British overdose

E rieccola, la domenica che ospita nella stessa nazione la finale di uno Slam ed un Gran premio, una di quelle domeniche rare che all’inizio dell’anno segno sulla Moleskine con il titolo: overdose. Non v’è impegno, oggi, capace di mettere in discussione il mio tempo sacro, la mia overdose di sport, quelle ore di sospensione che hanno effetti benefici sulla mia stabilità mentale. L’elaborazione dei pensieri, anche quelli più negativi, va in stand by. Concederselo è un dovere, un lusso necessario.

Siamo a Silverstone, a metà strada fra Londra e Birmingham; siamo a Wimbledon, a due passi dal Tower Bridge. E’ una british overdose, quella di oggi.

La Ferrari è sotto accusa, le strategie si stanno rivelando disastrose, speranze non ce ne sono. Fernando fa il diplomatico e Kimi, come al solito, tace. Spettacolo sotto la pioggia o gran premio prudente dal dominio incontrastato di Nico Rosberg? Rimonta di Hamilton o risultato a sorpresa di un redivivo Vettel?
It doesn’t matter, direbbero a Londra, è tempo sacro, sia quel che sia.

Ogni volta che Roger Federer raggiunge la finale di uno slam, si legge e si dice: “Godiamocela perché potrebbe essere l’ultima”. Me la godrò davvero perché a contendergli la coppa sull’erba dell’ All england lawn tennis and croquet club ci sarà Nole Djokovic. Perfezione ed eleganza non deludono mai.

6 luglio 2014, british overdose.

British overdose

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Due guerrieri e un giovane polacco

Due semifinali così non si vedevano da anni.

Wimbledon, il tempio del tennis, è un torneo che dona regali inaspettati da tennisti che mai avresti detto.

Juan Martìn del Potro, tennista argentino dalla carriera tormentata da infortuni, oggi ha sfidato Novak Djokovic, il numero uno del mondo, già vincitore di Wimbledon, campione consacrato che ad ogni slam scrive un pezzo di storia del tennis contemporaneo. Sull’erba bisogna muoversi molto, è necessario essere scattanti per andare a cercare la palla. L’erba è insidiosa, vince chi è agile, scattante, fulmineo. Del Potro è alto due metri e pesa 97 kg, Nole ne pesa quindici in meno e non arriva al metro e novanta. In teoria Nole dovrebbe volare e Delpo arrancare. E invece oggi l’argentino ha sfoderato un’elasticità muscolare, una velocità negli scambi ed determinazione tale da convincere il gelido pubblico londinese a tifare per lui. Quasi cinque ore di gioco, un’appassionante lotta fra guerrieri. Ha vinto Nole, perché è il numero uno, perché è abituato a vincere, perché ha una forma fisica superiore, perché il suo cervello è sempre e saldamente dentro al campo, al centro del match.

Dall’altra parte lo scozzese Andy Murray, numero due al mondo che tutto ispira tranne la simpatia, non ha avuto vita facile contro il giovane polacco Jerzy Janowicz, ventiduesimo in classifica mondiale che i due metri li supera di qualche centimetro e che ha la semplicità di gioco di un tennis vecchia maniera. Ha giocato in casa Murray ed il pubblico dell’All england lawn tennis and croquet club gli ha dato una mano ad agguantare una vittoria quasi scontata contro una giovane promessa che non aveva mai raggiunto una semifinale di slam. Il pubblico ha perdonato ad Andy le bizze, le proteste contro il giudice di sedia, le imprecazioni rivolte a se stesso, lo sguardo severo e a tratti arcigno della madre Judy e tutti quei passaggi a vuoto durante i quali Andy sembrava starsene fuori dal campo, ai margini del match.

Domenica, nella finale del torneo di tennis più prestigioso del mondo, non avrò dubbi su chi tifare: Nole dentro al campo, Nole al centro del match.

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