Trilogia di Zuckerman (Lo scrittore fantasma – Zuckerman scatenato – La lezione di anatomia)

Non ci avrei scommesso un centesimo sul mio innamoramento letterario per Philip Roth.
L’innata resistenza alla letteratura americana, i tentativi fatti con altri autori e quasi tutti falliti e quel pregiudizio a lungo maturato che fa desistere di fronte all’impulso di provarci ancora mi avevano sconfortata nel corso degli anni. Per fortuna la tenacia ha vinto, la scintilla è scoccata ed è diventata fuoco crescente nel leggere la Trilogia di Zuckerman dove la letteratura è al centro di ogni cosa, gli ebrei d’America le ruotano intorno e a permeare la scena c’è l’ardore. Un ardore che diventa rabbia, sconforto, autocommiserazione e che si fa dissoluzione, esaltazione e furore nelle fasi alterne della vita di Nathan Zuckerman, lo scrittore protagonista, per cui il successo è frivolo e le sconfitte sono macigni.

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Tony Pagoda e i suoi amici

Tony Pagoda ricorda il passato senza inutili sentimentalismi.
Tony Pagoda osserva il presente con occhi critici per farne chiave di lettura paradigmatica.
Tony Pagoda attende il futuro con partecipe disincanto.
Incontra i suoi amici, famosi e non, e da ognuno di loro attinge uno scampolo di verità.
E nel mentre ci fa ridere, come solo lui sa fare.

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Una ferita aperta

L‘errore l’ho fatto io, forse per distrazione o per fretta.
Ero convinta di aver acquistato un libro indagatore di complicati rapporti famigliari e invece ho scoperto, già dalle prime pagine, che di tutt’altro si trattava: abusi su bambini.

Non ho affrontato Una ferita aperta come avrei dovuto, l’ho a tratti respinto e a tratti mal sopportato e nemmeno la trama da romanzo giallo che si innesta via via che il libro prosegue mi ha appassionata.

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Torto marcio

È il quarto episodio e ti aspetti che sia come i tre precedenti.
Il solco è lo stesso, lo stile anche, il metro pure.
Qualcosa però evolve in Robecchi, che dedica più spazio al mistero che alle tribolazioni di Monterossi, che riduce gli stacchi divertenti e intensifica la concentrazione sulle indagini, che lascia ampio respiro alle dinamiche di commissariato e tiene corto il raggio sulla vita di Carlo, il protagonista.

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Fiori sopra l’inferno

Sono poche le donne che scrivono thriller, non saprei dire perché. Ilaria Tuti, per fortuna, è una di queste. Di Fiori sopra l’inferno non è tanto l’intreccio giallo a colpirmi – ben architettato, documentato storicamente, coi giusti depistaggi sapientemente inseriti nella trama, denso di salti temporali necessari a giustificare i collegamenti logici nella tessitura del narrato – ma il personaggio principale, il Commissario Teresa Battaglia, così ben caratterizzato da essere già punto fermo nella mente del lettore.

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Storia di un fiore

Non lo definirei imperdibile, né entusiasmante, né degno di nota questo romanzo più tendente al rosa che a qualsiasi altro genere.
Storia di un fiore è un racconto semplice che sta in superficie e non scava, i cui personaggi sono appena tratteggiati e le ambientazioni ampiamente descritte. Nessun colpo di scena, nessun risvolto inaspettato, solo un veloce fluire di descrizioni floreali.

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