91.3 Mhz, Gp a Maimoni

Non c’è verso di trovare un televisore a portata di spiaggia in questa penisola sarda che si chiama Sinis, oasi di pace lontana dalla modernità.

Non che ne senta la mancanza: ci sono il sole, il mare, i bimbi con cui giocare, i libri da leggere e poi in estate la televisione non la sopporto nemmeno a casa, figuriamoci qui.

Però oggi c’è il GP di Ungheria e non riesco a connettermi in rete per la diretta streaming e nemmeno a telefonare al moroso di mia cugina per chiedere aggiornamenti in diretta. Assenza totale di segnale, non c’è niente da fare. Allora, incrociando le dita, ripiego sull’ultima risorsa possibile: la radio. Sulla spiaggia caraibica di Maimoni provo a fare una scansione delle stazioni radio disponibili, sperando che una delle tre di cui capto il segnale trasmetta qualche notizia del GP. Per fortuna intercetto Radio 1, 91.3 Mhz. Il titolo del programma è Diretta Sport e promette una cronaca in tempo reale del Gp dell’Hungaroing.

Il cronista si chiama Delfino e mai nome di giornalista mi è parso più appropriato da ascoltare in questa spiaggia dalla sabbia di quarzo il cui mare cristallino ospita saraghi, polpi e razze che nuotano fin quasi a riva. Un’ora e mezzo con le cuffiette nelle orecchie e le notizie sulla Ferrari, su Alonso, su Kimi e compagnia sono continuamente interrotte da rubriche eterogenee: il GR1 con le notizie di cronaca, uno speciale su Papa Francesco che parla ai giovani radunati sulla spiaggia di Copacabana, Onda verde che mi informa sul traffico autostradale e persino canzoni anni ottanta dei Depeche Mode e di Prince. Lievemente irritata mi chiedo: ma perché la chiamano Diretta Sport??

Tant’è, io non mollo.

Ascolto fino alla fine con la ricezione disturbata che va e viene e suoni metallici che entrano nelle orecchie come piccole scariche elettriche.

Oggi ho scoperto che ad ascoltare spezzoni di cronaca di un GP alla radio non ci si capisce niente. Per quanto la mia attenzione sia alta, non riesco a seguire le parole di Delfino che sciorina tempi e posizioni in continuo mutamento. Oggi ho capito che se non visualizzo, non colgo.

Ho anche scoperto che il linguaggio della radio è diverso da quello della televisione dove il cronista conia verbi tipo PITTARE (ovvero fare il pit stop) e fin dai primi giri predice chi vincerà la gara, come se non sapesse che basta un millesimo di secondo anche nell’ultimo giro per cambiare le sorti di un intero gran premio.

Ha vinto Hamilton con Kimi al suo fianco.

Mi tuffo nel mare di Maimoni e la Ferrari arranca.

MAIMONI (2)

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Tutti i figli di dio danzano

Tutti i figli di dio danzano

Sull’edizione online del Daily beast, Rob Verger si chiede se Murakami sia una bufala.

Francamente non credo, anzi trovo che sia uno dei narratori contemporanei più originali e visionari che ci siano. Però, a leggere alcuni dei suoi scritti, il dubbio che sia una bufala un po’ viene.

In Tutti i figli di dio danzano, raccolta di novelle sul terremoto che sconvolse la città di Kobe nel 1995, c’è un racconto intitolato “Ranocchio salva Tokyo” che un che di ambiguo ce l’ha.

Il protagonista è Katagiri, umile impiegato di banca, costretto a dialogare con un ranocchio alto due metri che gli compare dentro casa, in ufficio e nei sogni. Non sto a raccontarvi tutta la storia, l’ho già raccontata ai miei figli ed ai loro amici lasciandoli piuttosto perplessi, mi limito a dire che ranocchio cerca l’aiuto di Katagiri per sconfiggere il Grande Lombrico, ovvero il mostro che vive nelle viscere della terra e che ha programmato di far tremare quella di Tokyo provocando un’ecatombe. Che poi di mezzo ci siano i sogni e che non si capisca dove iniziano i sogni e dove finisce la realtà, è solo un dettaglio.

In ogni cosa che leggo mi sforzo sempre di trovarne il senso, non tanto o non solo per capire quale sia il pensiero dello scrittore, ma per cogliere un mio significato nelle storie che leggo.

Ci ho riflettuto a lungo e sono giunta alla conclusione che un mio significato nella storia di Ranocchione non l’ho proprio trovato.

Come dice Junpei, uno dei personaggi di Murakami:

Il mondo è pieno di parole ambigue

Anche di storie ambigue, aggiungo io.

http://www.thedailybeast.com/articles/2013/06/24/how-good-is-murakami.html

 

Il catino di zinco

Non è la Mazzantini che preferisco quella de Il catino di zinco.

Forse ho fatto l’errore di leggere a ritroso i suoi racconti approdando al primo romanzo solo dopo aver letto tutti gli altri. E magari la Mazzantini degli albori non aveva ancora il vigore narrativo di Non ti muovere o di Venuto al mondo, romanzi che ho adorato, consigliato, regalato.

Sta di fatto che ho come la sensazione di non averlo capito Il catino di zinco. Come se mi fossero sfuggiti dei passaggi importanti che, però, non ho nessuna voglia di andare a scovare rileggendolo.

La trama è presto fatta: la vita di una nonna – orgogliosa, forte, testarda, fascista – raccontata dalla nipote. Per tutto il libro, non so perché, mi chiedevo quando avrei saputo qualcosa in più di questa nipote narratrice e invece fino alla fine ho trovato solo nonna Antenora. Può darsi che la mia attenzione sia stata catturata dal personaggio sbagliato o, forse, sono solo un po’ sbagliata io in questi giorni di faticosa lettura.

Sulla quarta di copertina, oltre ad un’immagine leggiadra di Margaret scattata dal marito, c’è una frase di Ferdinando Camon. Dice Camon che chi ha letto il Catino, non lo dimentica.

Non so cosa non dimenticherò di questo libro, ma so di certo cosa voglio dimenticare: tutte le descrizioni di escrementi, di olezzi, di sudiciume, di mutande sporche messe a lavare dentro al catino di zinco.

Perdonate se banalizzo, ma io il catino l’ho vissuto così, non molto bene.

Il catino di zinco

Parla piano

Le canzoni ipnotiche, quelle che ovunque ti trovi, ascoltandole, ti proiettano in una dimensione altra, vanno degustate con parsimonia per preservarne la bellezza senza sgualcirla, per non consumarne le sensazioni e i rapimenti.

Parla piano è una delle mie canzoni ipnotiche.

La voce di Vinicio, il suo pianoforte, il violino, la viola, il violoncello. Tutto contribuisce a creare l’incanto. Comprese le parole, che è inutile descrivere, vanno semplicemente ascoltate.

su di noi

il tempo ha già giocato ha già

scherzato

ora non rimane che

provar la verità

Non avevo capito niente

Diego De Silva è la mia scoperta dell’estate. Scrive e pubblica da diversi anni, ma io l’ho incontrato solo in questi giorni, curiosando distrattamente sugli scaffali della libreria di un grande magazzino. Ho preso in mano Non avevo capito niente e mi si è aperto il disincantato mondo partenopeo di De Silva.

Protagonista è Vincenzo Malinconico, avvocato civilista che sopravvive malamente alla sua esistenza di marito separato ancora innamorato della ex, alla sue molteplici dimensioni di padre anomalo in una famiglia allargata, di professionista con lo studio precario in coabitazione con strani animali e di essere umano profondamente bisognoso d’amore. E il bello è che non c’è niente di caricaturale in questo personaggio, anzi c’è molta autenticità e naturalezza.

Finalmente un personaggio nuovo, finalmente un linguaggio diretto senza essere banale, finalmente un libro divertente!

Malinconico è un napoletano di indole filosofica. Ha il dono di leggere le cose della vita, anche quelle più spicciole, con una limpidezza, un acume ed un’ironia che ci lasciano sorpresi e, spesso, ci fanno ridere di gusto. Malgrado i tratti di amarezza e nonostante le dure consapevolezze, con Malinconico si ride. Di lui, delle sue strambe avventure, ma anche di noi perché le vite, in fondo, si somigliano.

Non avevo capito niente è scritto al presente in prima persona, accorgimento usato da tanti scrittori per non doversi avventurare nelle subordinate, nella consecutio, nelle tante insidie del nostro lessico; insomma per avere vita facile aggirando la complessa sintassi della lingua italiana. In questo caso, però, non credo che De Silva abbia cercato un espediente, anzi, Malinconico non può che parlare in prima persona, non deve avere filtri, il suo pensiero deve emergere così com’è, pulito e nudo nelle sue stesse parole.

Questo dice Malinconico dell’amore:

L’amore, se posso dire come la penso, è una malattia della dignità. Agisce per picchi e inabissamenti. Compra e vende. La riconosci subito. Ha dei sintomi, – come dire, – dei sintomi che non ti sbagli.

Inutile dire che ho già acquistato il sequel.

Non avevo capito niente1

No et moi

Litigo coi titoli, ultimamente.

Un’opera prima dal titolo originale No et moi viene tradotta in italiano con il titolo Gli effetti secondari dei sogni, locuzione abusata i cui similari (la mappa segreta dell’amore, il profumo delle foglie di limone, la casa degli amanti indecisi, etc…) invadono gli scaffali delle librerie già da qualche anno.

Vorrei conoscere l’editor che ha scelto il titolo italiano di questo piccolo gioiello francese scritto dalla parigina Delphine de Vigan e chiedergli: “Perché?”

Immagino si tratti di ragioni di mercato, che capisco ma non condivido. Il problema non è solo l’estetica del titolo che, lo ammetto, è soggettiva e ognuno ha le proprie preferenze. Il tema vero è che un titolo così non c’entra con la trama del romanzo.

I sogni in questo bel libro non ci sono. C’è una cruda realtà che inchioda Nowleen, diciottenne anaffettiva dall’infanzia sfortunata, ad una vita da sans papier per le strade di Parigi. E c’è la complicata e difficile realtà di Lou, tredicenne dal quoziente intellettivo e umano superiore alla media che di No diventa amica, che da No sviluppa una sorta di dipendenza, che vorrebbe salvare No dal suo destino.

Nessun sogno, nessun effetto secondario in una storia così. Solo effetti primari, azioni e conseguenze, relazioni vere.

No et moi, io lo chiamo così.

No et moi

Due guerrieri e un giovane polacco

Due semifinali così non si vedevano da anni.

Wimbledon, il tempio del tennis, è un torneo che dona regali inaspettati da tennisti che mai avresti detto.

Juan Martìn del Potro, tennista argentino dalla carriera tormentata da infortuni, oggi ha sfidato Novak Djokovic, il numero uno del mondo, già vincitore di Wimbledon, campione consacrato che ad ogni slam scrive un pezzo di storia del tennis contemporaneo. Sull’erba bisogna muoversi molto, è necessario essere scattanti per andare a cercare la palla. L’erba è insidiosa, vince chi è agile, scattante, fulmineo. Del Potro è alto due metri e pesa 97 kg, Nole ne pesa quindici in meno e non arriva al metro e novanta. In teoria Nole dovrebbe volare e Delpo arrancare. E invece oggi l’argentino ha sfoderato un’elasticità muscolare, una velocità negli scambi ed determinazione tale da convincere il gelido pubblico londinese a tifare per lui. Quasi cinque ore di gioco, un’appassionante lotta fra guerrieri. Ha vinto Nole, perché è il numero uno, perché è abituato a vincere, perché ha una forma fisica superiore, perché il suo cervello è sempre e saldamente dentro al campo, al centro del match.

Dall’altra parte lo scozzese Andy Murray, numero due al mondo che tutto ispira tranne la simpatia, non ha avuto vita facile contro il giovane polacco Jerzy Janowicz, ventiduesimo in classifica mondiale che i due metri li supera di qualche centimetro e che ha la semplicità di gioco di un tennis vecchia maniera. Ha giocato in casa Murray ed il pubblico dell’All england lawn tennis and croquet club gli ha dato una mano ad agguantare una vittoria quasi scontata contro una giovane promessa che non aveva mai raggiunto una semifinale di slam. Il pubblico ha perdonato ad Andy le bizze, le proteste contro il giudice di sedia, le imprecazioni rivolte a se stesso, lo sguardo severo e a tratti arcigno della madre Judy e tutti quei passaggi a vuoto durante i quali Andy sembrava starsene fuori dal campo, ai margini del match.

Domenica, nella finale del torneo di tennis più prestigioso del mondo, non avrò dubbi su chi tifare: Nole dentro al campo, Nole al centro del match.

wimbledon