La collina del vento

La collina del vento

Lodi smodate e critiche severe. Quando un libro divide è sempre l’autore ad avere ragione, è riuscito a far parlare tanto del proprio romanzo: obiettivo centrato.
La collina del vento
, che piaccia o no, è un libro vincente, come tutti i racconti che separano i lettori in modo così netto. Si è pure aggiudicato un Campiello, non può essere un dettaglio.

Carmine Abate, scrittore calabrese pluripremiato e pluritradotto, racconta una storia avvincente di resistenza silenziosa e di solida onorabilità, una discendenza di legami che attraversa quattro generazioni e due guerre mondiali.

C’è chi dice che La collina del vento sia un’imitazione mal riuscita di un genere di romanzo (la saga famigliare) fin troppo inflazionato, c’è chi ne ha amato l’impianto a metà fra verità storica e finzione romanzata, chi ha trovato banali la trama e i personaggi, chi lo ha paragonato alla Casa degli spiriti della Allende tanto gli è parso profondo, chi non l’ha proprio digerito e chi non riusciva a staccarsene.

Io vorrei inaugurare una nuova categoria di lettori, per schierarmi dalla parte di chi, mentre lo leggeva, meditava un viaggio in Calabria. Non una semplice vacanza, ma un vero e proprio viaggio itinerante fra gli scavi archeologici delle pendici ioniche, fra i mercati saraceni, i palazzi, le torri, i castelli. Un viaggio in compagnia del vento di Punta Alice che sibila nelle orecchie e scompiglia i capelli, degli odori ubriacanti delle piante e dei fiori delle colline calabre, di un piatto di tagliatelle al sugo di capretto annaffiate da un bicchiere di Cirò.

Vorrei vedere con i miei occhi i fiori di Sulla che colorano di rosso porpora le pendici del Rossarco, la collina protagonista del romanzo, e vorrei toccare con le mie mani la nuda terra che è il fulcro, il fuoco, il cuore di questo bel libro.

Mica poco, direi.

La collina del vento