Le parole di Vasco

 
Ma forse Sally è proprio questo il senso, il senso
del tuo vagare
forse davvero ci si deve sentire
alla fine un po’ male
forse alla fine di questa triste storia
qualcuno troverà il coraggio
per affrontare i sensi di colpa
e cancellarli da questo viaggio
per vivere davvero ogni momento
con ogni suo turbamento
e come se fosse l’ultimo

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Le tue parole fanno male

Bisognerebbe essere capaci di trattenere le parole che fanno male.
Bisognerebbe celarle persino ai pensieri, respingerle, rinnegarle prima di proferirle.
Bisognerebbe farle uscire dalla porta di servizio, fingere di non averle fatte entrare, bruciarle nel camino prima ancora di vederle nascere.

Nello sfogo paiono catartiche, alleggeriscono, persino galvanizzano.
Nel placarsi della veemenza diventano catene, massi voluminosi inamovibili, macerie per gli affetti.

Una ballata languida accompagna Le tue parole fanno male di Cesare Cremonini.

le tue parole sono mine,
le sento esplodere in cortile,
al posto delle margherite,
ci sono cariche esplosive

 

Un senso (m e g r e l f)

Che poi la vita, quando si è fatti così, quando la testa tende a raziocinare in continuazione, ti sottopone sequele infinite di domande.
Te le ritrovi nel bicchiere, fra i calzini, sul cuscino, ovunque.
Interrogativi perpetui e persistenti che oscurano la fantasia, che logorano la libertà.

Bisogna saperli fermare, bisogna fermarsi.

Marco, Elena, Gabriele, Roberta, Elisa, Lisa, Ferro.
Intorno a una tavola apparecchiata, ascolto le vostre voci e canto Vasco.

Un senso, per noi.

Senti che bel vento
sai che cosa penso?
domani un altro giorno
arriverà

Vieni da me

Viene da stupirsi quando in una canzone leggera si scovano delle verità non così banali. A volte si pensa che solo le riflessioni profonde, il pensiero di grandi autori, i componimenti più raffinati possano aiutarci a capire qualcosa di noi.

E invece, più spesso, è la semplicità che ci aiuta a ritrovarci.

Quando le distanze ci informano che siamo fragili, abbiamo bisogno di un abbraccio che scacci le nostre piccole paure. Lo dice Francesco Sarcina, il cantante de Le vibrazioni mentre intona Vieni da me. Lo dicono i personaggi di questo bel video quando alla fine, cantando, scorgono un orizzonte sereno al centro di un’eclissi.

Riportare noi stessi in ciò che leggiamo, vediamo, ascoltiamo è naturale.
Persino consolatorio, se solo ci crediamo, almeno un po’.

I veli trasformano intere identità
ma
è guardando le stelle che m’innamorerò
di tutte le cose più belle che ci son già

ma che fanno paura perché siamo fragili

Io confesso

E’ un giovedì nato stanco, nel mezzo di una settimana infinita fatta di ore dense che si accavallano fino a tarda sera.

Mi sveglio col buio e mi convinco che per iniziare una giornata appena sbocciata e già stremata c’è bisogno di una musica corale, di un incipit d’orchestra con tanto di fiati, archi e percussioni.

Devo trovare una canzone contemporanea, evocativa della miglior tradizione melodica italiana. Cerco un testo provocatorio che suoni come una sfida a questo fiacco giovedì. Vorrei una voce maschile, profonda e possente che infonda vigore alle ore che ho davanti. E, magari, una dissonanza femminile che riempia di note acuminate gli impegni che si rincorreranno.

Per una canzone così, penso, posso anche rinunciare alla mia prima mezz’ora di sacro silenzio mattutino.

Rovisto nella mente in cerca di una melodia adatta ed inizio ad udire i violoncelli, le trombe, i tamburi. Mi metto in ascolto di un coro anni settanta, sognante ed ovattato, della voce intensa di Mauro Ermanno Giovanardi, degli acuti lirici di Susanna Rigacci.

Ho trovato quel che cercavo: La Crus – Io confesso

Ma chiamerai il mio nome
Lo so che lo farai
Non c’è nessun altro al mondo
Così vicino a te 
Che e così uguale a me

 

Sei

Mi era sembrato di sentire l’accenno di un violino. Dopo quell’inizio di chitarra languida che insiste sul medesimo accordo, dopo la voce di Giuliano che intona note basse, dopo aver separato la liricità del pianoforte dalla malinconia della fisarmonica, mi sono messa a cercare un violino.

Ascoltare una canzone ad occhi chiusi rende più percettivi, amplifica i sensi, ci inabissa nella melodia. E i versi, ascoltati al buio, echeggiano nella mente acquisendo significati nuovi; si trasformano, appaiono limpidi nella loro ambiguità.

Quello di Sei è un testo duplice che ritorna su se stesso, che si contraddice e si smentisce, che dal contrasto fa emergere l’identità, come in tutte le più belle canzoni dei Negramaro.

Ho cercato su youtube il video ufficiale: di violini non ce ne sono.

Sarà che sono stanca, sarà che sono giornate infinitamente lunghe e complicate, sarà che la mente è un po’ annebbiata, ma io, verso la fine del primo minuto, quel violino lo sento.

…e se un senso lo trovi
dimmi almeno qual è
dimmi se c’è