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Nel mio tempo, scrivo. Romanzi, racconti, storie.

Strane cose, domani

All’inizio ho storto il naso, sembrava una trama trita e vagamente forzata.
Poi ho inarcato le sopracciglia, nel capire gli ingranaggi l’interesse è aumentato.
Le labbra, dopo, si son serrate nel veder emergere i dettagli più truci.
Ho spalancato gli occhi, infine e lo scenario complessivo si è disvelato così: un finale senza finale, in volo su una mongolfiera.

Strane cose, domani è un racconto coerente, a tratti allucinante.
Montanari ricorda un po’ Robecchi, non solo per l’ambientazione milanese, ma anche per certi soggetti improbabili che girano fra le pagine e per quella vena di disincanto auto commiserativo del suo protagonista.

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Vento e flipper

I primi due romanzi di Haruki, uno il seguito dell’altro.
Ascolta la canzone del vento
è il primo, meravigliosamente assurdo e sconclusionato.
Flipper, 1973
è il secondo, greve e cupo, immaginifico e silenziosamente disperato.

C’è tutta la sua cifra stilistica, anche se in albore, anche se acerba.
Si trova già qui, in nuce e in potenza, ciò che Haruki diventerà.
È quasi commovente scoprire com’era Murakami prima di diventare Murakami.

Scritti e pubblicati quando ero bambina.
Letti da grande, nei pochi giorni luminosi di un gennaio anomalo, che ha il prato invaso da margherite fiorite.

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Feste con gli amici 3

È un appuntamento fisso, ormai.
Loro aspettano me, che dopo averli acquistati appena usciti, aspetto con pazienza il tempo giusto per leggerli.

Malinconico che dà sfogo al bisogno di ridere.
Bordelli che ammanta ogni cosa di malinconia.
Monterossi che, in questo suo sesto, si fa un po’ controparte.

De Silva così istrionico da non deludere mai.
Vichi che ha il tepore del fuoco acceso nel camino.
Robecchi dall’ironia tagliente come lama di spada.

Tre personaggi, tre autori.
Le mie feste con gli amici.

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Inés dell’anima mia

Non si stanca mai Isabel Allende di raccontare storie di donne.
Inés dell’anima mia va decisamente oltre il racconto, è un romanzo storico sulla fondazione del Cile, è un’epopea di guerra, un miscuglio sudamericano di realtà, magia e avventura, un rincorrersi ordinato di ricordi, ipotesi, certezze.

Nel mestiere difficilissimo di ornare la storia per renderla letteraria la Allende è regina indiscussa.
Scritto come solo lei sa scrivere, con la perfezione di chi è nato per fare questo, Inés dell’anima mia è un poderoso gioiello talmente vivido da essere vero.

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Voglio guardare

Molto lontano da quel che sembra, non c’è barlume di erotismo in Voglio guardare.
Dal nulla emergono atrocità senza spiegazioni messe lì da De Silva solo per farcele vedere.
Guardale senza averne cognizione fa quasi più paura che provare a trovarci un senso.

Forse mancano dei pezzi lungo il cammino della storia, forse qualche anello della catena è andato smarrito, perché più che a un racconto questo libro somiglia a una fotografia.
Un fermo immagine di un’evidenza.
Qualcosa che così è e che diversamente non può essere.

Un De Silva inedito che anche nel descrivere una lucida ferocia a suo modo lascia il segno.

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La doppia vita dei numeri

Un capodanno napoletano.
Fratello e sorella seduti a un tavolo.
Di indole opposta, diversi per carattere.
I festeggiamenti intorno.
Un giro di tombola.
Nulla in realtà succede.
Se non che arrivano, da un mare lontanissimo, mamma e papà che a questo mondo non ci stanno più.
E pure loro si siedono al tavolo.
E pure loro giocano.
I numeri aprono le danze, svegliano la memoria, fanno dilagare la nostalgia.
È un copione di scena, La doppia vita dei numeri.

È un costruttore di linguaggi, Erri De Luca.

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Le quattro casalinghe di Tokyo

Perfetto.
È l’aggettivo più adatto per descrivere
Le quattro casalinghe di Tokyo, noir impeccabile di Natsuo Kirino. Millimetricamente congegnato e naturalmente assurdo nel suo susseguirsi di piccoli tasselli che si accoppiano rapidi in sorprendente sequenza.
Un romanzo a scalini, immersivo al punto tale da far percepire l’odore del sangue che scorre copioso fra le righe.
Settecento pagine mirabilmente fuori di testa.
Chapeau.

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Tutto sarà perfetto

Della forza di questo romanzo ci si rende conto solo alla fine, fra le ultime pagine, nelle scene finali gravide di introspezione e cariche di lirismo.

Prima non lo capisci che Tutto sarà perfetto è un libro pervasivo, anzi, ti pare quasi banale nella sua leggerezza. Poi però, quando i fili si annodano e il coraggio di guardare in faccia la realtà prende il sopravvento, ecco che emerge la profondità di una storia famigliare paradigmatica di molte. E ciò che colpisce è la capacità che le dinamiche parentali hanno di plasmare le vite di chi le abita, nel bene e nel male.

Lorenzo Marone non lo conoscevo.
Ora che lo conosco, lo cercherò di nuovo.

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Nel silenzio delle nostre parole

Quando le aspettative sono alte e man mano che si avanza con la lettura ci si accorge che vengono disattese, si arriva alla fine di un libro che si fatica ad esprimere un giudizio oggettivo.

Da “Nel silenzio delle nostre parole” di Simona Sparaco mi aspettavo sacche silenziose e cariche di significati alternate a impennate liriche vibranti. E invece ho trovato un evolversi tendente al piatto con un andamento regolare e in parte prevedibile.

Un titolo così bello è evocativo di per sé, fa librare la mente nel vuoto degli spazi e nell’ingombro di certe inconsistenze relazionali; volare così alto per un intero romanzo non è di certo semplice.

Forse basta non far caso agli sviluppi facilmente immaginabili delle storie che si intrecciano, al linguaggio che le narra nello stesso identico modo, ai piani, reali e figurati, che più che sovrapporsi si incontrano forzosamente.

Ma poi chi lo dice che un giudizio deve essere oggettivo?

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La ragazza che doveva morire

Chiudere la trilogia sequel di Milleunium trilogy a qualche anno di distanza dalla lettura dei cinque romanzi precedenti è anche un esercizio di memoria.

Chiudere l’estate con una storia veloce che galoppa verso un finale scenografico è un modo forse un po’ troppo pomposo per archiviare una stagione.

Lagercrantz non ha nulla da invidiare a Larsson, ma più che letteratura questa è fiction.
E va bene che finisca qui.

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La Mennulara

La Mennulara è morta e tutto ruota attorno a lei, che non c’è più.

Non la vediamo mai, la Mennulara.
Un’intera comunità ce la descrive, per aneddoti riportati, per ricordi vissuti, per dicerie di paese e insinuazioni infamanti la cui veridicità è enigma costante di questo romanzo.

La narrazione è intreccio corale e rimbalzante di una girandola di personaggi fra cui, va detto, ci si può perdere, smarrendo completamente il filo. C’è chi la salva, chi la condanna, chi la capisce, chi la compiange.

Si prende gioco di tutti, la serva Mennulara, che governa da postuma le vite altrui.
Questo libro è una ruota, che a tratti fa sorridere, a tratti volutamente confonde, e che sul finire chiarisce ogni dubbio ristabilendo una verità dai chiari contorni.

Complesso da scrivere, tanto è sfidante l’intrigo da cronaca.
Piacevole da leggere, così intriso d’ironia.

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Nessuno torna indietro

È la prima volta che mi avvicino ad un nuovo autore perché suggeritomi dal protagonista di un romanzo. Ne L’anno dei misteri il Commissario Bordelli legge avidamente i romanzi di Alba De Céspedes e li descrive con una tale bramosia di conoscenza, con un irresistibile languore malinconico da far venir voglia di leggerli.

E così ho fatto, iniziando dal primo, Nessuno torna indietro, che stupisce per il garbo con cui è scritto e per la naturalezza con cui racconta storie femminili di emancipazione negli anni trenta del secolo scorso. Si ha la rassicurante idea, leggendolo, di quanto fosse ineluttabile l’indipendenza delle donne.

All’epoca, forse, un romanzo considerato coraggioso.
Oggi, sicuramente, una lettura piacevole che esplora delicatamente l’animo femminile.

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I cani del barrio

Lo aspettavo da tempo e finalmente è arrivato.
Messo da parte per leggerlo a Maimoni, come tradizione vuole.

Gianni Biondillo
ritorna con un Ferraro invecchiato, reso ancor più umano dal tempo che passa, eppur ancor lucido e distaccato nello scandagliare a fondo gli eventi concatenati di un crimine.

Biondillo n
on è solo architetto e scrittore, è anche antropologo, per la capacità ficcante di leggere e interpretare le evoluzioni sociali, i cambiamenti delle dinamiche relazionali, i linguaggi che mutano col mutare delle generazioni.

Più che il mistero da scoprire, più che la vita di Ferraro che ristagna, a far colpo ne I cani del Barrio è la lettura della società che ci circonda e dei suoi penetranti e insospettabili mondi sommersi.

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Il rumore dei tuoi passi

Ha la forza di un pugno nello stomaco e la violenza di uno schiaffo in pieno volto.
Il Rumore dei tuoi passi è un romanzo che fa male, talmente è bello, ruvido, vivido.

Una storia di amicizia e degrado, di amore e disperazione, la sfida di chi prova a non annegare in un mare stagnante, nel disperato tentativo di ribaltare un destino già scritto.

Impossibile non versare lacrime silenziose sulle pagine splendide di Valentina D’Urbano.

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Tre piani

Non c’è indagatore dei rapporti interpersonali più emotivamente spietato di Eshkol Nevo.

Non risparmia nulla, non nasconde nulla, smaschera continuamente i suoi personaggi, nella continua ricerca delle motivazioni sottese ai loro comportamenti.
Ci fa vivere dall’interno pensieri e azioni e ogni consapevolezza di protagonisti e comprimari diventa nostra.

Uno scrittore così, deve scrivere per sempre.

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L’anno dei misteri

L’avevo un po’ trascurato il Commissario Bordelli. Credo per via di una certa stanchezza o anche solo della necessità di prendere, di tanto in tanto, le distanze da storie ormai ripetitive, come inevitabilmente lo sono tutte quelle “seriali”.

E ho fatto bene a lasciare Vichi in stand by per un po’ perché riprenderlo in mano alla giusta distanza di tempo mi ha fatto capire di sentirne, in un certo senso, la mancanza.

Ne L’anno dei misteri ho ritrovato la sua prosa limpida e sciolta, ho scoperto una trama che si dipana su più livelli, ho ritrovato personaggi noti e ormai cari, rinvigoriti da nuove fasi che si aprono e pacificati da vecchi capitoli che si chiudono.

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Confessioni di una maschera

Yukio Mishima è un maestro, lo so.
E i maestri non si toccano, so anche questo.
Io però queste Confessioni di una maschera, ovvero di un giovane uomo che racconta l’incapacità di capire la propria omosessualità, le trovo noiose, esageratamente introspettive e inutilmente ridondanti. Approdassero a una qualche soluzione, illuminazione, decisione, allora, forse, la fatica della lettura sarebbe ricompensata da un finale degno di nota.
E invece no, di approdi non ce ne sono, e la fatica della lettura è ricompensata dal sollievo di averla finita.

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Una vita sottile

Altri mi sono piaciuti più di questo.
Forse perché i personaggi di Una vita sottile non sono veri e propri personaggi, ma persone reali, non del tutto caratterizzate, a volte appena abbozzate.
Forse perché non ci sono protagonisti, ma solo comparse che con Chiara Gamberale si relazionano e in riflesso a lei si definiscono.
Forse perché i ricordi descritti a spot non lasciano il segno, non si è in grado di capirli, né di apprezzarli fino in fondo. O almeno non sono in grado io.
O forse perché un diario di vita è intelligibile nel profondo solo da chi l’ha scritto.
Però Chiara narra che è una meraviglia, la penna scivola veloce sulle pagine bianche del suo quaderno rilegato blu, che ho letto d’un fiato.
Come sempre, con lei.

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Piste, fiori, ombre

Dai miei appunti a margine:
Che scoperta!
C’è qui in nuce tutta l’ironia di quei giallisti italiani venuti dopo di lui, che magari proprio a Loriano Macchiavelli si sono ispirati, o che forse han copiato, vuoi vedere?

Le trame hanno ingranaggi semplici, oliati, lineari.
Lo schema è seriale, i personaggi caratterizzati e caratterizzanti l’epoca in cui sono calati: la Bologna degli anni settanta, così aperta, vivace, protesa al domani.
Il Commissario Sarti è protagonista godibilissimo perché, molto umano, ha picchi più bassi che alti nel suo continuo indagare.
La narrazione, essenziale e fluida, diverte, strizzando continuamente l’occhio al lettore.

Perché ho preso in mano i gialli di Macchiavelli così tardi, pur avendoceli in casa da decenni? Per fortuna li ho tutti, collezionati in ordinata sequenza, nella libreria bianca del piano di sopra.

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Dianthus vs mysotis

Hai presente quei pensieri che si stratificano continuamente come petali sovrapposti di un piccolo garofano?”
No, Gian, ai miei pensieri cerco sempre di dare una forma definita, come i petali semplici e regolari di un non ti scordar di me.”
Che noiosa che sei, Rebi, ti sarà capitato almeno una volta nella vita di avere le idee un po’ confuse prima di dare una forma definita ai tuoi ragionamenti, o no?”
Sì, certo, ma faccio in modo di chiarirmele presto. Inutile perdere tempo in sterili arrovellamenti mentali.”
Ti perdi il bello del ragionare, sai?”
Sarà.”
Perdersi nei cerchi concentrici del pensiero è esercizio che affina le capacità cognitive, che stimola la ricerca intellettiva, che spinge verso aperture inedite…”
A me pare solo una perdita di tempo.”
Troppo pragmatismo inaridisce, amica mia.”
Troppe paturnie mentali sfiancano, amico mio.”

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Cuori fanatici

Non una sola trama da raccontare, ma tante piccole tracce che compongono un unico scenario, di contesto.
Un personaggio predominante, ma anche tanti altri che irrompono fluidi sulla scena, ognuno con una storia degna di essere immaginata.
Non un unico filo, ma mille, uniti da un metaforico testimone che invece di annodarli li fa scorrere liberi fra le pagine che avanzano.
Dialoghi improvvisi, ficcanti, convulsi, talmente ricchi da perdercisi dentro.
E quasi sempre ritrovarsi, nei Cuori fanatici.
La scrittura di Edoardo Albinati scorre liquida su fogli che si leggono da soli.
Bisogna essere maestri per scrivere così, senza inizio né fine.

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Prima persona singolare

Quanti occasioni di comprensione ci sono in “Prima persona singolare”?
La ricerca del limite su cui viaggiano paralleli sogni e realtà.
La certezza dell’onnipresenza di molteplici elementi illusori nel reale.
La constatazione che la vita dell’essere umano è un lungo viaggio, a tratti onirico, a tratti tangibile, in grado di attraversare multiformi esperienze e plurime relazioni.
E poi u
n corpo ricordato, un volto sconosciuto, un cerchio con molti centri, una birra scura, una sinfonia ascoltata centinaia di volte, una scimmia alter ego e una conversazione spiacevole al bancone di un bar.

Perché l’immaginazione nasce dal reale e dall’immaginazione si torna alla vita.
Grande lezione di Haruki, questa.

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La donna di scorta

Spezzoni di vite si intrecciano ne “La donna di scorta” con frammenti ribaltati rispetto al solito gioco delle parti.
Una storia come tante, che va come deve andare e finisce come deve finire.
E che, anche se non sorprende, cattura.
Fra cupezze mascherate, gioie nascoste, ripensamenti altalenanti, il libro vola.

Quasi si legge da solo.

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La controvita

Una diavoleria perfettamente architettata.
Un meccanismo narrativo ad incastro che nel cambiare continuamente punto di vista, sorprende, destabilizza, ribalta il lettore.
Un inganno continuo di narrazione e contro narrazione da cui è impossibile salvarsi.
Ci si può solo inchinare di fronte alla perfezione de “La controvita”.

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Anni di rame

Non è un romanzo, ma un’apologia scritta con la precisione che solo i ragionamenti completi possono avere.
Non è un racconto, ma una celebrazione di principi saldi, endemici, radicati in un uomo e in una certa generazione.
È la narrazione sinottica di un’esistenza intera che nel caso specifico si fa paradigma.
È la padronanza del linguaggio di Erri che non smette mai di stupire.

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Follia maggiore

Follia maggiore è il quinto.
Con Monterossi, Falcone, Ghezzi e Carella.
Alleggerisce e riconcilia dopo improvvide letture.
Reinventa e non delude nel rimpianto che dilaga.
Pergolesi e Rossini son spartiti fra le righe.
E le risate tornano sguaiate.

Questi i miei appunti a bordo pagina, con una chiusa finale che dice il vero:

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Le ragazze di New York

Così leggero da essere quasi evanescente.
Così soap opera da riportare alla memoria trame televisive di tempi andati.
Così sbrigativa la descrizione dei fatti, così superficiale la costruzione dei dialoghi, così banale l’evolversi degli eventi, che di un romanzo così a inizio anno ne potevo anche fare a meno.
Col prossimo torno a casa di amici, che è meglio.

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E questa luce?

E questa luce?”
È quella giusta per salutare l’anno vecchio, ma non è adatta per dare il benvenuto a quello nuovo.”
E perché mai, Gian?”
Per quell’opacità che ammanta l’intera scena. La percepisci, Rebi?”
No, io vedo un quadro nitido.”
Sempre così ottimista, Rebi, non cambierai mai.”
Sempre così negativo, Gian, sei incapace di smentirti.”
È proprio questo, il senso. Saper cogliere l’essenza nell’immobilità del tutto: la nostra, quella che trapela fra i rami, quella intrappolata nei colori.”
Tu vedi un senso dove forse non c’è o forse quel senso è talmente evidente da passare inosservato.”
Sembra una frase mia, Rebi!”
L’ho pronunciata col solo scopo di provocarti.”
Così mi piaci. Che anno nuovo sia, allora!” Continua a leggere

Cuore primitivo

Ci sono più punti di domanda in Cuore primitivo di quanti non ce ne siano in tutti i libri che ho letto nel 2021.
Ci sono, poi, tanti di quei punti esclamativi che i dialoghi paiono tutti urlati.
Ci sono, anche, così tanti “super” e parole con consonanti che raddoppiano (superrazionale, superbelle, sovraccoperta, superricche, …) che mai ne avevo lette così tante insieme.

Ci sono, infine, miriadi di spiegazioni dotte ed inutili a disturbare l’evolversi della trama, che è la storia di un matrimonio agli sgoccioli e di un tradimento come ce ne sono tanti.
Che dire?
Che poteva andare meglio.

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E gli alberi?


“E gli alberi, Rebi?”
Che colpa vuoi che abbiano, Gian?”
Nessuna. Stanno lì e resistono, per tutto il tempo. Io li capisco, sai. E non solo perché da una parte hanno le radici e dall’altra si arrampicano in cielo, ma anche perché è nel fusto la loro forza.”
La forza che li fa crescere, nonostante tutto?”
La forza che combatte il grigiore, il buio, la noia, ogni giorno di novembre.”
“E a dicembre no?”
“A dicembre gela.”