La ragazza che doveva morire

Chiudere la trilogia sequel di Milleunium trilogy a qualche anno di distanza dalla lettura dei cinque romanzi precedenti è anche un esercizio di memoria.

Chiudere l’estate con una storia veloce che galoppa verso un finale scenografico è un modo forse un po’ troppo pomposo per archiviare una stagione.

Lagercrantz non ha nulla da invidiare a Larsson, ma più che letteratura questa è fiction.
E va bene che finisca qui.

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La Mennulara

La Mennulara è morta e tutto ruota attorno a lei, che non c’è più.

Non la vediamo mai, la Mennulara.
Un’intera comunità ce la descrive, per aneddoti riportati, per ricordi vissuti, per dicerie di paese e insinuazioni infamanti la cui veridicità è enigma costante di questo romanzo.

La narrazione è intreccio corale e rimbalzante di una girandola di personaggi fra cui, va detto, ci si può perdere, smarrendo completamente il filo. C’è chi la salva, chi la condanna, chi la capisce, chi la compiange.

Si prende gioco di tutti, la serva Mennulara, che governa da postuma le vite altrui.
Questo libro è una ruota, che a tratti fa sorridere, a tratti volutamente confonde, e che sul finire chiarisce ogni dubbio ristabilendo una verità dai chiari contorni.

Complesso da scrivere, tanto è sfidante l’intrigo da cronaca.
Piacevole da leggere, così intriso d’ironia.

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Nessuno torna indietro

È la prima volta che mi avvicino ad un nuovo autore perché suggeritomi dal protagonista di un romanzo. Ne L’anno dei misteri il Commissario Bordelli legge avidamente i romanzi di Alba De Céspedes e li descrive con una tale bramosia di conoscenza, con un irresistibile languore malinconico da far venir voglia di leggerli.

E così ho fatto, iniziando dal primo, Nessuno torna indietro, che stupisce per il garbo con cui è scritto e per la naturalezza con cui racconta storie femminili di emancipazione negli anni trenta del secolo scorso. Si ha la rassicurante idea, leggendolo, di quanto fosse ineluttabile l’indipendenza delle donne.

All’epoca, forse, un romanzo considerato coraggioso.
Oggi, sicuramente, una lettura piacevole che esplora delicatamente l’animo femminile.

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I cani del barrio

Lo aspettavo da tempo e finalmente è arrivato.
Messo da parte per leggerlo a Maimoni, come tradizione vuole.

Gianni Biondillo
ritorna con un Ferraro invecchiato, reso ancor più umano dal tempo che passa, eppur ancor lucido e distaccato nello scandagliare a fondo gli eventi concatenati di un crimine.

Biondillo n
on è solo architetto e scrittore, è anche antropologo, per la capacità ficcante di leggere e interpretare le evoluzioni sociali, i cambiamenti delle dinamiche relazionali, i linguaggi che mutano col mutare delle generazioni.

Più che il mistero da scoprire, più che la vita di Ferraro che ristagna, a far colpo ne I cani del Barrio è la lettura della società che ci circonda e dei suoi penetranti e insospettabili mondi sommersi.

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Il rumore dei tuoi passi

Ha la forza di un pugno nello stomaco e la violenza di uno schiaffo in pieno volto.
Il Rumore dei tuoi passi è un romanzo che fa male, talmente è bello, ruvido, vivido.

Una storia di amicizia e degrado, di amore e disperazione, la sfida di chi prova a non annegare in un mare stagnante, nel disperato tentativo di ribaltare un destino già scritto.

Impossibile non versare lacrime silenziose sulle pagine splendide di Valentina D’Urbano.

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Tre piani

Non c’è indagatore dei rapporti interpersonali più emotivamente spietato di Eshkol Nevo.

Non risparmia nulla, non nasconde nulla, smaschera continuamente i suoi personaggi, nella continua ricerca delle motivazioni sottese ai loro comportamenti.
Ci fa vivere dall’interno pensieri e azioni e ogni consapevolezza di protagonisti e comprimari diventa nostra.

Uno scrittore così, deve scrivere per sempre.

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L’anno dei misteri

L’avevo un po’ trascurato il Commissario Bordelli. Credo per via di una certa stanchezza o anche solo della necessità di prendere, di tanto in tanto, le distanze da storie ormai ripetitive, come inevitabilmente lo sono tutte quelle “seriali”.

E ho fatto bene a lasciare Vichi in stand by per un po’ perché riprenderlo in mano alla giusta distanza di tempo mi ha fatto capire di sentirne, in un certo senso, la mancanza.

Ne L’anno dei misteri ho ritrovato la sua prosa limpida e sciolta, ho scoperto una trama che si dipana su più livelli, ho ritrovato personaggi noti e ormai cari, rinvigoriti da nuove fasi che si aprono e pacificati da vecchi capitoli che si chiudono.

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Una vita sottile

Altri mi sono piaciuti più di questo.
Forse perché i personaggi di Una vita sottile non sono veri e propri personaggi, ma persone reali, non del tutto caratterizzate, a volte appena abbozzate.
Forse perché non ci sono protagonisti, ma solo comparse che con Chiara Gamberale si relazionano e in riflesso a lei si definiscono.
Forse perché i ricordi descritti a spot non lasciano il segno, non si è in grado di capirli, né di apprezzarli fino in fondo. O almeno non sono in grado io.
O forse perché un diario di vita è intelligibile nel profondo solo da chi l’ha scritto.
Però Chiara narra che è una meraviglia, la penna scivola veloce sulle pagine bianche del suo quaderno rilegato blu, che ho letto d’un fiato.
Come sempre, con lei.

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Piste, fiori, ombre

Dai miei appunti a margine:
Che scoperta!
C’è qui in nuce tutta l’ironia di quei giallisti italiani venuti dopo di lui, che magari proprio a Loriano Macchiavelli si sono ispirati, o che forse han copiato, vuoi vedere?

Le trame hanno ingranaggi semplici, oliati, lineari.
Lo schema è seriale, i personaggi caratterizzati e caratterizzanti l’epoca in cui sono calati: la Bologna degli anni settanta, così aperta, vivace, protesa al domani.
Il Commissario Sarti è protagonista godibilissimo perché, molto umano, ha picchi più bassi che alti nel suo continuo indagare.
La narrazione, essenziale e fluida, diverte, strizzando continuamente l’occhio al lettore.

Perché ho preso in mano i gialli di Macchiavelli così tardi, pur avendoceli in casa da decenni? Per fortuna li ho tutti, collezionati in ordinata sequenza, nella libreria bianca del piano di sopra.

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Cuori fanatici

Non una sola trama da raccontare, ma tante piccole tracce che compongono un unico scenario, di contesto.
Un personaggio predominante, ma anche tanti altri che irrompono fluidi sulla scena, ognuno con una storia degna di essere immaginata.
Non un unico filo, ma mille, uniti da un metaforico testimone che invece di annodarli li fa scorrere liberi fra le pagine che avanzano.
Dialoghi improvvisi, ficcanti, convulsi, talmente ricchi da perdercisi dentro.
E quasi sempre ritrovarsi, nei Cuori fanatici.
La scrittura di Edoardo Albinati scorre liquida su fogli che si leggono da soli.
Bisogna essere maestri per scrivere così, senza inizio né fine.

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Prima persona singolare

Quanti occasioni di comprensione ci sono in “Prima persona singolare”?
La ricerca del limite su cui viaggiano paralleli sogni e realtà.
La certezza dell’onnipresenza di molteplici elementi illusori nel reale.
La constatazione che la vita dell’essere umano è un lungo viaggio, a tratti onirico, a tratti tangibile, in grado di attraversare multiformi esperienze e plurime relazioni.
E poi u
n corpo ricordato, un volto sconosciuto, un cerchio con molti centri, una birra scura, una sinfonia ascoltata centinaia di volte, una scimmia alter ego e una conversazione spiacevole al bancone di un bar.

Perché l’immaginazione nasce dal reale e dall’immaginazione si torna alla vita.
Grande lezione di Haruki, questa.

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La donna di scorta

Spezzoni di vite si intrecciano ne “La donna di scorta” con frammenti ribaltati rispetto al solito gioco delle parti.
Una storia come tante, che va come deve andare e finisce come deve finire.
E che, anche se non sorprende, cattura.
Fra cupezze mascherate, gioie nascoste, ripensamenti altalenanti, il libro vola.

Quasi si legge da solo.

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La controvita

Una diavoleria perfettamente architettata.
Un meccanismo narrativo ad incastro che nel cambiare continuamente punto di vista, sorprende, destabilizza, ribalta il lettore.
Un inganno continuo di narrazione e contro narrazione da cui è impossibile salvarsi.
Ci si può solo inchinare di fronte alla perfezione de “La controvita”.

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Anni di rame

Non è un romanzo, ma un’apologia scritta con la precisione che solo i ragionamenti completi possono avere.
Non è un racconto, ma una celebrazione di principi saldi, endemici, radicati in un uomo e in una certa generazione.
È la narrazione sinottica di un’esistenza intera che nel caso specifico si fa paradigma.
È la padronanza del linguaggio di Erri che non smette mai di stupire.

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Follia maggiore

Follia maggiore è il quinto.
Con Monterossi, Falcone, Ghezzi e Carella.
Alleggerisce e riconcilia dopo improvvide letture.
Reinventa e non delude nel rimpianto che dilaga.
Pergolesi e Rossini son spartiti fra le righe.
E le risate tornano sguaiate.

Questi i miei appunti a bordo pagina, con una chiusa finale che dice il vero:

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Le ragazze di New York

Così leggero da essere quasi evanescente.
Così soap opera da riportare alla memoria trame televisive di tempi andati.
Così sbrigativa la descrizione dei fatti, così superficiale la costruzione dei dialoghi, così banale l’evolversi degli eventi, che di un romanzo così a inizio anno ne potevo anche fare a meno.
Col prossimo torno a casa di amici, che è meglio.

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Cuore primitivo

Ci sono più punti di domanda in Cuore primitivo di quanti non ce ne siano in tutti i libri che ho letto nel 2021.
Ci sono, poi, tanti di quei punti esclamativi che i dialoghi paiono tutti urlati.
Ci sono, anche, così tanti “super” e parole con consonanti che raddoppiano (superrazionale, superbelle, sovraccoperta, superricche, …) che mai ne avevo lette così tante insieme.

Ci sono, infine, miriadi di spiegazioni dotte ed inutili a disturbare l’evolversi della trama, che è la storia di un matrimonio agli sgoccioli e di un tradimento come ce ne sono tanti.
Che dire?
Che poteva andare meglio.

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La serie di Oxford

Una via di mezzo fra Agatha Christie e Dan Brown.
Una catena di omicidi imbastita con la matematica e di logica intrisa.
Una perfetta ambientazione oxfordiana che unisce studi scientifici di alto livello con il classico giallo inglese.
Eppure a scriverlo è un argentino che sembra un lord.
Scorre via che è un piacere.

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La first lady è scomparsa

Rispettoso di tutti i cliché del genere: l’introspezione che non c’è, il già letto e riletto che abbonda qua e là, i personaggi da action movie americano, la scarsa profondità (nemmeno tanto mascherata) ed il profluvio di scene dal ritmo incalzante che scorrono veloci verso un finale del tipo: “….e chi se lo aspettava?”.

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Il sale della terra

Il sale della terra, il sole rovente nel cielo, il deserto che tutto inghiotte, il cuore di una madre disposta a dare la vita per salvare il proprio figlio, il coraggio di un figlio trattenuto nel silenzio. E poi i narcotrafficanti, le leggi del cartello, le teste mozzate e i segnali di avvertimento e la paura che si fa terrore quando arrivano i Jardineros. E poi ancora le poesie, le tazze di caffè, i giochi di parole, i libri letti ad alta voce e i pranzi di famiglia. E anche gli incontri, le anime perse e quelle in pericolo, i gesti delicati e le azioni crudeli, la coscienza e i suoi rimorsi e il cuore in pace che in pace non è mai.

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Trilogia di Zuckerman (Lo scrittore fantasma – Zuckerman scatenato – La lezione di anatomia)

Non ci avrei scommesso un centesimo sul mio innamoramento letterario per Philip Roth.
L’innata resistenza alla letteratura americana, i tentativi fatti con altri autori e quasi tutti falliti e quel pregiudizio a lungo maturato che fa desistere di fronte all’impulso di provarci ancora mi avevano sconfortata nel corso degli anni. Per fortuna la tenacia ha vinto, la scintilla è scoccata ed è diventata fuoco crescente nel leggere la Trilogia di Zuckerman dove la letteratura è al centro di ogni cosa, gli ebrei d’America le ruotano intorno e a permeare la scena c’è l’ardore. Un ardore che diventa rabbia, sconforto, autocommiserazione e che si fa dissoluzione, esaltazione e furore nelle fasi alterne della vita di Nathan Zuckerman, lo scrittore protagonista, per cui il successo è frivolo e le sconfitte sono macigni.

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Torto marcio

È il quarto episodio e ti aspetti che sia come i tre precedenti.
Il solco è lo stesso, lo stile anche, il metro pure.
Qualcosa però evolve in Robecchi, che dedica più spazio al mistero che alle tribolazioni di Monterossi, che riduce gli stacchi divertenti e intensifica la concentrazione sulle indagini, che lascia ampio respiro alle dinamiche di commissariato e tiene corto il raggio sulla vita di Carlo, il protagonista.

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Fiori sopra l’inferno

Sono poche le donne che scrivono thriller, non saprei dire perché. Ilaria Tuti, per fortuna, è una di queste. Di Fiori sopra l’inferno non è tanto l’intreccio giallo a colpirmi – ben architettato, documentato storicamente, coi giusti depistaggi sapientemente inseriti nella trama, denso di salti temporali necessari a giustificare i collegamenti logici nella tessitura del narrato – ma il personaggio principale, il Commissario Teresa Battaglia, così ben caratterizzato da essere già punto fermo nella mente del lettore.

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La casa degli sguardi

È il mio libro del 2021, ne sono certa e non cambierò idea.

Da anni non leggevo una storia così cruda, così delicata.
L’ho fatta mia nel leggerla, l’ho amata, temuta, allontanata e ripresa, per non lasciarla andare via.

Li ho visti tutti, i bambini e i genitori dell’ospedale Bambino Gesù, sfilare sotto i miei occhi mentre la scrittura di Daniele Mencarelli mi avvicinava ad ognuno di loro.

Ho visto lui, Daniele, nei suoi lucidi tentativi di riprendersi in mano la vita deragliata.
Ho visto i suoi genitori, sfiniti dall’amore assoluto di madre e di padre.

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Le intermittenze della morte

La morte è donna e non ha la maiuscola.
La morte non è crudele come sembra.
La morte si scopre affascinante
quando incontra la vita.
La morte si umanizza perché ama.


Fortemente politico, neanche tanto velatamente anticlericale, venato di un sarcasmo oggettivo da rendere plausibili le situazioni più surreali.
Questo è Le intermittenze della morte
Saramago scherza seriamente con il lettore, gli fa apparire normale ciò che è inconcepibile, lo invita a seguire concatenazioni logiche irrealistiche in una meccanica narrativa dell’impossibile che acquista sempre più senso man mano che la trama prende vita.
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Come diventare vivi

Con un sottotitolo così: “Un vademecum per lettori selvaggi” immaginavo che “Come diventare vivi” fosse una sorta di manuale per chi ama leggere forsennatamente, così mi ci sono buttata a capofitto, calandomi nella parte della lettrice compulsiva.
Non ci è voluto molto a capire che mi sbagliavo, fra le mani non avevo un manualetto semplice, ma una lettura lenta, densa, profonda. Una lettura che mi ha ricordato ciò che siamo: esseri completi e pensanti, capaci di cose egregie nel ricercare significati complessi, intrecci inaspettati, sviluppi originali, nell’elaborare analisi a livelli multipli, divergenti o convergenti che siano.

Giuseppe Montesano non ci propone un semplice ritorno a ciò che eravamo prima che la tecnologia invadesse le nostre vite e i nostri cervelli, ma ci richiama, con forza, alla nostra stessa essenza di esseri umani. Vorrei ringraziarlo per avermi fatto di nuovo aprire gli occhi su cose che già sapevo e che mi stavano sfuggendo di mano perché non vorrei più permettere all’immaginazione di “sonnecchiare fra le cantine dell’anima”. Continua a leggere

Non lasciarmi

Ci vuole abilità a scrivere un romanzo di soli antefatti, premesse, ricordi e rievocazioni.
Ci vuole grande padronanza di una certa tecnica narrativa ad indugiare così lentamente sui particolari, sulle supposizioni e sulle interpretazioni del possibile.
Ci vuole, altresì, una spiccata propensione per la narrazione a posteriori di fatti che mai giungono al dunque.
Ci vuole, non da ultimo, la chiara volontà di creare un’attesa esasperante per una verità da rivelare solo di sfuggita, verso il finale.
E il lettore, tutti questi ci vuole, almeno un po’ li deve amare, altrimenti si annoia.

Comprato perché definito romanzo distopico, ma di distopico “Non lasciarmi” ha ben poco.
E’ lontano anni luce questo inedito Ishiuguro dall’incantevole Ishiguro di “Quel che resta del giorno”. Continua a leggere

Il (la) miniaturista

Sbagliare la traduzione del titolo è un errore da principianti.
Non c’è nessun miniaturista uomo in questo romanzo di Jessie Burton, c’è una sola miniaturista ed è una donna, dalle apparizioni fugaci e per lo più inutili. Come inutile è una trama che imbastisce misteri senza svelarli, che si addentra in meandri paludosi lasciandoli tali, che scivola in un finale inconcludente.

Per chi ama il realismo magico sudamericano o i mondi paralleli di nipponica derivazione, leggere un racconto intriso di analoghe ambizioni non supportate dalla capacità di darvi corso con una narrazione convincente, è frustrazione pura. Continua a leggere

Impossibile

Libertà nella reclusione e moralità nell’inganno.
Legalità e verità sembrano strade contrapposte.
Giusto e sbagliato sono punti di vista nell’immedesimazione.

Queste le parole che ho appuntato nella mente mentre leggevo Impossibile e subito dopo rileggevo Il giorno della civetta.
Erri che evoca Sciascia induce inevitabilmente a leggere ancora, a tanti anni di distanza dalla prima volta, il suo “racconto”, con animo diverso, che rivisita il passato, attualizzandolo, che giudica i fatti dalla distanza del presente. Continua a leggere