La collina del vento

La collina del vento

Lodi smodate e critiche severe. Quando un libro divide è sempre l’autore ad avere ragione, è riuscito a far parlare tanto del proprio romanzo: obiettivo centrato.
La collina del vento
, che piaccia o no, è un libro vincente, come tutti i racconti che separano i lettori in modo così netto. Si è pure aggiudicato un Campiello, non può essere un dettaglio.

Carmine Abate, scrittore calabrese pluripremiato e pluritradotto, racconta una storia avvincente di resistenza silenziosa e di solida onorabilità, una discendenza di legami che attraversa quattro generazioni e due guerre mondiali.

C’è chi dice che La collina del vento sia un’imitazione mal riuscita di un genere di romanzo (la saga famigliare) fin troppo inflazionato, c’è chi ne ha amato l’impianto a metà fra verità storica e finzione romanzata, chi ha trovato banali la trama e i personaggi, chi lo ha paragonato alla Casa degli spiriti della Allende tanto gli è parso profondo, chi non l’ha proprio digerito e chi non riusciva a staccarsene.

Io vorrei inaugurare una nuova categoria di lettori, per schierarmi dalla parte di chi, mentre lo leggeva, meditava un viaggio in Calabria. Non una semplice vacanza, ma un vero e proprio viaggio itinerante fra gli scavi archeologici delle pendici ioniche, fra i mercati saraceni, i palazzi, le torri, i castelli. Un viaggio in compagnia del vento di Punta Alice che sibila nelle orecchie e scompiglia i capelli, degli odori ubriacanti delle piante e dei fiori delle colline calabre, di un piatto di tagliatelle al sugo di capretto annaffiate da un bicchiere di Cirò.

Vorrei vedere con i miei occhi i fiori di Sulla che colorano di rosso porpora le pendici del Rossarco, la collina protagonista del romanzo, e vorrei toccare con le mie mani la nuda terra che è il fulcro, il fuoco, il cuore di questo bel libro.

Mica poco, direi.

La collina del vento

La figlia della fortuna

E dopo i romanzi visionari, i commissari solitari, le letture poco convincenti e quelle dissacranti, ho scelto di chiudere la mia biblioteca del 2013 con un esemplare perfetto di narrativa classica ed eterna: La figlia della fortuna di Isabel Allende.

Scegliere Isabel vuol dire non rischiare, significa sapere in partenza che si avrà per le mani un buon libro, che ci si immergerà in una storia trascinante e che le parole non deluderanno.

Scritto nel 1999, ambientato nella prima metà del 1800, questo libro poderoso ha tutti i tratti del romanzo storico epocale. La corsa all’oro è al centro della trama, il Cile e la California le ambientazioni in cui prendono vita le drammatiche esistenze dei personaggi, orde di popolazioni innocenti condannate ad una quotidiana realtà di schiavitù, miseria e violenza.

Eliza, bambina cilena abbandonata in una scatola di latta e cresciuta in un’agiata famiglia inglese, e Tao Chi’en, giovane medico cinese che per sopravvivere deve farsi schiavo, incroceranno i loro destini e le loro anime nel bel mezzo dell’oceano pacifico. Attraverseranno lunghi periodi di dolore e disperazione, anni di privazioni ed intemperie, usciranno ed entreranno dentro le loro stesse vite come fantasmi vaganti dentro a sogni infiniti.

E’ un libro sulla ricerca della libertà e sul senso profondo dell’amore.
Un romanzo impregnato di rispetto per la vita.

Pianse copiosamente le perdite taciute nel corso della sua vita, i momenti di rabbia nascosti per buona educazione, per i segreti che le gravavano addosso come ceppi di un prigioniero e per l’ardente gioventù buttata al vento semplicemente a causa della cattiva sorte di essere nata donna.

La figlia della fortuna

Il quaderno di Maya

Non sarò mai capace di scrivere come Isabel Allende.

Nelle pagine dei suoi romanzi, come in quelle delle sue memorie, il talento e la tecnica linguistica si fondono in uno stile narrativo di una semplicità prodigiosa.

La natura, la sorte e chissà, forse anche le congiunzioni astrali, hanno deciso di donare a questa scrittrice immensa la capacità di rendere magica ed affascinante qualsiasi cosa le venga in mente di raccontare. Tutti i grandi narratori sudamericani hanno la magia nel sangue, ma è Isabel la maestra assoluta di storie strabilianti.

A differenza della maggior parte dei suoi scritti, per lo più ambientati in passate epoche storiche, nel quaderno di Maya la Allende si cimenta con una trama moderna, rivisitando in chiave contemporanea il linguaggio della meraviglia.

Il risultato è un romanzo incantevole ed ingannevole. Quando mai vi è capitato di rendervi conto solo nelle pagine finali di un libro che stavate inconsapevolmente leggendo un giallo? E quante volte, affrontando l’ultimo capitolo, vi siete detti: “E’ vero! Il colpevole lo avevo individuato fin dall’inizio, ma non sapevo che bisognasse farlo!”.

A me non era mai capitato prima.

La Allende è così, irretisce il lettore nelle trame, lo avviluppa nelle maglie di seducenti incantesimi, lo conduce nel suo mondo fantasioso eppur reale, semplice eppur mirabolante.

Maya, una ragazza che ha vissuto l’alcool e le droghe pesanti, è costretta a scappare da un’America all’altra per sfuggire alla giustizia e al male che si autoinfligge. Incontrerà personaggi singolari, un animale che la farà compagnia e affetti profondi che le salveranno la vita.

C’è la Las Vegas dei giorni nostri descritta in tutta la sua crudeltà, c’è Toronto coi suoi rigidi inverni, uno scorcio di Danimarca ed il Cile, che con la dittatura di Pinochet emerge dalla memoria delle pagine.

No, non sarò mai capace di scrivere come Isabel.

Il quaderno di Maya