Non lasciarmi

Ci vuole abilità a scrivere un romanzo di soli antefatti, premesse, ricordi e rievocazioni.
Ci vuole grande padronanza di una certa tecnica narrativa ad indugiare così lentamente sui particolari, sulle supposizioni e sulle interpretazioni del possibile.
Ci vuole, altresì, una spiccata propensione per la narrazione a posteriori di fatti che mai giungono al dunque.
Ci vuole, non da ultimo, la chiara volontà di creare un’attesa esasperante per una verità da rivelare solo di sfuggita, verso il finale.
E il lettore, tutti questi ci vuole, almeno un po’ li deve amare, altrimenti si annoia.

Comprato perché definito romanzo distopico, ma di distopico “Non lasciarmi” ha ben poco.
E’ lontano anni luce questo inedito Ishiuguro dall’incantevole Ishiguro di “Quel che resta del giorno”. Continua a leggere

Il (la) miniaturista

Sbagliare la traduzione del titolo è un errore da principianti.
Non c’è nessun miniaturista uomo in questo romanzo di Jessie Burton, c’è una sola miniaturista ed è una donna, dalle apparizioni fugaci e per lo più inutili. Come inutile è una trama che imbastisce misteri senza svelarli, che si addentra in meandri paludosi lasciandoli tali, che scivola in un finale inconcludente.

Per chi ama il realismo magico sudamericano o i mondi paralleli di nipponica derivazione, leggere un racconto intriso di analoghe ambizioni non supportate dalla capacità di darvi corso con una narrazione convincente, è frustrazione pura. Continua a leggere

Impossibile

Libertà nella reclusione e moralità nell’inganno.
Legalità e verità sembrano strade contrapposte.
Giusto e sbagliato sono punti di vista nell’immedesimazione.

Queste le parole che ho appuntato nella mente mentre leggevo Impossibile e subito dopo rileggevo Il giorno della civetta.
Erri che evoca Sciascia induce inevitabilmente a leggere ancora, a tanti anni di distanza dalla prima volta, il suo “racconto”, con animo diverso, che rivisita il passato, attualizzandolo, che giudica i fatti dalla distanza del presente. Continua a leggere

Incendi

Forse non l’ho capito, non sono riuscita ad entrarci dentro, ad empatizzare coi personaggi, a subire il fascino del fuoco con tutte le metafore complesse che si porta dietro.
Forse avrei potuto sforzarmi di più, lo ammetto.
Forse, più semplicemente, non era il momento giusto per incontrare questi Incendi.
O, forse, è la solita radicata idiosincrasia nei confronti di buona parte della letteratura americana che mi fa dire no, nemmeno Richard Ford.
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Tutti in fila

Tutti in fila, sì, perché il desiderio di ridere prevale.
Uno dietro l’altro, diversi fra loro ma simili in fondo, con quell’essere presenze costanti, a ritmo cadenzato, ché leggere, con questi qui, è come farsi un regalo.
In successione casuale vien quasi voglia di paragonarli, Salvo, Vincenzo e Carlo, e nel metterli a fianco ritrovare in loro quel filo comune di umanità sottesa.
Un crescendo di stile, Camilleri, De Silva, Robecchi, in un modo così avvezzo, ormai, da esser confidenza.
È stato il tempo delle pagine note, lette in sequenza, quasi come un bisogno.
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Underground

Non avevo aspettative particolari, immaginavo un resoconto fra il saggio e il reportage giornalistico; pensavo di dover affrontare cinquecento pagine di cronaca di un attentato, o giù di lì. E invece Underground è una sorpresa oltre ogni aspettativa. È qualcosa di inedito, anche più di un romanzo, è l’analisi di un singolo, drammatico, inconcepibile atto terroristico che, passando attraverso il racconto collettivo di chi l’ha subito e di chi l’ha inferto, assurge a paradigma di una società.

Non ci sono personaggi, ma ogni testimone lo diventa nelle mani di Haruki.
Il contesto è il medesimo, eppure assume dimensioni diverse a seconda di chi ce lo racconta. La trama è una sola, ma si moltiplica in strade plurime ogni volta che un intervistato tratteggia il proprio angolo visuale. Le testimonianze diventano vite, i ricordi sembrano sogni, ciò che è analitico e razionale sconfina nel multiverso e la cosa che più colpisce è quanto la classica distopia di Murakami trovi radici profonde nella vita reale del popolo giapponese.
Lo posiziono in libreria, accanto ai più amati di Haruki.

Una storia naturalmente non è filosofia, non è logica, non è etica. È un racconto. Un sogno che continuiamo a fare, senza accorgercene. E senza interruzione, così, come respiriamo. In queste storie siamo degli esseri con due facce. Siamo al tempo stesso il soggetto e l’oggetto. La totalità e la parte. La realtà e l’ombra. L’autore e l’attore. È questa facoltà di narrarci questa storia stratificata che ci aiuta a sopportare la solitudine di essere individui nel mondo.”



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Le figlie del capitano

Ogni tanto un libro così ci vuole. Un romanzone di quelli che si scrivevano una volta, un’epopea famigliare in cui ogni cosa -trama, personaggi, ambientazioni- scorre qualche centimetro al di sopra della superficie.

Ne “Le figlie del capitano” tutto l’immaginabile è già immaginato e tutto il prevedibile è già accaduto. Continua a leggere

Asimmetria

E’ un libro in punta di piedi, speculare, diviso a metà e scritto in doppio.
Le storie sono diverse, ma si somigliano,
i personaggi distanti fra loro, eppure accomunati da un respiro comune.
La scrittura ruota attorno ad uno stesso schema: è scarna, diretta, lascia al lettore il compito di approfondire.
E il lettore lo fa, perché sono colme e vuote nei punti giusti queste asimmetrie di Lisa Halliday. Continua a leggere

Dove sei stanotte

Al secondo romanzo di Robecchi ritrovo già tutti i suoi cliché:
l‘andamento della trama, gli ambienti conosciuti, le riflessioni profonde nascoste nell’ironia,
le atmosfere accoglienti, il ritmo sostenuto e quelle abitudini dei personaggi che mi fanno sentire a casa.

So che ce ne sono altri e li centellino, come i pochi di Haruki che ancora mi rimangono.

Leggere Robecchi è un regalo all’allegria.

Le assaggiatrici

È il mio libro del 2020, ne sono certa e non cambierò idea.

Da anni non leggevo una storia così viscerale e penetrante.
L’ho fatta mia nel leggerla, l’ho meditata, aggirata, allontanata e ripresa.

Le ho viste tutte, le assaggiatrici, sfilare sotto i miei occhi mentre la scrittura di Rosella Postorino mi avvicinava ad ognuna di loro.

Ho sentito le voci dei canti e l’odore della paura.
Ho atteso, con loro, speranzosa.
Ho condiviso il presente, il futuro, l’assenza. Continua a leggere

La promessa

Il fascino della follia è un magnete senza tempo. Dürrenmatt è un classico: preciso, lineare, netto. Così razionale nell’osservare con distacco gli intricati labirinti delle menti malate da riportare alla memoria certi passaggi di McGrath, venuto dopo di lui nel raccontare l’insania.

Storie vischiose, quelle folli, come colla per le mosche. Ci si rimane attaccati senza riuscire a sfilarsi. Continua a leggere

Il rumore delle cose che cadono

Il rumore delle cose che cadono

L’età adulta porta con sé la pericolosa illusione del controllo, e forse dipende da essa. Intendo dire che è il miraggio di dominio sulla nostra vita che ci permette di sentirci adulti, perché associamo l’essere adulti all’autonomia, il sacrosanto diritto di determinare ciò che ci succederà in seguito. La disillusione arriva presto o tardi, ma arriva, non manca all’appuntamento, non lo ha mai fatto. Quando arriva, l’accogliamo senza meravigliarci troppo, perché nessuno che abbia vissuto abbastanza può stupirsi del fatto che la sua biografia sia stata plasmata da venti lontani, da desideri altrui, con poca o nessuna partecipazione diretta nelle decisioni. Questi lunghi processi che dovranno scontarsi con la nostra vita – a volte per darle la spinta di cui aveva bisogno, a volte per mandare in frantumi i nostri progetti più grandiosi – di solito sono occulti come correnti sotterranee, come meticolose dislocazioni delle placche tettoniche, e quando alla fine arriva il terremoto invochiamo le parole che abbiamo imparato a usare per tranquillizzarci, incidente, coincidenza, a volte destino. Continua a leggere

Una storia quasi solo d’amore

Di Paolo

Ho viaggiato fra le pagine senza riuscire a farle mie.
Ho cercato fra i personaggi almeno uno con cui entrare in empatia.
Ho provato a risalire la trama per trovare significati nascosti da quelli limpidi palesati.
Ho faticato ad intuire il perché di capitoli che finiscono e che, forse, non iniziano. Continua a leggere

Tre gialli al mese

tre gialli al mese

Nemesi
I gialli nordici sono tutti uguali: poco curati nel linguaggio, concentrati sulla trama, superficiali nei particolari, densi di colpi di scena. Scorrono veloci, sì, ma non lasciano il segno. A posteriori mi viene da confondere Nesbø con Larsoon e la Holt con la Läckberg.

Oltre l’inverno
Faticoso, nell’andare e nel venire da una storia all’altra, nel cercare tracce della Allende migliore fra pagine che non sembrano sue. Non bisognerebbe mai rimanere delusi da una delle proprie scrittrici preferite.
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Un classico al giorno

Un classico al giorno

L’amante
L’ho apprezzato molto di più in questa età matura rispetto a quando lo lessi da ragazza.
Forse perché ora nei testi destrutturati e spersonalizzati colgo cifre stilistiche capaci di elevare anche i contenuti. Allora non mi sfiorava nemmeno l’idea.
Doppio sogno
Così perfettamente decadente da essere di gran lunga preferibile a ciò che ne ha fatto Kubrik e agli episodi di Babylon Berlin che ne hanno tratto inequivocabile ispirazione.
La morte a Venezia
Pesante, ostico nella costruzione, mi ha costretta a mantenermi concentrata, a ritornare indietro e rileggere, ora come allora. Lo ricordavo indigesto. Per i mattoni ho buona memoria. Continua a leggere

Nel giardino delle scrittrici nude

Scrittrici nude

Più amaro che divertente, più introspettivo che sommario, coi temi nucleali solo apparentemente nascosti dalle trovate ironiche.
Una scrittura meno crepitante del solito, che preferisce far riflettere piuttosto che far ridere.
A me Pallavicini piace anche così, soprattutto perché quelle scrittrici nude sono uno specchio confortante in cui guardarsi.
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Questa non è una canzone d’amore

robecchi

Un giallo in cui non ci sono commissari burberi, stronzi, né fascinosi, ma è la stessa vittima a farsi investigatore.
Un romanzo in cui il protagonista è tanto improbabile quanto convincente, destinatario inconsapevole di sorti altrui.
Una trama ricca di comprimari aneddotici che ad anelli si incastrano per svelare il mistero.
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Il cardellino

Il cardellino

Una sceneggiatura che scorre sotto gli occhi, una forza cinematografica potente.
È “Il cardellino”, opera quasi monumentale nelle sue novecento pagine che volano veloci nonostante questo tempo lento. Personaggi indelebili, persi in dipendenze non volute, in inciampi toccati in sorte, in destini scritti senza vie di scampo.
Intriso di malinconia, ricordi e speranzosi vagheggiamenti.

Un romanzo pacato che però vive di fuoco. In questa contraddizione sta la sua grandezza.
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Ogni riferimento è puramente casuale

Ogni riferimento

Estremizzato ed assurdo, eppur piacevole.

Ogni riferimento è puramente casuale è un susseguirsi di storie bizzarre sul dietro le quinte del mondo editoriale. Antonio Manzini affida ai suoi personaggi – critici letterari che rinunciano alla vita invitando i lettori a sciogliere enigmi, editori che nascondono cadaveri di autori, novelli scrittori che finiscono a fare i barboni nelle stazioni dei treni – il compito di descrivere, per paradossi, i meccanismi spietati del mondo letterario. Continua a leggere

L’arte della gioia

Goliarda

Dicono sia un romanzo epocale, un rinnovato Gattopardo, una saga familiare che diventa saggio storico fra fascismo e Resistenza. Io l’ho vissuto come un grande racconto di libertà, un romanzo quasi visionario nel respiro ampio di una donna illuminata – Modesta, la protagonista – che sceglie di vivere la propria vita senza lacci né vincoli.

In un’epoca storica di guerra e di paura, in una terra chiusa come la Sicilia di inizio novecento Modesta prende amore e lo elargisce agli uomini e alle donne che ama, alle cause che sposa, alla natura della sua terra generosa.

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The game

Avrei voluto soffermarmi su ogni singolo concetto, avrei voluto approfondire ogni capitolo ragionandone in solitudine con la meticolosità necessaria, ma era tutto talmente teso al passaggio successivo che ho accelerato la lettura per giungere il più velocemente possibile a trovare l’approdo con cui Baricco avrebbe chiuso il senso del game.

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L’arte di ascoltare i battiti del cuore


Quanto Màrquez, quanta Allende, quanto Borges ci sono in Jan-Philipp Sendker?
Me lo sono chiesta dopo aver girato ogni singola pagina de “L’arte di ascoltare i battiti del cuore”, una storia talmente impregnata di magico realismo, a tal punto connotata da particolari tipici della scrittura sudamericana da far pensare che l’ispirazione di Sendker abbia origini colombiane, cilene o argentine. Invece i personaggi vivono in Birmania, hanno nomi come U Ba, Tin Win, Mi Mi, vedono anche se sono ciechi, corrono anche se sono storpi, elargiscono profezie insondabili che sempre si realizzano.
E li ha ideati un tedesco.
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L’assassino del Commendatore

La rottura si consuma a pagina 271 del secondo volume quando il confine dell’incanto murakamiano viene oltrepassato e ci si addentra in territori collosi e privi di respiro.
Bisognerebbe dividere L’assassino del Commendatore prima e dopo pagina 682 (se ho ben sommato le pagine dei due volumi).
Degna di “1q84” la prima parte, compresi gli indugi, le ripetizioni, il trascinarsi degli eventi sempre uguali a loro stessi; discendente nello stile affannoso de “La fine del mondo e il paese delle meraviglie” la seconda. Se la virata oscura e frettolosa dei capitoli finali intende essere un omaggio a Dante Alighieri, al suo Caronte e al mondo dei corpi e delle anime, mi pare che non sia un omaggio riuscito. Se invece non intende esserlo, comunque lo evoca e il paragone che vien naturale fare non regge, anzi, quasi infastidisce. Continua a leggere

Chiamami col tuo nome

Devo scrivere che mi è piaciuto?
Faticherei parecchio.
Devo spiegare perché?
Non credo di saperlo fino in fondo.
Le sensazioni, quasi intangibili, che son scorse lente in sottofondo alla lettura:
Noia per una storia ripetitiva in cui i pensieri si duplicano
e gli schemi si ripercorrono, simili in ogni capitolo.

Fastidio per lo sfoggio continuo e compiaciuto
di una cultura classica che non ha bisogno di essere esibita.

Sorpresa per il successo planetario che ha avuto. Continua a leggere

Feste con gli amici 2

Mi aspettavano da tempo, scrupolosamente selezionati fra le letture di cui godere nei giorni di riposo, nel solito angolo della libreria, quello che non si può toccare finché non arriva il momento giusto.
Due commissari ed un maestro.
Bordelli, che nell’indagare efferati delitti ci ha messo, ancora una volta, la sua anima romantica.
Ferraro, che affronta i crimini di sangue e la vita con mirabile disincanto.
Ed Erri, che ha sempre qualcosa da insegnarmi, anche quando mi sembra di aver già visto e già sentito e poi scopro che non è così.
Uno di loro dice:

“Sentivo i suoi pensieri e rispondevo, ma lui non poteva sentire i miei.
Coi pensieri degli altri non si può parlare, sono sordi.”
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Il silenzio

Scrittura nordica per una copertina artica che somiglia al mio scatto inspiegabilmente blu delle valli di Campagnola Emilia fissato all’alba di qualche inverno fa.

Il Silenzio di Erling Kagge è più alla portata della meditazione di Kabat-Zinn, ha a che fare con il riuscire ad estraniarsi in sé stessi, senza bisogno di luoghi dedicati, posture del corpo, archi temporali da ritagliare nella quotidianità. È un silenzio riconciliativo, che solo da noi dipende per un equilibrio agognato che tanto poi si spezza. Un libro furbo, pieno di citazioni e scritto senza sforzi.

Il silenzio, però, assoluto non lo è mai.
È su questo che rifletto e intanto aspetto che il tempo passi e curi. Continua a leggere

Il più e il meno nel mestiere dello scrittore

 

 

 

 

 

 

 

In comune hanno niente.
Antipodi di scrittura, umanità distanti, cervello e ventre.
Uno rigoroso nel descrivere l’impossibile, l’altro viscerale nel raccontare la realtà.

Il mestiere dello scrittore è così simile a L’arte di correre che fa quasi innervosire: i cassetti mentali da cui attingere ricordi, l’esercizio costante senza cui il talento è destinato a svanire, il prendersi cura del corpo per avere la mente libera e pronta per raccontare, il disinteresse per i premi letterari, tema specioso, in verità.

Il più e il meno è una miscellanea di spezzoni già echeggiati, di evidenze già vissute, di temi che ritornano senza invecchiare, di introspezioni gelide che hanno dentro il fuoco. Continua a leggere

Stoner

Scrivere un intero romanzo sulla mestizia della vita.
Saper rendere delicata la rassegnazione.
Con scrittura esemplare raccontare l’incapacità di opporsi alle negatività, non nella moderna accezione di resilienza, bensì in un’innata indole all’accettazione passiva degli eventi avversi.
John Williams ama le parole e le fa diventare il cuore esistenziale di Stoner, letterato accademico la cui vita è priva di gioia. Continua a leggere

L’incolore Tazaki

Quando di Haruki sai quasi tutto pensi che nulla possa più sorprenderti.
Poi, però, sei anche consapevole che se è vero che del suo narrare conosci ogni cosa, ciò che riuscirà a stupirti ancora una volta è la capacità di essere straordinario nella sua normalità.
In questo, Haruki, non delude mai.

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