena sconfitto Nole Djokovic nella finale del Roland Garros. Con rispetto, col giusto agonismo, quasi con affetto. Scaccerò il pensiero delle vittorie senza cattiveria, provando ad avvicinarmi all’idea che se a vincere è il migliore, a qualcun altro gli si rovina la vita.

E se non ce la farò, chiederò aiuto alle galline, che sempre mi fanno compagnia quando si corre Montréal.

https://righeorizzontali.wordpress.com/2013/06/06/lantennista-le-galline-e-il-gp-di-montreal/

Salut-Gilles

Storia di Girl fra i banchi del mercato

Gestisce un banco di tessuti, giocattoli e chincaglierie. Difficile attribuirle un’età precisa, forse fra i trenta e i quaranta, è una donna che vive male la propria giovinezza. Ha i capelli ramati, lunghi e poco curati, la pelle diafana e lentigginosa, le braccia robuste. Una voce mascolina e profonda esce dalle sue labbra filiformi: un crepito, un rantolo, suoni disarmonici. Indossa una maglietta turchese con un supereroe della Marvel stampato sul ventre e sul seno florido la scritta: I’m a girl.

Se ne sta ferma al centro della suo stallo, con i piedi ben piantati sul suolo e le mani ben salde sul registratore di cassa. Lo sguardo mai fermo ruota sulla merce, sui clienti, sui suoi “collaboratori”. Movimenti oculari continui a cui niente sfugge, artigli al posto delle sopracciglia e telecamere di sicurezza al posto delle pupille.

Intorno a lei due giovanissimi ragazzi del Sud America, dai tratti somatici boliviani o ecuadoregni, si danno da fare eseguendo gli ordini di Girl. Sono loro che servono la clientela, che sorridono, consigliano, imbustano gli acquisti, ritirano il denaro che dalle loro mani finisce direttamente in quelle del Capo. La chiamano così: Capo.
La rispettano e la temono, è da lei che dipendono, altro non possono fare. La loro sollecitudine, cortese ed educata, è velata da un impalpabile soffio di paura. Forse è solo la mia immaginazione a percepire quel soffio o forse è l’empatia che provo nei loro confronti a farmelo avvertire, leggero, sulla pelle.

C’è un contrasto cromatico pesante fra questi due ragazzini e Girl, un contrato che rievoca epoche passate su cui si affacciano brutti pensieri che bisognerebbe scacciare. Lei così bianca che comanda, loro così scuri che eseguono gli ordini.

Gli affari vanno bene, di denaro ne scorre parecchio, l’incasso sarà alto, Girl soddisfatta. E ai ragazzi, forse, sarà concesso un pomeriggio di riposo.

Invece di comprare un vaso vorrei spendere i miei soldi per comprare un po’ di libertà, nel caso ne avessero bisogno.

mercato