L’ombra di Vittoria *

L’ha trovata riversa sul divano, in stato di incoscienza, circondata da bottiglie vuote, mozziconi di sigaretta e chissà cos’altro. Non è la prima volta che Vittoria si riduce così, ogni volta impiega un po’ più di tempo a riprendersi, ogni volta ce la fa e si risveglia. Giacomo tifa per lei e glielo dice. Vittoria gli risponde che non deve preoccuparsi perché ormai lei non è più una donna: “Sono solo un’ombra e le ombre non muoiono”.
Lui mica le crede, vederla così disfatta gli fa temere che sia solo questione di tempo e che un giorno o l’altro l’ombra di Vittoria non si sveglierà più.

Giacomo non è un parente, non è un amico, è solo un ragazzino, un vicino di casa che abita nel palazzo di fronte e che ogni tanto getta l’occhio aldilà dei vetri per controllare se l’ombra di Vittoria c’è ancora, se è un’ombra viva. Ci sono sere in cui la vede ballare, da sola, da una stanza all’altra, con tutte le luci dell’appartamento accese. Ci sono pomeriggi in cui la vede serrare porte, finestre e tapparelle per non lasciare entrare la luce diretta che proietta l’ombra contro il muro. Ci sono mattine in cui, nell’ora del risveglio, la vede rincasare con la pesantezza di chi ha invertito il giorno e la notte e non sa più cosa deve fare.

La madre di Giacomo, che ha il vizio di curiosare e giudicare, spesso scosta le tende, la guarda furtivamente e, col biasimo che le è tipico, attacca la solita litania:

“Vedi Giacomo, quando nella vita è tutto facile, è così che si finisce. Quando non devi sudarti il pane, quando non ti insegnano cosa siano impegno e fatica, quando ti dicono sempre si, è così che diventi. Che sia droga, che sia alcool o che siano farmaci, fa poca differenza. Di dipendenza si tratta, un giorno ce n’è una, il giorno dopo un’altra. Basta avere soldi in tasca, nessuna responsabilità da portare avanti quotidianamente e il tuo destino non può che essere quello: che ti trovino morto sul divano una mattina qualsiasi della tua vita.”

Giacomo, invece di spaventarsi per quelle sentenze lugubri e sommarie, si fa coraggio e si sente al sicuro. Sa che lui non farà quella fine perché le sue tasche sono sempre vuote e una responsabilità, grande, importante, quotidiana, lui ce l’ha: un’ombra di donna da tenere in vita.

*fine prima parte

ombra

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Il tempo di Blanca

Mi è mancata l’empatia.

E dire che avevo salutato l’oriente e l’Oceania in cerca di un contesto più viscerale. Dopo il Giappone di Murakami e l’Australia di Roggero, ho virato in Sudamerica, terra di fuoco e contraddizioni, patria natia di Marcela Serrano che ambienta i suoi romanzi nel Cile del dopo dittatura.

Pensavo, sbagliandomi, che ne Il tempo di Blanca avrei trovato quell’impetuosità istintiva non contemplata sul cargo australiano del take in easy e incompatibile con la glacialità nipponica dei sogni di Haruki.

L’immedesimazione è importante quando si legge, almeno per me. Con Blanca non ha funzionato, non sono riuscita a sentire vicina una donna algida, ricca, firmata, non ho provato compassione per la sua improvvisa e debilitante malattia, non ho capito come una madre possa tenere vicino un figlio allontanandone un altro, non ce l’ho fatta a vestire i panni di una famiglia di regime in cui vigono regole di finanza e apparenza.

Una serie di “non” che mi lasciano perplessa, benché nel romanzo sia presente anche l’altro lato della dittatura: i prigionieri torturati, i desaparecidos, gli uomini e le donne di coraggio e di resistenza.

Sarà che invecchiando si diventa più esigenti o, più probabilmente, dei brontoloni incontentabili.

La mia vita per un libro.
Darei tutto, lo giuro, per quella compagnia di cui ho goduto tanto a lungo, che non mi ha mai tradito né deluso. Solo dopo che me l’hanno strappata bruscamente mi sono resa conto che era la compagnia più fedele.

Blanca

Lune e cani a Singapore

Uno strano effetto ottico mi illude che ai margini del circuito di Singapore compaiano decine di lune colorate. Guardo l’immagine aerea del tracciato e mi sembra di vedere un cane stilizzato dalla cui bocca esce un fumetto. Non so se sia colpa della Lacryma Christi che ho bevuto a pranzo, della mia fervida immaginazione o dei giochi di luce che rischiarano l’oscurità malese.

Sta di fatto che ogni fine settembre il Gran premio di Singapore ritorna, con la sua magia, a illuminare la notte asiatica. E’ una gara di contrasti: su in circuito in cui la potenza totale del sistema di illuminazione di pista è di 3,21 MW (con esorbitanti costi connessi), non si riesce a dotare i commissari di pista di semplici spazzoloni per pulire l’asfalto; devono usare le mani per togliere un detrito alla volta. Paradossi orientali, sfarzo e sfavillio, rischi altissimi per i piloti, safety car costantemente presente, misure di sicurezza che lasciano a desiderare.

Con Rosberg incolpevolmente fuori uso, Hamilton ha avuto vita facile. Vettel e Ricciardo, al suo fianco sul podio, hanno ristabilito un precario equilibrio e Fernando, coriaceo e battagliero come un toro, non ce l’ha fatta a conquistare il terzo gradino.

Riguardo l’immagine aerea del tracciato, vedo di nuovo il cane. Nel fumetto che esce dalla sua bocca, le parole di Nico dopo il ritiro: “Dispiaciuto, così, basta”.

https://righeorizzontali.wordpress.com/2013/09/21/by-night/470px-Singapore_street_circuit_v3_svg

 

Storia di Antimo nel guscio

Gli hanno detto, scrollandolo, che deve uscire dal guscio.

I figli, i nipoti e i pronipoti, preoccupati per il suo strano comportamento, gli hanno imposto una visita neurologica. Sono bastati dieci minuti al neuropsichiatra dell’Asl per capire che Antimo non ha un problema organico, che le rotelle sono tutte al loro posto e ben funzionano, che se Antimo non parla più è per una precisa e lucida volontà.

“Non si può costringere una persona a parlare. Antimo ha deciso di ritirarsi nel silenzio e la sua scelta va rispettata” ha comunicato il medico allo stuolo di parenti riuniti nella sala d’attesa dei poliambulatori.

Sua nuora, la Gina, quella più testarda e incapace di accettare che il mondo non giri come vuole lei, lo ha preso per le spalle e, con tutta la delicatezza possibile, gli ha detto:

“Antimo, non puoi vivere dentro ad un guscio. Devi uscire da lì, se non vuoi farlo per te, fallo almeno per i tuoi nipoti.”

Quasi fosse una lumaca Antimo, una chioccola indifesa rintanata nella conchiglia o un crostaceo asserragliato nel proprio carapace. E’ invece uomo solido, per nulla fragile, un sereno ottantenne che vuole farla finita con il chiasso inutile e fastidioso generato dalle corde vocali. Quante parole ha pronunciato nella sua lunga vita? Decine di milioni, probabilmente. Potranno mai fare differenza per i nipoti qualche migliaio di frasi in più o in meno? Certo che no, ad Antimo basterà guardarli con amore e loro capiranno, ne è sicuro.

Antimo

Australian cargo

Non ho resistito, prima ancora di finire Australian cargo ho cercato in rete un’immagine dell’autore, Alex Roggero. Volevo vedere che faccia ha.
Avevo bisogno, per proseguire la lettura, di avere presente i lineamenti del suo viso, di associare una figura all’idea di persona che mi stavo facendo leggendo il suo diario di viaggio. E così ho terminato il racconto di Alex in compagnia del suo viso irregolare, dei suoi occhi infossati, della gran chioma disordinata.

Alex Roggero è un fotografo di professione che narra con fotogrammi e parole le realtà che insegue. In Australian cargo, però, è prima di tutto un uomo che, ripercorrendo i ricordi del nonno emigrante, ne va a cercare le tracce nella terra della libertà.
Si imbarca come passeggero su una nave mercantile e attraversa i mari di metà continente per raggiungere l’Australia, in un viaggio lento e meditativo, in un percorso di ricerca.

E’ coraggio indomito che lo spinge a dormire nella foresta in una capanna popolata da varani e mallamee. E’ incoscienza pura che gli fa percorrere da solo migliaia di chilometri nel bush australiano a bordo di una Toyota abbrustolita. E’ desiderio di libertà primordiale che lo spinge ad aspettare pesci volanti e tartarughe giganti. E’ anelito d’infinito che lo fa stare sdraiato di notte a testa in su ad osservare la Croce del Sud mentre il cargo varca l’oceano.

Ed è il bisogno d’amore che lo porta a cercare una donna sconosciuta capace di scaldargli il viso con una mano.

Nel Queensland, a Fremantle, Kalgoorlie e ai piedi dell’Uluru pure io ci sono stata, ma io sono una turista che guarda il mondo con comodità e dai viaggi porta a casa idee, sensazioni, ricordi. Alex, invece, è un vero viandante che nel viaggio acquisisce una nuova identità, perché dopo ventisettemila chilometri in mare si diventa parte della ciurma, si diventa marinai.

Ho impiegato poco a prendere la malattia dei mercantili, e spero che non mi passi mai più perché, non ho alcun dubbio, questo è l’unico modo di viaggiare. Viaggiare pensando, ricordando. Il mercantile cammina sul mare a passo lento, e le distante non si misurano più in miglia o chilometri, ma in ore, giorni, a volte anche mesi. Così i nostri pensieri possono finalmente smettere di rincorrerci. Si avvicinano a noi, ci affiancano, e poi, senza alcun avviso, ci superano.

Australian cargo

Le tue parole fanno male

Bisognerebbe essere capaci di trattenere le parole che fanno male.
Bisognerebbe celarle persino ai pensieri, respingerle, rinnegarle prima di proferirle.
Bisognerebbe farle uscire dalla porta di servizio, fingere di non averle fatte entrare, bruciarle nel camino prima ancora di vederle nascere.

Nello sfogo paiono catartiche, alleggeriscono, persino galvanizzano.
Nel placarsi della veemenza diventano catene, massi voluminosi inamovibili, macerie per gli affetti.

Una ballata languida accompagna Le tue parole fanno male di Cesare Cremonini.

le tue parole sono mine,
le sento esplodere in cortile,
al posto delle margherite,
ci sono cariche esplosive

 

Un podio così

Un podio così ce l’abbiamo solo noi. La piattaforma sospesa sul rettilineo di partenza del circuito di Monza è una struttura circolare bordata di rosso, a sbalzo sull’asfalto, protesa sul pubblico. Il podio di Monza è l’unico al mondo sotto il quale i tifosi possono assistere alle premiazioni stando a pochi metri dai piloti.
Come fan a un concerto di rockstar.

Ai piloti piace avvicinarsi alla gente, vedere la chiassosa marea umana che solo il Gran premio d’Italia concede ai loro occhi. “Il calore che c’è qui” – dicono – “in nessun altro posto al mondo”. Merito della vicinanza fisica, dell’italianità, della passione che Monza non riesce a lesinare e di quel cavallino gigantesco che ondeggia sulla marea.

Tocchi tricolore ovunque in giro per il circuito, sui cordoli della Lesmo e alla Parabolica, sulle gru di sollevamento, nella segnaletica orizzontale. Segni distintivi di quell’orgoglio nazionale che ci contraddistingue ovunque, perché a Monza è sempre festa, anche quando Fernando è fuori gioco e Kimi fatica nelle retrovie.

Con Rosberg in vena di slalom, Hamilton ha alzato la coppa al suo posto. Con Vettel annebbiato da una patina opaca, Ricciardo ha stabilito la definitiva supremazia.

Bella questa nuova Formula 1, lo scetticismo d’inizio mondiale è svanito del tutto.
C’è una nuova generazione di piloti che corre veloce e senza paura.
Una nuova epoca è davvero iniziata.

Monza podio