Il più e il meno nel mestiere dello scrittore

 

 

 

 

 

 

 

In comune hanno niente.
Antipodi di scrittura, umanità distanti, cervello e ventre.
Uno rigoroso nel descrivere l’impossibile, l’altro viscerale nel raccontare la realtà.

Il mestiere dello scrittore è così simile a L’arte di correre che fa quasi innervosire: i cassetti mentali da cui attingere ricordi, l’esercizio costante senza cui il talento è destinato a svanire, il prendersi cura del corpo per avere la mente libera e pronta per raccontare, il disinteresse per i premi letterari, tema specioso, in verità.

Il più e il meno è una miscellanea di spezzoni già echeggiati, di evidenze già vissute, di temi che ritornano senza invecchiare, di introspezioni gelide che hanno dentro il fuoco. Continua a leggere

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L’incolore Tazaki

Quando di Haruki sai quasi tutto pensi che nulla possa più sorprenderti.
Poi, però, sei anche consapevole che se è vero che del suo narrare conosci ogni cosa, ciò che riuscirà a stupirti ancora una volta è la capacità di essere straordinario nella sua normalità.
In questo, Haruki, non delude mai.

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L’elefante scomparso

L’avevo sottovalutato, tenuto fra gli ultimi di Murakami convinta fosse una raccolta delle solite, personaggi e storie in ordine sparso, piccoli doni in singole dosi.
E invece ne L’elefante scomparso c’è un germoglio fecondo, l’inizio di una storia cui seguirà un intero universo.

E’ qui che nasce L’uccello che girava le viti del mondo. Sei anni prima che prendesse la forma di un romanzo, l’uccello giraviti era già protagonista nella mente di Murakami. Me ne sono accorta pian piano da alcuni indizi disseminati lungo il cammino che quasi rischiavano di sfuggirmi nell’interezza del contesto. Poi, silenti, sono arrivati i personaggi, i nomi, il gatto, la trama. E mi son detta: non c’è un ordine possibile, non c’è un prima né un dopo, ogni parte è a sé, ogni parte completa le altre. Continua a leggere

I salici ciechi e la donna addormentata

I salici

Fortuna ha voluto che lo leggessi verso la fine del mio tempo murakamiano, quando di libri di Haruki ancora da leggere me ne rimangono davvero pochi e ho deciso di centellinarli, tenendoli in serbo per i momenti più bui, narrativamente parlando, e non solo.

Fortuna ha voluto perché I salici ciechi e la donna addormentata è una raccolta di racconti scritti fra gli anni ottanta e gli anni novanta che rappresentano una summa al contrario, una dichiarazione d’intenti, una sorta di manifesto programmatico di ciò che Murakami sarebbe stato, durante e in seguito, come scrittore di romanzi. Continua a leggere

L’uccello che girava le viti del mondo

L'uccello che girava le viti del mondo

Più o meno un anno fa, più o meno in questi giorni, Lisa mi scriveva:

“Ho letto Murakami, semplice come un fumetto giapponese,
complesso come un romanzo russo.”

Ho pensato spesso alle parole di Lisa, che i romanzi russi e i film giapponesi li ha sempre amati, che è lettrice competente e capace di giudicare.
Ho pensato alla semplicità e alla complessità, alla naturalezza e all’artificio, a quanto sia difficile coniugare certi estremi facendone un corpo solo, all’apparenza perfetto benché incoerente. Continua a leggere

La fine del mondo e il paese delle meraviglie

La fine del mondo1La fine del mondo2

Me lo sono trascinata per intere stagioni.
L’ho iniziato quando le maniche erano corte ed i fiori da poco sbocciati.
L’ho ripreso in mano, dopo vari abbandoni, insieme alla tisana bollente mentre il ghiaccio ricopriva l’erba del giardino. Continua a leggere

La ragazza dello Sputnik

La ragazza dello Sputnik

Che li abbia scritti negli anni ’90, nei primi anni 2000 o qualche mese fa, poco cambia. E’ sempre fedele a se stesso Murakami, immobile e straordinario. Metodico e rigoroso nella sua impostazione di vita, me lo immagino pasticcere, radunare gli ingredienti, attento a non dimenticartene nemmeno uno, a pesare gli indizi e le tracce con precisione perché in pasticceria, come nei racconti sognanti, sbagliare i dosaggi non garantisce un buon risultato.

Avendone letti tanti di romanzi di Haruki, ormai conosco bene la lista completa dei suoi elementi caratterizzanti. Ed è quasi un esercizio, o forse un gioco, cercarli fra le pagine, elencando nella mente, man mano che la narrazione prosegue, quelli, indispensabili, che mancano. Di solito accade che, poche righe prima che il libro finisca, li ritrovo quasi tutti: ben amalgamati, mirabilmente assortiti, come solo Murakami sa fare.

E’ classica la combinazione di fattori ne La ragazza dello Spuntink: la luna con il gatto, il protagonista senza nome con la ragazza sognante, il mestiere di scrittore con la passione per la musica, una ruota panoramica svizzera con un’isola greca non identificabile, i nomi dolci di Myu e Sumire, la porta del mondo parallelo che inghiotte sogni e persone senza dare spiegazioni.

L’ho già scritto e mi ripeto: leggere Haruki è rassicurante. Ogni volta è come tornare a casa da un viaggio concitato dentro migliaia di pagine di altri autori, dentro decine di altre storie, dentro una pletora di immagini appartenenti ad altre vite. Con un romanzo di Murakami fra le mani, si ritorna alle cose conosciute, si riassettano gli equilibri, si riesce persino ad immaginarsi diversi da come si è.

Proprio quel che ci vuole quando tutto, intorno, cambia.