La figlia della fortuna

E dopo i romanzi visionari, i commissari solitari, le letture poco convincenti e quelle dissacranti, ho scelto di chiudere la mia biblioteca del 2013 con un esemplare perfetto di narrativa classica ed eterna: La figlia della fortuna di Isabel Allende.

Scegliere Isabel vuol dire non rischiare, significa sapere in partenza che si avrà per le mani un buon libro, che ci si immergerà in una storia trascinante e che le parole non deluderanno.

Scritto nel 1999, ambientato nella prima metà del 1800, questo libro poderoso ha tutti i tratti del romanzo storico epocale. La corsa all’oro è al centro della trama, il Cile e la California le ambientazioni in cui prendono vita le drammatiche esistenze dei personaggi, orde di popolazioni innocenti condannate ad una quotidiana realtà di schiavitù, miseria e violenza.

Eliza, bambina cilena abbandonata in una scatola di latta e cresciuta in un’agiata famiglia inglese, e Tao Chi’en, giovane medico cinese che per sopravvivere deve farsi schiavo, incroceranno i loro destini e le loro anime nel bel mezzo dell’oceano pacifico. Attraverseranno lunghi periodi di dolore e disperazione, anni di privazioni ed intemperie, usciranno ed entreranno dentro le loro stesse vite come fantasmi vaganti dentro a sogni infiniti.

E’ un libro sulla ricerca della libertà e sul senso profondo dell’amore.
Un romanzo impregnato di rispetto per la vita.

Pianse copiosamente le perdite taciute nel corso della sua vita, i momenti di rabbia nascosti per buona educazione, per i segreti che le gravavano addosso come ceppi di un prigioniero e per l’ardente gioventù buttata al vento semplicemente a causa della cattiva sorte di essere nata donna.

La figlia della fortuna

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Guarda l’alba

Ho scelto la mia canzone di Natale. Ho messo da parte gli “Oh happy day”, i “Last Christmas”, i “Let it snow” e ascolto la voce appuntita e irrequieta di Carmen Consoli che, guardando l’alba, rinasce.

Fra le note di Guarda l’alba c’è una donna che ripercorre i Natali della sua vita, rivive quelli passati e immagina quelli che verranno. E’ una ragazza che si sdoppia e che guardandosi allo specchio si vede impavida. Una donna che, indossando una faccia nuova, sa accettare l’assenza di chi ama.

Abbiamo tutti bisogno di un’alba che ci insegni a sorridere.

Buon Natale.

Tutto inizia,
invecchia,
cambia forma,
l’amore tutto si trasforma,
nel chiudersi un fiore al tramonto si rigenera.

After dark

After dark

Stavo iniziando a preoccuparmi, il sospetto di aver sviluppato una Murakami dipendenza un po’ mi angustiava. Poi ho letto After dark e il fervore murakamiano si è leggermente affievolito.

Questo autore è un enigma, persino quando scrive un libro noioso mi fa stare aggrappata alla storia, mi costringe ad entrare nelle vite dei personaggi anche se non hanno niente di particolare da dire o da fare.

Perché?

Due sorelle che non si somigliano, un trombonista che vuol fare il magistrato, un impiegato violento: Mari ed Eri, Takahashi e Shirakawa. I soliti mondi paralleli, le ore di sonno infinite, i dialoghi lenti, le descrizioni minuziose ripetute allo sfinimento.

Un libro compiuto in cui si verificano inspiegabili coincidenze, i percorsi si intrecciano, di risposte non ce ne sono. Un romanzo sospeso fra gatti che mangiano briciole e le note di Curtis Fuller.

E’ Murakami, prestigiatore di storie.

Nei suoi occhi, come in due nuvole grigie riflesse sulla superficie liscia di un lago, affiora il colore della solitudine.

 

Mary

A proposito di vecchi brani ripescati nella memoria,
a proposito di legami di sangue che distruggono le esistenze di giovani donne,
a proposito di canzoni che sono racconti,
ecco che dall’Ipod in modalità random salgono le note di Mary dei Gemelli DiVersi.

Penso subito a quella Lei che fissava il vuoto nella vetrina della libreria, a quel desiderio di silenzio, alla sua stagione complicata e dolorosa. La voce di Strano, penso, potrebbe fare da sottofondo alla sua vita. La pioggia e le sirene che si sentono all’inizio del brano, il modo risoluto in cui viene narrato l’abuso, l’intensità mista a speranza di quel coro gospel finale. C’è tutto quel che serve per immaginare e capire.

Bellissima canzone dal successo internazionale, mix di generi musicali contemporanei che non so distinguere fino in fondo, voci profonde e limpide che sanno interpretare la drammaticità e la forza.

Si sente sola Mary
ora ha paura Mary
l’ho vista piangere
poi chiedere
una risposta al cielo Mary

Una brutta faccenda

Un tangibile senso di famiglia pervade le pagine del secondo Bordelli.
Il commissario Bordelli non ha moglie, né figli, è un uomo solo.

Eppure una famiglia ce l’ha: una parentela affettiva che si compone a pezzi, un nucleo famigliare che all’anagrafe non potrebbe essere riconosciuto, un vincolo senza sangue che scalda le fredde serate di una primavera che tarda ad arrivare.

Perché c’è Rosa, il suo rifugio, la comprensione, le sue mani da baciare. La prostituta a risposo che sa tenergli compagnia anche senza parlare, che sferruzza per lui improbabili maglioni verdi, che gli versa bicchieri di cognac cantando canzoni stonate. La donna che da anni lo aspetta e lo accetta, quella che lo vorrebbe amare ben sapendo che amanti non potranno mai essere.
E perché ci sono Piras e Totò, il Botta e Dante, Mugnai e Diotivede. L’universo bordelliano che contorna le sue giornate.

E poi c’è la notte, le ore più piccole dell’orologio, il buio pesto in cui il mondo interiore di Bordelli riemerge, dentro cui annega i suoi ricordi di guerra fissando il vuoto in attesa che il sonno finalmente lo allontani dalla sua endemica solitudine.

Infine c’è il giallo, una brutta faccenda di bambine assassinate che si intreccia con un passato nazista da dimenticare.

E’ solo il mio secondo libro di Marco Vichi; ce ne sono altri nella libreria che mi aspettano, per fortuna.

Bè, in fondo non ci credeva troppo nemmeno lui, all’amore. L’amore non esisteva veramente, pensò, era solo un modo come un altro di sperare che qualcosa non finisca mai. Un delirio tutto umano, molto poco intelligente.

Un brutta faccenda

Storia di Lei

E’ ferma davanti ad una vetrina illuminata. Intorno un gran via vai di persone anima la Via Emilia. Il rumore dei passi sul marciapiede la disturba, lo capisco. Fissa gli stessi libri che sto osservando io, ma si vede che Lei non li sta guardando, sta solo cercando qualcosa di immobile su cui fermare lo sguardo, qualcosa che le consenta di non pensare. O di concentrarsi meglio, non so. Vorrebbe essere sola e starsene in silenzio, è facile intuirlo. Sta facendo buio, tutto dietro di noi si muove, solo io e Lei rimaniamo immobili in questa banale scena di frenesia prenatalizia.

La natura le ha donato meno anni di me e molti più centimetri. Ha un corpo slanciato avvolto in un paio di jeans e in un giaccone di pesante lana blu. Le mani protette da un paio di guanti lisi. Li toglie e li rimette muovendo in continuazione le dita. Sul capo un berretto di angora da cui escono ciocche di capelli ondulati è calato sulla fronte fino a coprire le sopracciglia. A tracolla una borsa militare di tela grezza, di quelle che andavano di moda negli anni ottanta quando io ero ragazzina.

E’ bella, di una bellezza non canonica, modesta, quasi nascosta, di quelle bellezze che cogli solo se le guardi a lungo.

Ha un tormento dentro, c’è qualcosa che le toglie serenità ed il suo strazio è talmente percettibile che vorrei chiederle se ha bisogno di aiuto, ma non sono invadente e non chiedo. La osservo discretamente attraverso il vetro e vedo una ragazza che sta percorrendo una stagione complicata e dolorosa. Non credo che sia un amore a farla stare così, piuttosto qualcuno della sua famiglia, un legame di sangue o un affetto storico.

Non posso sapere se quel che penso sia vero, se la mia immaginazione coincida con la sua realtà. Per me è così che funziona, incrocio una persona che mi colpisce e in un attimo mi sembra di sapere tutto di Lei. Non riesco a darle un nome, ma so a che punto è la sua vita. La chiamo Lei e mi basta, perché è già nata una storia.

Lei

Quando Dio ballava il tango

L’ho tenuto sul comodino per qualche mese. C’era sempre un altro libro che gli passava davanti, un altro racconto che avevo voglia di leggere prima di prendere in mano Quando Dio ballava il tango di Laura Pariani.

Non potevo immaginare che dietro quella copertina un po’ retrò da cinema muto anni venti si celasse un magnifico mosaico di voci. Sedici capitoli, sedici frammenti di un secolo, sedici donne unite da legami di sangue o di sorte, sedici racconti che si librano nel tempo.

Leggendo queste storie femminili di immigrazione italiana in Argentina ho pensato spesso al verbo dipanare: Regalada, Eloisa, Amabilina, Socorro, Provisoria e tutte le altre protagoniste di questi racconti snodano le loro vite in una sequenza, a tratti rivelata, a tratti segreta, di passioni, violenze, lutti, amori, maternità felici o sofferte. Il contesto cambia con il passare dei decenni: la miseria dei primi anni del novecento, il peronismo, la dittatura e i suoi desaparecidos, il tracollo finanziario.

E’ un libro ammaliante, scritto in un italiano armonioso in cui si innestano vocaboli spagnoli che nutrono di musicalità quel tango di Piazzolla che sta sul fondo di ogni riga.

Romanzo perfetto per chi ama le voci di donne, come Alessandra, l’amica che mi fece conoscere Rubén Gallego e che tanto mi ha parlato dei romanzi di Laura Pariani. Ne ho finalmente letto uno, gli altri arriveranno.

Guardando indietro, Corazón scopre di aver vissuto in un’intricata rete di parentele e lontananze, fatta di uomini sfuggiti al degrado dell’usura quotidiana costruendosi una doppia vita, e di rabbiose penelopi alle loro spalle.

Quando Dio ballava il tango