Tre gialli al mese

tre gialli al mese

Nemesi
I gialli nordici sono tutti uguali: poco curati nel linguaggio, concentrati sulla trama, superficiali nei particolari, densi di colpi di scena. Scorrono veloci, sì, ma non lasciano il segno. A posteriori mi viene da confondere Nesbø con Larsoon e la Holt con la Läckberg.

Oltre l’inverno
Faticoso, nell’andare e nel venire da una storia all’altra, nel cercare tracce della Allende migliore fra pagine che non sembrano sue. Non bisognerebbe mai rimanere delusi da una delle proprie scrittrici preferite.
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Un classico al giorno

Un classico al giorno

L’amante
L’ho apprezzato molto di più in questa età matura rispetto a quando lo lessi da ragazza.
Forse perché ora nei testi destrutturati e spersonalizzati colgo cifre stilistiche capaci di elevare anche i contenuti. Allora non mi sfiorava nemmeno l’idea.
Doppio sogno
Così perfettamente decadente da essere di gran lunga preferibile a ciò che ne ha fatto Kubrik e agli episodi di Babylon Berlin che ne hanno tratto inequivocabile ispirazione.
La morte a Venezia
Pesante, ostico nella costruzione, mi ha costretta a mantenermi concentrata, a ritornare indietro e rileggere, ora come allora. Lo ricordavo indigesto. Per i mattoni ho buona memoria. Continua a leggere

Nel giardino delle scrittrici nude

Scrittrici nude

Più amaro che divertente, più introspettivo che sommario, coi temi nucleali solo apparentemente nascosti dalle trovate ironiche.
Una scrittura meno crepitante del solito, che preferisce far riflettere piuttosto che far ridere.
A me Pallavicini piace anche così, soprattutto perché quelle scrittrici nude sono uno specchio confortante in cui guardarsi.
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Questa non è una canzone d’amore

robecchi

Un giallo in cui non ci sono commissari burberi, stronzi, né fascinosi, ma è la stessa vittima a farsi investigatore.
Un romanzo in cui il protagonista è tanto improbabile quanto convincente, destinatario inconsapevole di sorti altrui.
Una trama ricca di comprimari aneddotici che ad anelli si incastrano per svelare il mistero.
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Il cardellino

Il cardellino

Una sceneggiatura che scorre sotto gli occhi, una forza cinematografica potente.
È “Il cardellino”, opera quasi monumentale nelle sue novecento pagine che volano veloci nonostante questo tempo lento. Personaggi indelebili, persi in dipendenze non volute, in inciampi toccati in sorte, in destini scritti senza vie di scampo.
Intriso di malinconia, ricordi e speranzosi vagheggiamenti.

Un romanzo pacato che però vive di fuoco. In questa contraddizione sta la sua grandezza.
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Ogni riferimento è puramente casuale

Ogni riferimento

Estremizzato ed assurdo, eppur piacevole.

Ogni riferimento è puramente casuale è un susseguirsi di storie bizzarre sul dietro le quinte del mondo editoriale. Antonio Manzini affida ai suoi personaggi – critici letterari che rinunciano alla vita invitando i lettori a sciogliere enigmi, editori che nascondono cadaveri di autori, novelli scrittori che finiscono a fare i barboni nelle stazioni dei treni – il compito di descrivere, per paradossi, i meccanismi spietati del mondo letterario. Continua a leggere

L’arte della gioia

Goliarda

Dicono sia un romanzo epocale, un rinnovato Gattopardo, una saga familiare che diventa saggio storico fra fascismo e Resistenza. Io l’ho vissuto come un grande racconto di libertà, un romanzo quasi visionario nel respiro ampio di una donna illuminata – Modesta, la protagonista – che sceglie di vivere la propria vita senza lacci né vincoli.

In un’epoca storica di guerra e di paura, in una terra chiusa come la Sicilia di inizio novecento Modesta prende amore e lo elargisce agli uomini e alle donne che ama, alle cause che sposa, alla natura della sua terra generosa.

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The game

Avrei voluto soffermarmi su ogni singolo concetto, avrei voluto approfondire ogni capitolo ragionandone in solitudine con la meticolosità necessaria, ma era tutto talmente teso al passaggio successivo che ho accelerato la lettura per giungere il più velocemente possibile a trovare l’approdo con cui Baricco avrebbe chiuso il senso del game.

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L’arte di ascoltare i battiti del cuore


Quanto Màrquez, quanta Allende, quanto Borges ci sono in Jan-Philipp Sendker?
Me lo sono chiesta dopo aver girato ogni singola pagina de “L’arte di ascoltare i battiti del cuore”, una storia talmente impregnata di magico realismo, a tal punto connotata da particolari tipici della scrittura sudamericana da far pensare che l’ispirazione di Sendker abbia origini colombiane, cilene o argentine. Invece i personaggi vivono in Birmania, hanno nomi come U Ba, Tin Win, Mi Mi, vedono anche se sono ciechi, corrono anche se sono storpi, elargiscono profezie insondabili che sempre si realizzano.
E li ha ideati un tedesco.
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L’assassino del Commendatore

La rottura si consuma a pagina 271 del secondo volume quando il confine dell’incanto murakamiano viene oltrepassato e ci si addentra in territori collosi e privi di respiro.
Bisognerebbe dividere L’assassino del Commendatore prima e dopo pagina 682 (se ho ben sommato le pagine dei due volumi).
Degna di “1q84” la prima parte, compresi gli indugi, le ripetizioni, il trascinarsi degli eventi sempre uguali a loro stessi; discendente nello stile affannoso de “La fine del mondo e il paese delle meraviglie” la seconda. Se la virata oscura e frettolosa dei capitoli finali intende essere un omaggio a Dante Alighieri, al suo Caronte e al mondo dei corpi e delle anime, mi pare che non sia un omaggio riuscito. Se invece non intende esserlo, comunque lo evoca e il paragone che vien naturale fare non regge, anzi, quasi infastidisce. Continua a leggere

Chiamami col tuo nome

Devo scrivere che mi è piaciuto?
Faticherei parecchio.
Devo spiegare perché?
Non credo di saperlo fino in fondo.
Le sensazioni, quasi intangibili, che son scorse lente in sottofondo alla lettura:
Noia per una storia ripetitiva in cui i pensieri si duplicano
e gli schemi si ripercorrono, simili in ogni capitolo.

Fastidio per lo sfoggio continuo e compiaciuto
di una cultura classica che non ha bisogno di essere esibita.

Sorpresa per il successo planetario che ha avuto. Continua a leggere

Feste con gli amici 2

Mi aspettavano da tempo, scrupolosamente selezionati fra le letture di cui godere nei giorni di riposo, nel solito angolo della libreria, quello che non si può toccare finché non arriva il momento giusto.
Due commissari ed un maestro.
Bordelli, che nell’indagare efferati delitti ci ha messo, ancora una volta, la sua anima romantica.
Ferraro, che affronta i crimini di sangue e la vita con mirabile disincanto.
Ed Erri, che ha sempre qualcosa da insegnarmi, anche quando mi sembra di aver già visto e già sentito e poi scopro che non è così.
Uno di loro dice:

“Sentivo i suoi pensieri e rispondevo, ma lui non poteva sentire i miei.
Coi pensieri degli altri non si può parlare, sono sordi.”
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Il silenzio

Scrittura nordica per una copertina artica che somiglia al mio scatto inspiegabilmente blu delle valli di Campagnola Emilia fissato all’alba di qualche inverno fa.

Il Silenzio di Erling Kagge è più alla portata della meditazione di Kabat-Zinn, ha a che fare con il riuscire ad estraniarsi in sé stessi, senza bisogno di luoghi dedicati, posture del corpo, archi temporali da ritagliare nella quotidianità. È un silenzio riconciliativo, che solo da noi dipende per un equilibrio agognato che tanto poi si spezza. Un libro furbo, pieno di citazioni e scritto senza sforzi.

Il silenzio, però, assoluto non lo è mai.
È su questo che rifletto e intanto aspetto che il tempo passi e curi. Continua a leggere

Il più e il meno nel mestiere dello scrittore

 

 

 

 

 

 

 

In comune hanno niente.
Antipodi di scrittura, umanità distanti, cervello e ventre.
Uno rigoroso nel descrivere l’impossibile, l’altro viscerale nel raccontare la realtà.

Il mestiere dello scrittore è così simile a L’arte di correre che fa quasi innervosire: i cassetti mentali da cui attingere ricordi, l’esercizio costante senza cui il talento è destinato a svanire, il prendersi cura del corpo per avere la mente libera e pronta per raccontare, il disinteresse per i premi letterari, tema specioso, in verità.

Il più e il meno è una miscellanea di spezzoni già echeggiati, di evidenze già vissute, di temi che ritornano senza invecchiare, di introspezioni gelide che hanno dentro il fuoco. Continua a leggere

Stoner

Scrivere un intero romanzo sulla mestizia della vita.
Saper rendere delicata la rassegnazione.
Con scrittura esemplare raccontare l’incapacità di opporsi alle negatività, non nella moderna accezione di resilienza, bensì in un’innata indole all’accettazione passiva degli eventi avversi.
John Williams ama le parole e le fa diventare il cuore esistenziale di Stoner, letterato accademico la cui vita è priva di gioia. Continua a leggere

L’incolore Tazaki

Quando di Haruki sai quasi tutto pensi che nulla possa più sorprenderti.
Poi, però, sei anche consapevole che se è vero che del suo narrare conosci ogni cosa, ciò che riuscirà a stupirti ancora una volta è la capacità di essere straordinario nella sua normalità.
In questo, Haruki, non delude mai.

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Eppure cadiamo felici

neach-gaoil (gaelico)
la persona che vive dentro il tuo cuore

C’è un’età, non più adolescenziale e non ancora adulta, in cui non si hanno certezze su come approcciarsi alla vita. È l’età in cui le relazioni interpersonali sono scandagliate a fondo dagli animi sensibili, quella in cui si scopre che innamorarsi è energia travolgente, che disilludersi è dolore insopportabile, che ritrovare un proprio equilibrio è forza assoluta.

Enrico Galiano racconta questa età con occhi di ragazza, attraverso il significato di parole uniche e intraducibili, usando l’etimologia e la filosofia come binari certi di un percorso di crescita. Eppure cadiamo felici non è solo un bel titolo, è anche un bel romanzo.

yuugen (giapponese)
consapevolezza dell’universo che risveglia un sentimento troppo vasto, indica una indecifrabile profondità e la bellezza nascosta, il fascino delle cose in penombra che non si riescono a comprendere perfettamente

Dev’esserci un motivo se ultimamente mi avvicino a libri che mai avrei sospettato di voler leggere. Credo sia per via di una certa nostalgia, quella, sottesa, dell’età dell’inconsapevolezza. Guardo il mare di Sa Mesa Longa e mi viene quasi voglia di riavvolgere la pellicola, fare un balzo indietro, di trent’anni almeno.

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L’esercizio del distacco

Un libro non scelto, spedito in omaggio, trovato in un pacco.
Un diario che sta lì, sospeso, fra prosa e poesia.
Indecisa in ogni pagina: mi piace o non mi piace?
Arrivata in fondo sento la fatica di questo continuo domandarmi: ma allora, mi è piaciuto o no?
La trama va e viene. Salta nel tempo, balzi continui fra presente e ricordi di una protagonista che descrive le ore di felicità assoluta con una tristezza disarmante. Continua a leggere

La scuola cattolica

Albinati primavera

Quante cose potrebbero dirsi:
è romanzo, diario, saggio, cronaca, confessione, intreccio di ricordi.

È la summa della nostra epoca, è compendio sublime.
È il racconto di ciò che siamo, il migliore di tutti, io paragoni non ne trovo.
È che sono fiera di averlo letto. E non mi era mai capitato prima.
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Riparare i viventi

Crudo, involuto, sovrabbondante nei dettagli anatomici, dispersivo nelle storie collaterali, impersonale nelle descrizioni dei sentimenti atroci di due genitori che perdono un figlio.

Caotico nei fili logici, eppure doloroso. Talmente doloroso da non voler leggere certe righe, certi passaggi estremi di sangue, di divaricatori a cremagliera, di ventricoli e perfusioni. Continua a leggere

L’elefante scomparso

L’avevo sottovalutato, tenuto fra gli ultimi di Murakami convinta fosse una raccolta delle solite, personaggi e storie in ordine sparso, piccoli doni in singole dosi.
E invece ne L’elefante scomparso c’è un germoglio fecondo, l’inizio di una storia cui seguirà un intero universo.

E’ qui che nasce L’uccello che girava le viti del mondo. Sei anni prima che prendesse la forma di un romanzo, l’uccello giraviti era già protagonista nella mente di Murakami. Me ne sono accorta pian piano da alcuni indizi disseminati lungo il cammino che quasi rischiavano di sfuggirmi nell’interezza del contesto. Poi, silenti, sono arrivati i personaggi, i nomi, il gatto, la trama. E mi son detta: non c’è un ordine possibile, non c’è un prima né un dopo, ogni parte è a sé, ogni parte completa le altre. Continua a leggere

Dolore

La coincidenza di rincontrare Zeruya Shalev poco dopo aver letto Safran Foer, con la memoria fresca di tutto ciò che non mi è piaciuto in Eccomi e che in Dolore ho trovato perfetto. Sì, perché Dolore, scritto e pubblicato un anno prima di Eccomi, ha una trama molto simile, un’ambientazione emotiva identica, uno sfondo religioso analogo in un’Israele vissuta e non solo agognata.
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In viaggio con Ayrton

L’ho ricevuto in regalo ed è stata una gioia, un pensiero inaspettato di due amici che conoscono la mia passione per Ayrton.

Di Senna credevo di sapere tutto, o quasi. Poi ho letto “Senna. In viaggio con Ayrton.” e ho capito che mi mancava un coccio importante, un frammento fondamentale a cui non avevo dato importanza. Non ho mai creduto al lato cinico e alla spietatezza che i suoi acerrimi nemici gli attribuivano, ero certa che fosse solo invidia per un talento immenso, per una personalità sconfinata, difficilmente intellegibile, quasi divina.
Io, che nel divino non credo, ho sempre visto in Ayrton qualcosa di molto vicino all’ultraterreno. Continua a leggere

Eccomi

Arrivarci in fondo: al matrimonio in crisi di Julia e Jacob, a una famiglia che si decompone, all’ebraismo americano di questo libro gravoso.

Fatico a reggere romanzi così, quelli in cui ogni frase è paradigma, in cui ogni pagina racchiude le verità dell’universo, in cui i dialoghi fra adulti sono cristallini distillati di introspezione e in cui gli scambi di parole fra bambini sono rivelazioni cosmiche del mondo che verrà. Fatico a reggere un romanzo che si autoproclama normale dove la normalità manca del tutto, dove anche gli episodi semplici e banali della vita famigliare assurgono ad archetipo, in ogni riga. Continua a leggere

Ancora una volta il mare

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Leggere e non capire chi, quando, dove.

Leggere e domandarsi continuamente cosa si sta leggendo.

Proseguire nella lettura solo perché il precedente “Ogni giorno, ogni ora” era scritto con mirabile essenzialità e sembra quantomeno incoerente che la spigolosità tronca tipica della Dragnić sia del tutto scomparsa.

Non mollarci, resistere fino all’ultima pagina pensando che la colpa magari è anche un po’ mia che non sono concentrata.
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Le ragazze

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Talmente lontano da me da rimanerne colpita.

Droga, sregolatezza, guru, alcool, sesso, sporcizia, violenza, parole nel vuoto.

Siamo alla fine degli anni sessanta, c’è una Comune, una bambina di dodici anni che passa troppo tempo da sola, due genitori assenti, Le ragazze che covano il male e un doppio registro narrativo senza pretese.
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