L’assassino del Commendatore

La rottura si consuma a pagina 271 del secondo volume quando il confine dell’incanto murakamiano viene oltrepassato e ci si addentra in territori collosi e privi di respiro.
Bisognerebbe dividere L’assassino del Commendatore prima e dopo pagina 682 (se ho ben sommato le pagine dei due volumi).
Degna di “1q84” la prima parte, compresi gli indugi, le ripetizioni, il trascinarsi degli eventi sempre uguali a loro stessi; discendente nello stile affannoso de “La fine del mondo e il paese delle meraviglie” la seconda. Se la virata oscura e frettolosa dei capitoli finali intende essere un omaggio a Dante Alighieri, al suo Caronte e al mondo dei corpi e delle anime, mi pare che non sia un omaggio riuscito. Se invece non intende esserlo, comunque lo evoca e il paragone che vien naturale fare non regge, anzi, quasi infastidisce. Continua a leggere

Il più e il meno nel mestiere dello scrittore

 

 

 

 

 

 

 

In comune hanno niente.
Antipodi di scrittura, umanità distanti, cervello e ventre.
Uno rigoroso nel descrivere l’impossibile, l’altro viscerale nel raccontare la realtà.

Il mestiere dello scrittore è così simile a L’arte di correre che fa quasi innervosire: i cassetti mentali da cui attingere ricordi, l’esercizio costante senza cui il talento è destinato a svanire, il prendersi cura del corpo per avere la mente libera e pronta per raccontare, il disinteresse per i premi letterari, tema specioso, in verità.

Il più e il meno è una miscellanea di spezzoni già echeggiati, di evidenze già vissute, di temi che ritornano senza invecchiare, di introspezioni gelide che hanno dentro il fuoco. Continua a leggere

L’incolore Tazaki

Quando di Haruki sai quasi tutto pensi che nulla possa più sorprenderti.
Poi, però, sei anche consapevole che se è vero che del suo narrare conosci ogni cosa, ciò che riuscirà a stupirti ancora una volta è la capacità di essere straordinario nella sua normalità.
In questo, Haruki, non delude mai.

Continua a leggere

L’elefante scomparso

L’avevo sottovalutato, tenuto fra gli ultimi di Murakami convinta fosse una raccolta delle solite, personaggi e storie in ordine sparso, piccoli doni in singole dosi.
E invece ne L’elefante scomparso c’è un germoglio fecondo, l’inizio di una storia cui seguirà un intero universo.

E’ qui che nasce L’uccello che girava le viti del mondo. Sei anni prima che prendesse la forma di un romanzo, l’uccello giraviti era già protagonista nella mente di Murakami. Me ne sono accorta pian piano da alcuni indizi disseminati lungo il cammino che quasi rischiavano di sfuggirmi nell’interezza del contesto. Poi, silenti, sono arrivati i personaggi, i nomi, il gatto, la trama. E mi son detta: non c’è un ordine possibile, non c’è un prima né un dopo, ogni parte è a sé, ogni parte completa le altre. Continua a leggere

I salici ciechi e la donna addormentata

I salici

Fortuna ha voluto che lo leggessi verso la fine del mio tempo murakamiano, quando di libri di Haruki ancora da leggere me ne rimangono davvero pochi e ho deciso di centellinarli, tenendoli in serbo per i momenti più bui, narrativamente parlando, e non solo.

Fortuna ha voluto perché I salici ciechi e la donna addormentata è una raccolta di racconti scritti fra gli anni ottanta e gli anni novanta che rappresentano una summa al contrario, una dichiarazione d’intenti, una sorta di manifesto programmatico di ciò che Murakami sarebbe stato, durante e in seguito, come scrittore di romanzi. Continua a leggere

L’uccello che girava le viti del mondo

L'uccello che girava le viti del mondo

Più o meno un anno fa, più o meno in questi giorni, Lisa mi scriveva:

“Ho letto Murakami, semplice come un fumetto giapponese,
complesso come un romanzo russo.”

Ho pensato spesso alle parole di Lisa, che i romanzi russi e i film giapponesi li ha sempre amati, che è lettrice competente e capace di giudicare.
Ho pensato alla semplicità e alla complessità, alla naturalezza e all’artificio, a quanto sia difficile coniugare certi estremi facendone un corpo solo, all’apparenza perfetto benché incoerente. Continua a leggere

La fine del mondo e il paese delle meraviglie

La fine del mondo1La fine del mondo2

Me lo sono trascinata per intere stagioni.
L’ho iniziato quando le maniche erano corte ed i fiori da poco sbocciati.
L’ho ripreso in mano, dopo vari abbandoni, insieme alla tisana bollente mentre il ghiaccio ricopriva l’erba del giardino. Continua a leggere

La ragazza dello Sputnik

La ragazza dello Sputnik

Che li abbia scritti negli anni ’90, nei primi anni 2000 o qualche mese fa, poco cambia. E’ sempre fedele a se stesso Murakami, immobile e straordinario. Metodico e rigoroso nella sua impostazione di vita, me lo immagino pasticcere, radunare gli ingredienti, attento a non dimenticartene nemmeno uno, a pesare gli indizi e le tracce con precisione perché in pasticceria, come nei racconti sognanti, sbagliare i dosaggi non garantisce un buon risultato.

Avendone letti tanti di romanzi di Haruki, ormai conosco bene la lista completa dei suoi elementi caratterizzanti. Ed è quasi un esercizio, o forse un gioco, cercarli fra le pagine, elencando nella mente, man mano che la narrazione prosegue, quelli, indispensabili, che mancano. Di solito accade che, poche righe prima che il libro finisca, li ritrovo quasi tutti: ben amalgamati, mirabilmente assortiti, come solo Murakami sa fare.

E’ classica la combinazione di fattori ne La ragazza dello Spuntink: la luna con il gatto, il protagonista senza nome con la ragazza sognante, il mestiere di scrittore con la passione per la musica, una ruota panoramica svizzera con un’isola greca non identificabile, i nomi dolci di Myu e Sumire, la porta del mondo parallelo che inghiotte sogni e persone senza dare spiegazioni.

L’ho già scritto e mi ripeto: leggere Haruki è rassicurante. Ogni volta è come tornare a casa da un viaggio concitato dentro migliaia di pagine di altri autori, dentro decine di altre storie, dentro una pletora di immagini appartenenti ad altre vite. Con un romanzo di Murakami fra le mani, si ritorna alle cose conosciute, si riassettano gli equilibri, si riesce persino ad immaginarsi diversi da come si è.

Proprio quel che ci vuole quando tutto, intorno, cambia.

 

Dance dance dance

Dance dance

Non me ne vogliano quelli che Murakami non lo sopportano, non sbuffino quelli che non lo conoscono e non si spazientiscano quelli che lo apprezzano ma sono stanchi di vederlo comparire fra le righeorizzontali.

Il fatto è che Dance dance dance l’ho letto e ne devo per forza raccontare perché questo romanzo nippo-hawaiano, edito quasi trent’anni fa, contiene lezioni di scrittura che non si possono ignorare.

Reggere cinquecento pagine di narrazione in prima persona senza rivelare il nome dell’io narrante vuol dire saper scrivere. Inventare una trama convincente capace di coniugare il romanzo psicologico, il componimento immaginifico e l’intreccio giallo alla Dieci piccoli indiani vuol dire aver talento.

Un giornalista di articoli redazionali, un attore famoso ma infelice, una tredicenne sensitiva e silenziosa, un uomo pecora. E ancora: una fotografa stordita, una prostituta incantevole, un uomo senza un braccio, una receptionist di un Hotel che si perde nell’oscurità.

Gotanda, Yuki, Ame, Makimura, Yumiyoshi, Kiki, Mei.

E’ come se Haruki possedesse un immenso cilindro contenente i più assurdi e disparati personaggi. Li estrae a sorte, li combina fra loro e crea meraviglie.

L’universo creativo di Murakami non ha confini. Non c’è spazio, non c’è tempo, non c’è dimensione che possa imbrigliare l’immensa capacità narrativa di uno scrittore dall’immaginazione infinita.
Sempre fedele a sé stesso, sempre sorprendentemente innovativo.

Era stato un sogno?
Si, forse era stato un sogno.
Ma chi può dirlo?

 

A sud del confine, a ovest del sole

A sud del confine

Mi veniva da storcere il naso mentre lo leggevo, devo aver fatto diverse smorfie con la bocca, di quelle dubbiose che mi vengono spontanee quando le righe che scorrono sotto i miei occhi non mi convincono del tutto. Ho aggrottato le sopracciglia in diversi passaggi, come a rimarcare le mie perplessità; eppure leggevo, non mi fermavo, ci sono arrivata in fondo senza nemmeno accorgermene perché le pagine di Murakami scorrono via, veloci, senza fronzoli né orpelli.

E’ una storia banale quella di A sud del confine, a ovest del sole: un amore nato sui banchi di scuola e mai dimenticato, un amore non vissuto che ripiomba nelle vite adulte e le sconvolge.

Niente di originale nella storia di Hajime e Shimamoto, niente di particolarmente avvincente, solo un vago alone di mistero che non si svelerà, inutile sperarci. Però c’è un finale, una chiusura comprensibile, un senso compiuto. Poco rimane da immaginare per gli adepti di Murakami che adorano l’immaginifico: di mondi ce n’è uno solo ed è quello reale, dove le cose hanno un inizio ed una fine, dove ciò che si realizza è solo la vita vera. I contorni sono definiti, tutto è concreto e tangibile, i sogni non trovano spazio.

Il titolo è la parte più bella del romanzo, fa pensare ad un luogo che non esiste, talmente è evocativo. Forse vale il romanzo, o forse no. Io penso che ne valga la pena, comunque.

Quando ci penso, mi rendo conto che viviamo in un numero veramente limitato di possibilità.

 

 

After dark

After dark

Stavo iniziando a preoccuparmi, il sospetto di aver sviluppato una Murakami dipendenza un po’ mi angustiava. Poi ho letto After dark e il fervore murakamiano si è leggermente affievolito.

Questo autore è un enigma, persino quando scrive un libro noioso mi fa stare aggrappata alla storia, mi costringe ad entrare nelle vite dei personaggi anche se non hanno niente di particolare da dire o da fare.

Perché?

Due sorelle che non si somigliano, un trombonista che vuol fare il magistrato, un impiegato violento: Mari ed Eri, Takahashi e Shirakawa. I soliti mondi paralleli, le ore di sonno infinite, i dialoghi lenti, le descrizioni minuziose ripetute allo sfinimento.

Un libro compiuto in cui si verificano inspiegabili coincidenze, i percorsi si intrecciano, di risposte non ce ne sono. Un romanzo sospeso fra gatti che mangiano briciole e le note di Curtis Fuller.

E’ Murakami, prestigiatore di storie.

Nei suoi occhi, come in due nuvole grigie riflesse sulla superficie liscia di un lago, affiora il colore della solitudine.

 

Kafka sulla spiaggia

Kafka

Ho ritrovato Edipo in Murakami.

Al mito di Edipo non pensavo da anni. Ritrovarlo in Kafka sulla spiaggia a poche settimane di distanza dalla lettura dissacrante di Dürrenmatt mi ha fatto pensare ad una strana coincidenza, proprio come quelle che accadono in questo romanzo visionario di Haruki, dove tutto ciò che è assurdo sembra reale.

Approfondire la lettura di un autore vuole anche dire cercarne i tratti distintivi, i segni invisibili fra le righe, la cifra stilistica insita nelle idee. Con Murakami è facile: c’è uno schema, ripetitivo ma non monotono, che ad ogni nuova lettura si rivela con maggior chiarezza. Non si tratta solo della costruzione narrativa, quasi sempre basata su storie parallele apparentemente slegate che a un certo punto della trama si annodano indissolubilmente. Ci sono, soprattutto, segni peculiari che caratterizzano la presenza di Murakami nei suoi libri, come quando Alfred Hitchcock compariva all’improvviso in una scena del film. Mettendoci la firma, ci rassicurava.

Allenamento costante del corpo umano, presenza di un essere dalla sessualità ambigua che funge da risolutore di problemi, capacità terapeutiche su ossa e muscoli, poteri sovrumani che si reincarnano in un soggetto debole quando muore un personaggio forte.

Certezza che esista un mondo parallelo al nostro.

Sogni che annaspano affannosamente nella realtà.

Per chi non conosce Murakami questo elenco sembrerà insensato e, forse, privo di interesse. Per chi lo conosce, invece, sarà come decifrare un codice, risolvere un enigma, ritrovarsi nelle sue visioni.

La trama di Kafka sulla spiaggia non si racconta. E’ un libro per chi sa vivere come i gatti, per chi crede ai ragazzi chiamati Corvi, per chi non ha bisogno di una spiegazione per ogni cosa.

E’ un libro che si ama o si odia. Come Murakami.

Chiedi, e ti vergognerai un attimo, non chiedere e ti vergognerai per sempre.

 

1q84

1q84

Mi si è sfaldato fra le dita mentre lo leggevo. Così, per qualche giorno, ho girato per casa con brandelli di 1q84 fra le mani, piccoli fascicoli di un libro dalla doppia realtà che ho letto con una curiosità infantile, come una favola planetaria capace di catturare anche le menti più logiche e razionali.

Di Murakami visionario ho già scritto in altre recensioni. Il Murakami di 1q84 è qualcosa in più: un talento creativo puro, un maestro di miraggi e di mondi immaginari.

La trama non è raccontabile, se la descrivessi sono certa che la impoverirei.

I personaggi hanno nomi sognanti e musicali – Fukaeri, Tengo, Aomame – e personalità introverse ed impenetrabili. L’ambientazione è concreta e al contempo irreale. Lo stile narrativo è pulito, volutamente ripetitivo, una sorta di lungo e rassicurante percorso di pianura.

1q84 non è un’esperienza tumultuosa come un tuffo fra le onde, né faticosa come una scalata alpina. E’ un’impresa grandiosa che Murakami fa sembrare semplice come una passeggiata in campagna.

Imperdibile.

 

Tutti i figli di dio danzano

Tutti i figli di dio danzano

Sull’edizione online del Daily beast, Rob Verger si chiede se Murakami sia una bufala.

Francamente non credo, anzi trovo che sia uno dei narratori contemporanei più originali e visionari che ci siano. Però, a leggere alcuni dei suoi scritti, il dubbio che sia una bufala un po’ viene.

In Tutti i figli di dio danzano, raccolta di novelle sul terremoto che sconvolse la città di Kobe nel 1995, c’è un racconto intitolato “Ranocchio salva Tokyo” che un che di ambiguo ce l’ha.

Il protagonista è Katagiri, umile impiegato di banca, costretto a dialogare con un ranocchio alto due metri che gli compare dentro casa, in ufficio e nei sogni. Non sto a raccontarvi tutta la storia, l’ho già raccontata ai miei figli ed ai loro amici lasciandoli piuttosto perplessi, mi limito a dire che ranocchio cerca l’aiuto di Katagiri per sconfiggere il Grande Lombrico, ovvero il mostro che vive nelle viscere della terra e che ha programmato di far tremare quella di Tokyo provocando un’ecatombe. Che poi di mezzo ci siano i sogni e che non si capisca dove iniziano i sogni e dove finisce la realtà, è solo un dettaglio.

In ogni cosa che leggo mi sforzo sempre di trovarne il senso, non tanto o non solo per capire quale sia il pensiero dello scrittore, ma per cogliere un mio significato nelle storie che leggo.

Ci ho riflettuto a lungo e sono giunta alla conclusione che un mio significato nella storia di Ranocchione non l’ho proprio trovato.

Come dice Junpei, uno dei personaggi di Murakami:

Il mondo è pieno di parole ambigue

Anche di storie ambigue, aggiungo io.

http://www.thedailybeast.com/articles/2013/06/24/how-good-is-murakami.html

 

41, Norwegian wood e gli amici del liceo

41 norwegian wood

Ci sono libri che si leggono con dolcezza, le pagine scorrono silenziosamente e non ci si sofferma a riflettere. Ci si lascia semplicemente attraversare dalla narrazione, sospendendo emozioni e giudizio finché qualcosa di particolare cattura l’attenzione e ci spinge a meditare.

Norwegian wood è uno di questi libri dolci e silenziosi che ondeggiano lievemente nella mente e rimangono in sottofondo anche quando non li hai fra le mani. Mi sono chiesta perché, in un romanzo di quasi quattrocento pagine, la mia attenzione sia stata catturata da un episodio marginale e del tutto ininfluente sullo sviluppo della trama. La risposta trova radici nella mia predilezione per gli accostamenti inconsueti, per le idee anomale e nel mio passato di liceo classico fatto di tragedie greche, pathos e sturm und drang.

Watanabe, il ventenne protagonista di questo romanzo di Murakami Haruki, si trova ad accudire per alcune ore il padre di un’amica, un uomo anziano gravemente ammalato, ricoverato nell’ospedale di Ochanomizu, sobborgo di Tokyo. Watanabe e il vecchio sono due sconosciuti, non si sono mai visti prima di quel momento. Il vecchio non è in grado di parlare, riesce a proferire solo poche semplicissime parole. Watanabe lo nutre, lo lava e lo intrattiene con questo estemporaneo racconto:

“Conosce Euripide? E’ uno dei tre grandi drammaturghi dell’antica Grecia, insieme a Eschilo e Sofocle. La caratteristica delle sue tragedie è che succedono tanti di quei fatti che alla fine la situazione è completamente paralizzata, non so se ho reso l’idea. Ci sono un sacco di personaggi, ognuno dice la sua spiegando il suo problema e le sue ragioni, ognuno inseguendo la propria idea di giustizia e di felicità. Così tutti si trovano invischiati in un dilemma insolubile. E sa allora che succede? Una cosa veramente molto semplice: arriva un dio che rimette subito a posto il traffico. Tu vai lì, tu vieni qui, tu vai con quello, tu resta lì fermo per un po’ senza muoverti. E tutto si risolve perfettamente. Questo personaggio si chiama “deus ex machina”. Nelle tragedie di Euripide salta fuori in continuazione.”

A pensarci bene Norwegian wood con la sua dolcezza e levità è in realtà un libro estremamente drammatico che ruota attorno al tema del suicidio come soluzione ultima all’incapacità di crescere.

Io ed i miei amici del liceo siamo cresciuti insieme, senza mai perderci né allontanarci e con la straordinaria capacità, immutata nel tempo, di rifugiarci fra di noi nei passaggi della vita, senza bisogno di un deus ex machina che rimettesse tutto a posto. Ed è a loro, i miei amici della vita, quelli che ognuno dice la sua spiegando il suo problema e le sue ragioni, ognuno inseguendo la propria idea di giustizia e di felicità, quelli che mi hanno fatto spegnere 41 candeline, che dedico il mio Norwegian wood.

Grazie amici carissimi, il nostro deus ex machina siamo noi.

 

L’arte di correre

L'arte di correre (548x800) (438x640) (274x400)

Ho sempre pensato che le forme artistiche di espressione, per essere compiute, debbano saper coniugare l’improvvisazione al metodo, l’ispirazione momentanea alla costanza, la parte impulsiva ed esplosiva dell’inventiva con quella metodica e certosina della rifinitura. Credevo di essere isolata in questo mio pensiero, anche perché, nell’immaginario collettivo, chi dipinge, compone o scrive è quasi sempre un creativo sregolato che, in barba alle regole e alle necessità della vita reale, trascorre il suo tempo davanti ad un cavalletto, seduto al pianoforte o impegnato a rigirarsi fra le mani una matita spuntata ed un quaderno a righe orizzontali. Senza pensare al resto del mondo.

Poi ho letto “L’arte di correre” di Haruki Murakami e ho capito di non essere così isolata nelle mie riflessioni.

Dice Murakami: “Scrivere un romanzo, fondamentalmente, è una sfacchinata. In sé, l’atto di redigere delle frasi è forse uno sforzo mentale. Ma scrivere fino in fondo un libro intero è qualcosa che si avvicina alla fatica fisica.”

E’ tutta una questione di allenamento perché, se per correre una maratona serve un’enorme forza fisica, per scrivere un romanzo ne serve quasi altrettanta.

Per una novella runner che al quinto km di corsa cappotta stremata con la lingua penzoloni come se avesse corso da Maratona ad Atene e che si sente una scrittrice solo fra virgolette, ipotetica e provvisoria, questo libro è una grande rivelazione ed una valida fonte di insegnamento.

Murakami è uno scrittore prolifico ed un atleta d’eccezione: corre una maratona all’anno e pubblica magnifici romanzi tradotti in tutto il mondo vendendone milioni di copie. “L’arte di correre” è una raccolta di memorie in cui il legame indissolubile fra corsa e scrittura è descritto in modo così razionale e convincente che quando si gira l’ultima pagina, si è profondamente persuasi di quanto sia naturale che chi scrive debba anche correre.

Perché correre è fatica. Perché scrivere è fatica. Perché correre fortifica. Perché per scrivere serve forza.

E un corpo non allenato, una mente non allenata, uno stile di vita indisciplinato, non sono in grado di garantire risultati duraturi e convincenti, nella corsa come nella scrittura. Mentre corri la mente è impegnata a non pensare alla fatica che il corpo sta facendo, cerca qualsiasi pensiero alternativo pur di non badare al fiato che manca, al dolore che si prova nelle gambe, a quell’impulso istintivo  e incontenibile di fermarsi. Correre, quindi, non è solo uno sforzo fisico, ma è anche uno sforzo mentale straordinario. Scrivere è la stessa cosa. Perché se è pur vero che l’ispirazione arriva di getto e ti sveglia alle tre di notte con l’impellente bisogno di tradurre in parole le idee ed i pensieri -ed è questa la parte artistica- è altrettanto vero che la cura maggiore va dedicata a quella parte faticosa della scrittura, che artistica non è. Quella in cui è necessario ragionare, quella del lavoro di ricerca, di incastro, di dettaglio, della coerenza logica di ogni tassello del romanzo. Quella della fatica.

Per scrivere un romanzo serve un certo grado di talento, ma anche molta costanza, perseveranza, forza di volontà. E’ pur vero, come ammette lo stesso Murakami, che ci sono persone talmente talentuose capaci di scrivere opere ammirevoli ed eterne senza alcun tipo di sforzo. Beati loro! Chi non possiede un talento così geniale, ma pensa di avere comunque buone capacità narrative, dovrà faticare molto e se lo farà con la stessa forza che ci mette nella corsa, otterrà risultati soddisfacenti.

Lo scrittore che corre è un individuo metodico, ordinato, dotato di una grande forza di autocontrollo, capace di imporre fatica e disciplina al proprio corpo e alla propria mente. Un essere così configurato non è di certo un animale sociale. La corsa e la scrittura sono due attività individuali e solitarie che richiedono introversione e quiete.

E infatti, le ore più belle dedicate alla scrittura sono quelle del primo mattino, quando in casa c’è silenzio, la luce entra delicatamente dalle finestre, la mente è libera e sciolta. Anche se intorno c’è un mondo intero, lo scrittore sta bene quando, isolandosi, può mettere alla prova la propria forza. Lo scrittore sta bene quando è solo con le proprie parole.