Pianeti

Le sfere son braccia che avvolgono, evanescenza che evapora in assenza di attriti. All’interno protezioni emotive ammorbidiscono gli sguardi, rendono lievi le distanze.
È sulle certezze che si atterra.

I cubi son fatti di spigoli, han superfici lisce e bordi taglienti che solo a sfiorarsi ci si ferisce. Fa freddo come il ghiaccio a stare lí dentro, il freddo di quando si é soli e le distanze aumentano. Continua a leggere

In ogni atomo

Nei solchi d’autunno c’è un’aria che punge,
le gambe volano lungo la via,
hanno la spinta dei venti migliori.

Fra il chiaro e lo scuro di tutti quei rossi il fiato è leggero,
lo sguardo sicuro, nessuna fatica nell’incedere svelto.

Le foglie raccontano di un prima e di un dopo,
è così semplice capirlo, così facile sorridere. Continua a leggere

Le parole di Vasco

 
Ma forse Sally è proprio questo il senso, il senso
del tuo vagare
forse davvero ci si deve sentire
alla fine un po’ male
forse alla fine di questa triste storia
qualcuno troverà il coraggio
per affrontare i sensi di colpa
e cancellarli da questo viaggio
per vivere davvero ogni momento
con ogni suo turbamento
e come se fosse l’ultimo

Continua a leggere

Le tue parole fanno male

Bisognerebbe essere capaci di trattenere le parole che fanno male.
Bisognerebbe celarle persino ai pensieri, respingerle, rinnegarle prima di proferirle.
Bisognerebbe farle uscire dalla porta di servizio, fingere di non averle fatte entrare, bruciarle nel camino prima ancora di vederle nascere.

Nello sfogo paiono catartiche, alleggeriscono, persino galvanizzano.
Nel placarsi della veemenza diventano catene, massi voluminosi inamovibili, macerie per gli affetti.

Una ballata languida accompagna Le tue parole fanno male di Cesare Cremonini.

le tue parole sono mine,
le sento esplodere in cortile,
al posto delle margherite,
ci sono cariche esplosive

 

Un senso (m e g r e l f)

Che poi la vita, quando si è fatti così, quando la testa tende a raziocinare in continuazione, ti sottopone sequele infinite di domande.
Te le ritrovi nel bicchiere, fra i calzini, sul cuscino, ovunque.
Interrogativi perpetui e persistenti che oscurano la fantasia, che logorano la libertà.

Bisogna saperli fermare, bisogna fermarsi.

Marco, Elena, Gabriele, Roberta, Elisa, Lisa, Ferro.
Intorno a una tavola apparecchiata, ascolto le vostre voci e canto Vasco.

Un senso, per noi.

Senti che bel vento
sai che cosa penso?
domani un altro giorno
arriverà

Vieni da me

Viene da stupirsi quando in una canzone leggera si scovano delle verità non così banali. A volte si pensa che solo le riflessioni profonde, il pensiero di grandi autori, i componimenti più raffinati possano aiutarci a capire qualcosa di noi.

E invece, più spesso, è la semplicità che ci aiuta a ritrovarci.

Quando le distanze ci informano che siamo fragili, abbiamo bisogno di un abbraccio che scacci le nostre piccole paure. Lo dice Francesco Sarcina, il cantante de Le vibrazioni mentre intona Vieni da me. Lo dicono i personaggi di questo bel video quando alla fine, cantando, scorgono un orizzonte sereno al centro di un’eclissi.

Riportare noi stessi in ciò che leggiamo, vediamo, ascoltiamo è naturale.
Persino consolatorio, se solo ci crediamo, almeno un po’.

I veli trasformano intere identità
ma
è guardando le stelle che m’innamorerò
di tutte le cose più belle che ci son già

ma che fanno paura perché siamo fragili

Io confesso

E’ un giovedì nato stanco, nel mezzo di una settimana infinita fatta di ore dense che si accavallano fino a tarda sera.

Mi sveglio col buio e mi convinco che per iniziare una giornata appena sbocciata e già stremata c’è bisogno di una musica corale, di un incipit d’orchestra con tanto di fiati, archi e percussioni.

Devo trovare una canzone contemporanea, evocativa della miglior tradizione melodica italiana. Cerco un testo provocatorio che suoni come una sfida a questo fiacco giovedì. Vorrei una voce maschile, profonda e possente che infonda vigore alle ore che ho davanti. E, magari, una dissonanza femminile che riempia di note acuminate gli impegni che si rincorreranno.

Per una canzone così, penso, posso anche rinunciare alla mia prima mezz’ora di sacro silenzio mattutino.

Rovisto nella mente in cerca di una melodia adatta ed inizio ad udire i violoncelli, le trombe, i tamburi. Mi metto in ascolto di un coro anni settanta, sognante ed ovattato, della voce intensa di Mauro Ermanno Giovanardi, degli acuti lirici di Susanna Rigacci.

Ho trovato quel che cercavo: La Crus – Io confesso

Ma chiamerai il mio nome
Lo so che lo farai
Non c’è nessun altro al mondo
Così vicino a te 
Che e così uguale a me

 

Sei

Mi era sembrato di sentire l’accenno di un violino. Dopo quell’inizio di chitarra languida che insiste sul medesimo accordo, dopo la voce di Giuliano che intona note basse, dopo aver separato la liricità del pianoforte dalla malinconia della fisarmonica, mi sono messa a cercare un violino.

Ascoltare una canzone ad occhi chiusi rende più percettivi, amplifica i sensi, ci inabissa nella melodia. E i versi, ascoltati al buio, echeggiano nella mente acquisendo significati nuovi; si trasformano, appaiono limpidi nella loro ambiguità.

Quello di Sei è un testo duplice che ritorna su se stesso, che si contraddice e si smentisce, che dal contrasto fa emergere l’identità, come in tutte le più belle canzoni dei Negramaro.

Ho cercato su youtube il video ufficiale: di violini non ce ne sono.

Sarà che sono stanca, sarà che sono giornate infinitamente lunghe e complicate, sarà che la mente è un po’ annebbiata, ma io, verso la fine del primo minuto, quel violino lo sento.

…e se un senso lo trovi
dimmi almeno qual è
dimmi se c’è

Io che amo solo te (2)

E’ forse una delle più belle canzoni di devozione mai scritte, una di quelle poesie che meglio raccontano l’amore assoluto, pensata per chi ha scelto di condividere la vita con una sola persona, per sempre.

In questi giorni difficili, di corsie e flebo, di paure e sollievo, ho avuto modo di capire definitivamente che non c’è niente di più assoluto del legame che unisce una madre ai propri figli.

Bisognerebbe, ogni tanto, trovare il coraggio di dire a chi ci ha generato che non abbiamo bisogno di amare mille cose, che non ci perderemo fra le strade del mondo.

E che, se le illusioni svaniscono, il nostro legame indissolubile durerà.
Per sempre.

Io mi fermerò
e ti regalerò
quel che resta
della mia gioventù

(Sergio Endrigo, Io che amo solo te)

Il vento e le rose

Si è aperto il cielo.

Dopo interminabili giorni di pioggia e di nebbie rarefatte, lunghi fasci di luce ci concedono il piacere di vedere cosa c’è nel cielo. Io ci vedo l’azzurro, finalmente.
E a guardare bene vedo anche il tepore naturale di una stagione che muore, la speranza che torna, la forza che cresce.

E poi laggiù, in fondo alla densa foschia che avvolge le cime dell’appennino, intravedo le illusioni, quelle che canta Patty Pravo ne Il vento e le rose.

Un giorno il cielo si aprirà
e mi racconterà che tu
tu sei la solita illusione

Un testo magnifico che mescola l’amore con l’economia, un letto con un caffè, l’incoscienza con gli scocciatori.
E il vento con le rose.

Scritto da Diego Calvetti in un momento di ispirazione vera.

Suonato da un’orchestra di violini e di chitarre elettriche.

Mi vuoi?
O vuoi un altro caffè?
Dicevi non si può
e poi sei qui da me

http://www.youtube.com/watch?v=KswvWzofO2A

Dietro la porta

Di avere una predisposizione per ciò che è al limite dell’anacronistico già lo sapevo. Del fatto che sempre più spesso oriento la mia attenzione su brani datati che in pochi ancora ascoltano, ne ho piena consapevolezza. Ho una mia particolare idea di musica intramontabile, considero eterni certi pezzi privi di fama e di fortuna. Sono eterni per me, non in assoluto.

Nel mio vagare fra canzoni dimenticate, incontro spesso Dietro la porta di Cristiano De Andrè. Una canzone fuori tempo, un sottofondo musicale che mi accompagna sovente, anche quando presento i miei libri.

In questi giorni veloci, frenetici, furiosi, ritrovare impronte inalterate su cui ritornare e spazi già riempiti sempre pronti ad accoglierci, ha un che di confortante. E dietro la porta di Cristiano c’è quel mondo fitto che ci rassicura: pensieri importanti parcheggiati in un angolo, la polvere dei ritorni, l’ombra dell’anima attenta. E poi le notti imperdibili, il consumarsi di mani, gli occhi segretamente nascosti.

Dietro la porta di Cristiano c’è quello che sta dentro le nostre ore: un tappeto di stelle, un leggero passo di vento.

Summertime

Ci sono momenti in cui le parole non servono, sono di troppo. Si va in cerca di silenzi o di spazi da riempire con pensieri incoraggianti. A volte capita che note non banali colmino quei vuoti. Melodie rimodulate, vecchi brani rivisitati, accostamenti inconsueti.

La tromba di Fabrizio Bosso e il pianoforte di Sergio Cammariere. Due maestri che reinventano Summertime.

Otto minuti di rutilante jam session.

Proprio quel che serve in un momento così.

Guarda l’alba

Ho scelto la mia canzone di Natale. Ho messo da parte gli “Oh happy day”, i “Last Christmas”, i “Let it snow” e ascolto la voce appuntita e irrequieta di Carmen Consoli che, guardando l’alba, rinasce.

Fra le note di Guarda l’alba c’è una donna che ripercorre i Natali della sua vita, rivive quelli passati e immagina quelli che verranno. E’ una ragazza che si sdoppia e che guardandosi allo specchio si vede impavida. Una donna che, indossando una faccia nuova, sa accettare l’assenza di chi ama.

Abbiamo tutti bisogno di un’alba che ci insegni a sorridere.

Buon Natale.

Tutto inizia,
invecchia,
cambia forma,
l’amore tutto si trasforma,
nel chiudersi un fiore al tramonto si rigenera.

Mary

A proposito di vecchi brani ripescati nella memoria,
a proposito di legami di sangue che distruggono le esistenze di giovani donne,
a proposito di canzoni che sono racconti,
ecco che dall’Ipod in modalità random salgono le note di Mary dei Gemelli DiVersi.

Penso subito a quella Lei che fissava il vuoto nella vetrina della libreria, a quel desiderio di silenzio, alla sua stagione complicata e dolorosa. La voce di Strano, penso, potrebbe fare da sottofondo alla sua vita. La pioggia e le sirene che si sentono all’inizio del brano, il modo risoluto in cui viene narrato l’abuso, l’intensità mista a speranza di quel coro gospel finale. C’è tutto quel che serve per immaginare e capire.

Bellissima canzone dal successo internazionale, mix di generi musicali contemporanei che non so distinguere fino in fondo, voci profonde e limpide che sanno interpretare la drammaticità e la forza.

Si sente sola Mary
ora ha paura Mary
l’ho vista piangere
poi chiedere
una risposta al cielo Mary

Vieni via con me

Ogni volta che guardo l’interpretazione zingarettiana di Vieni via con me penso a quanto sia facile abusare dei vocaboli che descrivono le nostre sensazioni. E quanto sia superficiale rappresentare ciò che percepiamo con i termini sbagliati. Quante volte definiamo emozionante un evento, una scena cui assistiamo, un ricordo?

Troppe, per quel che mi riguarda.
La parola emozione abbonda impropriamente nel mio vocabolario; dovrei usarla con più parsimonia, centellinarla, riservala a ciò che veramente merita di essere definito emozionante. Tolta la sfera degli affetti, dove il termine emozione ha diritto di abbondare senza limiti, per tutto ciò che concerne il mondo circostante dovrei muovermi con più cautela.

E me ne rendo conto guardando ed ascoltando questa interpretazione sublime di Luca Zingaretti che, lungi dall’imitare l’eleganza e la maestria di Paolo Conte, inscena uno spettacolo di pochi minuti capace di insinuarsi nel profondo e di rimanerci dentro a lungo. E’ proprio come dice il dizionario alla voce emozione: un’intensa reazione, un’impressione viva, un turbamento.

Guardo Zingaretti e penso alle viscere, al desiderio profondo, alla costernazione.

Al pari di una tragedia greca, di un classico della letteratura, di un’opera sinfonica.

Emozionante.

Per un’ora d’amore

Uscita dal tunnel di Nuvola numero nove, faccio zapping sull’iPod in cerca di qualcosa di vecchio da ascoltare. Mi succede sempre così: dopo aver riprodotto e cantato un nuovo album al limite dello sfinimento, vado a ripescare nel passato, anche remoto, sonorità più datate. Il motivo mi è ignoto.

Navigo fra le vecchie playlist e mi fermo qui, nel punto in cui l’alternative rock incontra la voce di un angelo, sulle note flebili ed elettriche con cui i Subsonica, band d’avanguardia anni novanta, rivisitano una canzone dei Matia Bazar, gruppo leggendario degli anni settanta.

Ascoltare oggi Per un’ora d’amore è forse anacronistico. Siamo in un secolo nuovo, le nostalgie e i sentimentalismi dovremmo imparare a lasciarceli alle spalle. Se poi la nostalgia è incarnata da un mix atipico di epoche musicali diverse, il dolo potrebbe essere doppio.

Ma non sembra anche a voi che ascoltare la voce celestiale di Antonella Ruggiero sia un’esperienza senza tempo?

Vocalizzi da sirena, acuti di cristallo, vibrazioni perfette.

Spia polacca

Non c’è niente da fare. Da quando ho iniziato ad ascoltare Nuvola Numero Nove di Samuele Bersani, non riesco a togliermi dalla testa la Spia polacca. Non tanto perché la canticchio in continuazione, ma soprattutto perché un personaggio immaginifico così affascinante e spietato non lo incontravo dai tempi delle fiabe.

Con quell’aria da spia polacca
non ho ancora capito chi sei
Quante maschere o trappole hai sotto la faccia
per difendere i tuoi occhi dai miei

Che si tratti di una donna in carne ed ossa ho qualche dubbio. Sarà la mia predilezione per i labirinti della psiche, sarà che più di tutto mi attira la follia, per me la spia polacca è qualcosa di immateriale, un male subdolo, un circuito mentale che si autoalimenta.

La immagino bellissima questa traditrice venuta dall’est, come un fantasma leggiadro che ondeggia senza scia, come una sirena che si trasforma in un’erinni, come una strega che sa mostrarsi principessa. Una musa tentatrice che diventa una dannazione. La Spia polacca è droga, è dipendenza, è quell’illusione di stare bene che maschera la realtà di un abisso incontrollabile.

Ci vuole talento a scrivere una canzone così, semplice all’apparenza, enigmatica ed interpretabile nella sostanza.

D’altra parte, lo sostengo da anni che Samuele è l’Eugenio Montale dei giorni nostri, l’ermetismo fatto musica, il maestro dei registri interpretativi.

Come uno spettatore pagante ho assistito alla tua recita.
Riconosco il talento, la vocazione per lo show e la stoffa da teatrante.
La migliore dei giuda che ho visto in palcoscenico.
Sei perfetta per quella parte
.

Sogna, ragazza sogna

L’abbiamo fatta diventare una femmina il ragazzo di Roberto Vecchioni protagonista di uno dei suoi brani più belli. Quel ragazzo a cui diranno parole rosse come il sangue, nere come la notte, è diventato una ragazza nella trasposizione riarrangiata del poliedrico Catellani.

Sogna, ragazza sogna. Una licenza poetica di Franco per dedicare le parole toccanti di Vecchioni alle vite coraggiose di Viola e Marina, i miei personaggi. E’ in questa versione femminile che ci esibiremo domani sera a Novi di Modena davanti al pubblico della libera età, quello che di parole rosse come il sangue e nere come la notte ne ha ascoltate migliaia nell’arco della vita. Quegli uomini e quelle donne che non hanno nascosto l’amore sotto il mantello e che di sognare non smetteranno mai.

Non ci pensavo da tempo a questa canzone intrisa di speranza e di futuro. L’ho riascoltata poche sere fa, dalla voce del mio amico musicista mentre ci arrabattavamo nelle prove del reading.

Ho capito che era destino doverla riascoltare proprio in questi giorni. Perché c’è un’altra donna, una donna vera, non frutto della mia fantasia, a cui proprio in questo frangente di vita voglio dedicare i versi di Vecchioni. E’ una ragazza che ho visto nascere, crescere, sbocciare. Un ragazza forte che sta provando a farcela da sola, che vuole costruirsi la vita, spiccare il volo, che vuole sognare.

Leggi questi versi, piccola mia.
Domani sera li canterò anch’io, solo per te.

Chiudi gli occhi, ragazza,
e credi solo a quel che vedi dentro.

Sogna, ragazza sogna,
non cambiare un verso della tua canzone,
non lasciare un treno fermo alla stazione,
non fermarti tu.

Sogna ragazza

Libero nell’aria

A chi sostiene che la musica “leggera” sia un’arte minore vorrei far ascoltare Libero nell’aria di Roberto Kunstler nell’arrangiamento in voce e musica di Sergio Cammariere.

Una canzone che è un racconto, un quadro, un cortometraggio.

Un intero universo narrativo racchiuso in un brano musicale. Una storia di guerra e contro la guerra, un racconto sulla natura umana e le sue debolezze, le sue colpe, le sue vigliaccherie. Versi e musica che nulla hanno da invidiare ai componimenti classici, alla letteratura impegnata, ai film d’autore.

A chi sostiene che la musica leggera sia inferiore alle altre forme di espressione artistica vorrei dire: mettetevi comodi, chiudete gli occhi, immergetevi per quattro minuti e mezzo in questa piccola meraviglia musicale e poi ditemi se davvero pensate che questa non sia arte.

Sapete che la guerra
è una vecchia commedia
una scomoda sedia
la caccia a un nemico
che alla fine tu non sai
riconoscere

Libero nell'aria

Le mie parole

Non ho idea di come si scriva il testo per una canzone. Non so se si debbano lasciar scorrere liberamente le parole o se esistano regole di componimento ben precise. Forse basterebbe immaginare di scrivere una poesia rispettandone la metrica o, chissà, forse sarebbe bene partire dalla musica. Di come ad un testo ci si abbini una melodia, poi, ne so ancor meno: quando guardo spartiti e note i miei occhi vedono solo simboli misteriosi.

Ogni volta che mi viene in mente di scrivere frasi per una canzone pratico un rituale: mi metto comoda, accendo l’ipod e ad occhi chiusi ascolto Le mie parole di Pacifico nella trasposizione eufonica di Samuele Bersani. Mi basta ascoltare pochi versi per abbandonare all’istante ogni velleità di paroliera perché più l’ascolto e più mi rendo conto che è questa la canzone che avrei voluto scrivere io.

sono andate a dormire
sorprese da un dolore profondo
che non mi riesce di spiegare
fanno come gli pare
si perdono al buio per poi ritornare

Anche le mie parole si comportano così, arrivano all’improvviso, repentinamente se ne vanno, spesso ritornano di notte ed è solo quando si riempiono di un inspiegabile dolore che iniziano ad assumere un significato chiaro.

Pacifico lo sa, l’ha scoperto e scritto molto prima e molto meglio di me.

Le mie parole

Why worry 2 , Lise & Gertrud from Stockholm

Cercando in rete la vecchia e la nuova versione di Why worry sono inciampata nel video di un duo femminile svedese très chic: Lise & Gertrud, due voci vibranti ed un violoncello, live at Nalen, Stoccolma.

Le guardo, le ascolto e mi rendo conto di assistere a qualcosa di più di un concerto, è una vera e propria performance. Musiciste sì, ma anche interpreti magnetiche, dotate di una particolare intuizione sui tempi della musica.

Gertrud al violoncello è in totale empatia con il suo strumento, non si vede dove finisce lei e dove iniziano il legno, le corde, l’archetto. Chiude gli occhi nei momenti più intensi e vibra all’unisono con le sue note. Mentre canta la senti vicina e al contempo inavvicinabile.

Lise, seduta in una posa innaturale, quasi irriverente, cattura lo sguardo del pubblico creando un’attesa apneica sulla nota successiva. La senti interpretare la strofa ancor prima che inizi a cantarla. E’ ammaliante.

In rete su di loro si trova poco. Non so se in Svezia siano famose, ma a due così io farei fare il giro del mondo. Soprattutto con la loro versione di why worry.

E se un giorno incontrerò Mark gli dirò che le tonalità non solo cambiano nel corso della vita, ma anche in base alle latitudini e a chi le sa interpretare.

Lise & Gertrude

Why worry 1, Mark from London

In estate accendo la televisione solo per guardare gli eventi sportivi di cui non posso fare a meno. Il resto non mi interessa. L’estate è vita, mi godo il silenzio afoso nelle ore della canicola o il frinire dei grilli nelle serate d’agosto.

Interrompo per un’ora il mio rifiuto estivo del televisore perché, per un caso fortuito, scopro che sta andando in onda il concerto di Mark Knopfler all’Hurlingham Club for the Prince’s trust Charity di Londra.

Dico ai miei figli: ascoltiamolo insieme, sono cresciuta con le canzoni dei Dire Straits e sono certa che quando voi avrete la mia età le ascolterete ancora perché la musica di Mark è eterna.

Mark è invecchiato, non è più lo smilzo capellone con il viso scavato e la fascia nei capelli che nel 1978 cantava Sultans of swing. Il Knopfler che conosco io non è mai stato una rockstar, nemmeno quando saltellava sul palco al ritmo di Money for nothing in compagnia di Sting. Knopfler era ed è un musicista eccelso che riusciva a mantenere la tipica compostezza inglese anche nei momenti più scatenati. Mai un eccesso, mai una sbavatura, contegno e stile in onore della musica.

Le stagioni trascorse gli hanno regalato un viso tondo ed un cranio calvo, lasciando intonsi gli occhi trasparenti che basta guardarli, non hanno bisogno di parole. Mark invecchiato è pura eleganza sulle corde della chitarra. Il “diteggio”, ovvero l’uso di tutte le dita sullo strumento, è un’arte che sembra avere inventato lui tanto è abile a praticarla. Dicono che sia uno dei tre migliori chitarristi viventi al mondo. Non conosco gli altri, mi basta vedere le sue dita che scorrono sulle corde per capire che non può che essere cosi, una verità incontestabile.

Dura poco più di un’ora il concerto londinese e io ascolto e riascolto why worry perché l’ho sempre trovata una canzone piena di fascino. Nella versione originale aveva un sound esotico, un ritmo hawaiano inedito e molto originale per quei tempi.

Prima di iniziare a suonarla Mark dice al pubblico: con gli anni mi sono reso conto che all’epoca l’avevo incisa nella tonalità sbagliata e attacca con la nuova tonalità, quella dell’età matura, che ha un sound ancor più morbido e garbato.

Se un giorno dovessi incontrare Mark (non si sa mai che lo incrocio da qualche parte…), gli direi che la tonalità originaria di Why worry non era affatto sbagliata perché è col fluire della vita che le tonalità cambiano naturalmente. Non è così?

Parla piano

Le canzoni ipnotiche, quelle che ovunque ti trovi, ascoltandole, ti proiettano in una dimensione altra, vanno degustate con parsimonia per preservarne la bellezza senza sgualcirla, per non consumarne le sensazioni e i rapimenti.

Parla piano è una delle mie canzoni ipnotiche.

La voce di Vinicio, il suo pianoforte, il violino, la viola, il violoncello. Tutto contribuisce a creare l’incanto. Comprese le parole, che è inutile descrivere, vanno semplicemente ascoltate.

su di noi

il tempo ha già giocato ha già

scherzato

ora non rimane che

provar la verità

Polvere

Della voce di Giuliano Sangiorgi mi piace la drammaticità, quella tragicità intrinseca nelle sue straordinarie corde vocali. Della voce di Enrico Ruggeri, invece, mi affascina l’avvolgente ruvidità, quella sensazione di calore che promana dalle sue note basse.

Polvere la cantano entrambi. Due brani diversi, epoche lontane, differenti sonorità.

Quando ascolto le canzoni dei Negramaro mi vengono in mente gli anni sessanta e settanta, Modugno, Celentano, le cover band italiane di quegli anni di rivoluzione culturale. Gli anni dei miei genitori, che diventano miei e della mia generazione anche grazie alle rievocazioni contemporanee di Giuliano.

Quando ascolto Ruggeri, invece, ripenso agli anni ottanta, i miei anni, quelli che hanno lasciato un marchio indelebile in chi ha avuto la sciagura di viverli da adolescente.

La polvere di Giuliano è il canto accorato e disperato di un amore che finisce.

La polvere di Enrico è una ballata rock che narra un momento di confusione esistenziale.

Nulla, apparentemente, accomuna queste due canzoni. Eppure, quando ne canticchio una, subito dopo, canto pure l’altra ed è su questi versi che mi soffermo:

Sulla mia identità che nessuno in fondo sa

Non mi cercare che non mi riconoscerai

E’ il solito imperscrutabile mistero della doppiezza umana.

La fine

Io Nesli nemmeno sapevo chi fosse. Non conosco, non capisco e raramente apprezzo il mondo dei rapper e mai avrei immaginato che un beatmaker potesse scrivere uno dei più bei testi italiani di questi ultimi anni.

Quando ho scoperto che La fine, cantata da Tiziano Ferro, l’ha scritta il fratello minore di Fabri Fibra, mi sono detta che è bello cambiare idea se qualcuno mi sorprende positivamente. Anche se è un rapper con un passato di droghe, vandalismi e riformatorio. La Fine Nesli non l’ha solo scritta, l’ha anche cantata e su youtube è stata vista dodici milioni di volte. Si confessa questo ragazzo dal viso enigmatico, ricordi di un’esistenza insicura ed instabile trasformati in versi per esorcizzare la paura di sé e delle proprie azioni.

Io non lo so chi sono e mi spaventa scoprirlo
Guardo il mio volto allo specchio
ma non saprei disegnarlo

Possiedono, le parole di questa canzone, una drammatica consapevolezza delle colpe, dell’inutilità di chiedere scusa a chi è stato ferito e deluso, dei contraccolpi profondi causati dalle azioni violente. Però Nesli è un combattente e non smarrisce la speranza di potersi rialzare e di potercela fare a dispetto del mondo. Senza autocommiserazione,  senza piangersi addosso, senza falsi paraventi.

Questa vita – ha detto mia madre- figlio mio va vissuta
Questa vita non guarda in faccia
e in faccia al massimo sputa

Mi piacciono i versi di Nesli, parole di lotta, fragilità che anela al vigore, durezza che si pente di essere tale.

I due video, quello di Nesli e quello di Tiziano, guardati in sequenza, lasciano dietro una scia di tristezza. Nesli, con la voce secca, ha un ché di compassato. Tiziano, con le corde magnificamente morbide, lo trovo straziante.

La sconosciuta

E se non fosse una donna la sconosciuta di Ivano Fossati? Francamente sono convinta che lo sia, ma lo stato d’animo di oggi mi fa immaginare che questa sconosciuta sia qualcosa di diverso: forse un sentimento, una sensazione o un periodo della vita.

Posso aspettare, è solo un attimo.

Posso aspettare, è solo un secolo.

Quando i cambiamenti attraggono e al contempo spaventano, ci convinciamo di poter aspettare, ce lo ripetiamo nella mente come un mantra: la pazienza è la virtù dei forti. Poco importa che un attimo ci sembri un secolo o che un lungo frammento della nostra vita all’improvviso si riduca ad un istante. Aspettiamo qualcosa o qualcuno per un tempo indefinito e quando finalmente ce lo ritroviamo davanti, ci sembra che sia troppo presto o già tardi o che, addirittura, il tempo non sia mai passato.

Serve coraggio a ricominciare

e a non sbagliare, ancora

E’ vero, affrontare l’ignoto richiede una buona dose di coraggio, ma spesso ne serve di più per sfidare qualcosa che già si conosce e che ci spaventa più del buio. Labile è il confine fra coscienza ed incoscienza, effimero il divario fra ciò che vorremmo essere e ciò che siamo.

Io ti vedrò, lontanissima

E un altro nome ti darò

Proviamo ad ingannarci tenendo le situazioni lontane e cambiandone il nome, convinti di poterle controllare meglio. Ingenua illusione. Non è così che funziona la vita, ciò che è in noi non è negabile, non è allontanabile, è essenziale.

E tu

come una sconosciuta

ritorni

E se la sconosciuta fosse la paura?

Falso movimento

Che dici, sarà il caso di ordinare?

Cosa potrà mai racchiudere una frase così banale? Vi sembrerà strano, ma questo verso all’apparenza insignificante può racchiudere l’essenza di un amore.

Ascolto Falso movimento e vedo questa scena: è notte, in una città di mare, un uomo ed una donna affrontano il loro primo appuntamento al tavolo di un ristorante. Il protagonista è lui, la scena gli gira intorno; da un’inquadratura in prospettiva si passa lentamente ad un primo piano. La telecamera è fissa sul volto di quest’uomo, sulla sua espressione incredula e beata. Lei è come se non ci fosse, è solo una figura eterea oggetto della sua meraviglia. La meraviglia dell’amore quando non te lo aspetti più.

De Gregori non è mai banale, usa metafore ardite per rivelarci verità che già conoscevamo ma di cui non eravamo consapevoli. E’ così che nei suoi versi d’artista l’amore diventa un mascalzone, un gran maleducato che viaggia contromano e parcheggia sempre dove vuole, un dispettoso che fa vedere la lingua, che parla con la bocca piena, che si presenta senza invito, proprio in mezzo alla cena.

L’amore si scaraventa su quel tavolo di ristorante e lui, il protagonista, lo osserva estasiato. Non lo contrasta, nemmeno ci prova a combatterlo. Ci si abbandona al punto tale che la cosa più naturale da fare è dire: Che dici, sarà il caso di ordinare?

E’ una metafora leggera questa canzone che assomiglia ad un racconto, un racconto che sembra già un cortometraggio.

I miei versi preferiti sono quelli finali:

Tu mi guardi negli occhi
io non so dove guardarti
stasera sono un libro aperto
mi puoi leggere fino a  tardi…

Ascoltatela e ditemi se vedete la stessa scena che vedo io.

Senza Ritegno – tentativi di esegesi

La fiamma si fa labile nell’insensibile

Questo verso di Raphael Gualazzi mi gira in testa da diversi giorni. Mi fa pensare agli anni del liceo quando, leggendo una poesia, il Prof. di lettere mi chiedeva: “Cosa vuole esprimere l’autore con questo verso?”

Per me era sempre una sfida, perché mettevo in dubbio le interpretazioni che i critici davano di versi famosi della letteratura italiana. Chi l’ha detto che l’autore voleva dire proprio quella cosa? Se l’ha detto lui, se l’ha raccontato a qualcuno, se l’ha scritto da qualche parte, allora ci credo; ma se è un’interpretazione di studiosi vissuti cent’anni dopo quel poeta, allora tale rimane: un’interpretazione! E se così è, allora anche la mia di interpretazioni può avere una sua dignità.

Infatti amavo gli ermetici nei cui versi criptici si potevano cogliere significati diversi e trovavo stimolante che ogni mio compagno di classe potesse percepire qualcosa di completamente differente da me in una poesia di Montale o di Ungaretti. Era sempre un bel confronto, un esercizio di elasticità mentale che ancora mi diverte.

La fiamma si fa labile nell’insensibile è un’affascinante verso oscuro che si presta a diverse interpretazioni. Ecco quelle che trovo io:

  1. La fiamma scotta, brucia e fa male, ma quando nella vita hai sofferto così tanto da diventare quasi insensibile, la fiamma non può più bruciarti.
  2. Sei così malvagio e il tuo animo è talmente arido che nemmeno una fiamma è in grado di procurarti dolore.
  3. Ti stai addormentando, sei proprio nel momento che precede l’oblio, la fiamma della candela che stai guardando diventa sempre più fioca ai tuoi occhi perché stai per cadere nell’insensibilità del sonno dove sai che non potrai più scottarti.

E ancora, un altro verso sibillino:

Non c’è vergogna se non quella di un cieca acquiescenza per viltà

  1. E’ vergognoso assecondare chi ci sovrasta senza mai interrogarci, significa essere codardi e incapaci di affrontare la realtà.
  2. L’accettazione acritica di tutto ciò che ci propinano è un segnale inequivocabile di vigliaccheria di cui dovremmo vergognarci. La nostra opinione vale quanto quella degli altri, troviamo il coraggio di affermarla.
  3. Accettare tutte le condizioni imposte da un amore distruttivo per la sola paura di perderlo, dovrebbe farci vergognare di noi stessi. L’amore non è buia remissività, è un’altra cosa.

Se qualcuno di voi conosce Raphael può chiedergli, per favore, cosa voleva dire con questi versi? Così, una volta per tutte, avremo la conferma definitiva che solo chi scrive conosce, nel suo profondo, il significato delle proprie parole.