A sud del confine, a ovest del sole

A sud del confine

Mi veniva da storcere il naso mentre lo leggevo, devo aver fatto diverse smorfie con la bocca, di quelle dubbiose che mi vengono spontanee quando le righe che scorrono sotto i miei occhi non mi convincono del tutto. Ho aggrottato le sopracciglia in diversi passaggi, come a rimarcare le mie perplessità; eppure leggevo, non mi fermavo, ci sono arrivata in fondo senza nemmeno accorgermene perché le pagine di Murakami scorrono via, veloci, senza fronzoli né orpelli.

E’ una storia banale quella di A sud del confine, a ovest del sole: un amore nato sui banchi di scuola e mai dimenticato, un amore non vissuto che ripiomba nelle vite adulte e le sconvolge.

Niente di originale nella storia di Hajime e Shimamoto, niente di particolarmente avvincente, solo un vago alone di mistero che non si svelerà, inutile sperarci. Però c’è un finale, una chiusura comprensibile, un senso compiuto. Poco rimane da immaginare per gli adepti di Murakami che adorano l’immaginifico: di mondi ce n’è uno solo ed è quello reale, dove le cose hanno un inizio ed una fine, dove ciò che si realizza è solo la vita vera. I contorni sono definiti, tutto è concreto e tangibile, i sogni non trovano spazio.

Il titolo è la parte più bella del romanzo, fa pensare ad un luogo che non esiste, talmente è evocativo. Forse vale il romanzo, o forse no. Io penso che ne valga la pena, comunque.

Quando ci penso, mi rendo conto che viviamo in un numero veramente limitato di possibilità.

 

 

Cronaca di un suicidio

Quanta tristezza nell’ultimo romanzo di Gianni Biondillo.

Già pregustavo una delle solite indagini intricate con protagonista il Commissario Ferraro coadiuvato dall’ineffabile Ispettore Lanza, magari giostrata su archi temporali diversi e farcita di tutta l’ironia di cui Biondillo è capace.

E invece mi ritrovo fra le mani un libro estremamente lineare, semplice, prodigo di contemporaneità. Una trama d’attualità sul disagio e l’impotenza di chi vive in condizioni economiche precarie e di chi, da benestante, si ritrova all’improvviso indigente.

Un giallo lento, senza ritmo, rassicurante.

Il Geometra Tolusso, uomo onesto e modesto che per campare scrive sceneggiature di fiction, è oberato da una montagna di debiti involontari, provocati da altri e dal caso. Ce la farà a reggere l’impatto devastante di tanta malasorte?

Le pagine di Cronaca di un suicidio sono un crescendo costante d’angoscia: le cartelle esattoriali recapitate dal postino, il conto del condominio con gli arretrati, i contributi erroneamente non versati, lo stipendio che non arriva mai ed una moglie cieca e bisognosa di protezione che vive dall’altra parte della penisola. Ci si immedesima così tanto con il dramma di Tolusso che si arriva a condividere l’ipotesi del suicidio come unica via d’uscita possibile.

Qualcuno dirà: ma con un titolo così, cosa ti aspettavi?

Mi aspettavo di non essere delusa da Biondillo e infatti con il colpo di coda finale, tagliente e imprevedibile, l’autore riscatta il romanzo e spazza via la tristezza.

E’ tanto volatile la nostra memoria che ha bisogno di essere ancorata ad una pietra.

Cronoca di un

Betibú

Ironico e ambivalente Betibú, singolare libro della scrittrice e drammaturga argentina Claudia Piñero. Un’unica trama, due registri interpretativi diversi.

Il nucleo della storia si delinea solo a metà libro in un registro narrativo classico, forse un po’ troppo ricercato. E’ la trama del romanzo giallo, degli omicidi, del mistero da risolvere. Una trama molto più complessa di ciò che appare, talmente ben nascosta che, ogni tanto, vien voglia di chiudere il libro e pensare ad altro. La protagonista è Nurìt, da tutti chiamata Betibù, scrittrice in crisi di ispirazione che viene ingaggiata da un quotidiano per scrivere una “non fiction”, ovvero un racconto verosimile su una catena di omicidi.

Poi c’è l’altra parte del romanzo, un registro narrativo più moderno che si innesta nell’intreccio giallo attraverso un’analisi realistica e spietata dell’odierno mondo del giornalismo. Una registro talmente ben costruito da affascinare il lettore più del mistero da risolvere. Protagonista è la vecchia scuola giornalistica delle indagini sul campo che si scontra con lo stile del free lance che vive sul web. Jaime, giornalista di lungo corso e prossimo alla pensione, insegna al giovane ragazzo della cronaca nera come destreggiarsi in un’indagine noir. Gli risulta fin troppo facile affermare la vecchia scuola su quella nuova. Da una parte i colloqui con gli informatori di fiducia e con i poliziotti compiacenti, le visite inaspettate agli indiziati, le dita annerite dall’inchiostro e dalla nicotina; dall’altra le ricerche di documenti su google, il mondo chiacchierante dei social network, gli occhi stanchi e poco reattivi di chi ha passato ore a fare sterili ricerche davanti allo schermo di un pc. Esperienza e umanità contrapposte alla superficialità e al mondo estraniante della rete.

I due registri si incrociano, si separano, si intersecano, si uniscono in un unico quadro solo nel momento in cui viene svelato il mistero finale.

La Piñero scrive all’indicativo presente senza soluzione di continuità, non separa i dialoghi dalle parti narrative, non scompone i periodi né i paragrafi; tiene tutto unito, come se avesse paura di perdere qualcosa fra le pagine. La scrittura compattante mi lascia perplessa, ma ho resistito fino a pagina 110, poi il libro è decollato.

Betibù

Bianco su nero

Immaginate, se riuscite, di non poter muovere il vostro corpo, solo due dita della mano destra o di quella sinistra, scegliete voi. Immaginate poi che le vostre capacità intellettive siano intatte, che tutto ciò che pensate, desiderate, detestate rimanga intrappolato nella vostra mente perché il corpo è incapace di tradurre i pensieri in azioni concrete. Il vostro corpo può solo strisciare.

Immaginate poi che vostro nonno sia un dirigente del Partito comunista spagnolo rifugiato in Francia e vostra madre una straniera dalla pelle scura, donna coraggiosa e senza ambasciata, capitata a Mosca negli anni della primavera di Praga. Immaginate che a un anno e mezzo di vita il regime vi sottragga all’amore di vostra madre e vi costringa a condurre la vostra esistenza in un lungo e penoso strisciare fra decine di orfanatrofi russi.

Se siete riusciti ad immaginare tutto ciò, allora potete capire perché il bianco è il buio ed il nero la luce.

Rubén Gallego nasce a Mosca alla fine degli anni sessanta. Affetto da una grave forma di paralisi cerebrale è in grado di pensare, ragionare, comprendere, inventare, ma non può muoversi. Con lucidità tagliente racconta la sua infanzia atroce, le angherie e i soprusi, le sofferenze insopportabili, la forza e la bontà dei legami inscindibili nati fra i letti degli orfanatrofi.

Il bianco è il colore dell’impotenza e della dannazione, dice Gallego, il colore del soffitto d’ospedale e delle lenzuola, il nulla della vita d’orfanatrofio che scorre all’infinito.

Il nero, invece, è il colore della lotta e della speranza. Il colore del cielo notturno, lo sfondo fermo e nitido dei sogni, delle brevi pause fra gli intervalli diurni, bianchi e sterminati, delle infermità fisiche. E’ il colore del mondo dietro le palpebre chiuse, dice Rubén nel capitolo finale di questo piccolo e grandioso gioiello letterario.

La mia amica Alessandra dice che Bianco su nero è il suo libro del cuore. E’ con il cuore che la ringrazio per avermelo consigliato perché Rubén ha qualcosa da insegnare a chiunque ami scrivere:

E quando passerò a mia volta in mezzo alle schiere di affabili, asettici manichini in camice bianco e arriverò finalmente al mio capolinea, alla mia personale notte eterna, dietro di me resteranno soltanto lettere dell’alfabeto. Le mie lettere, le mie lettere nere su sfondo bianco. Lo spero.

Bianco su nero

La vedova scalza

Nelle sere di luglio sotto il pergolato di Sa Roia Traversa si beve il filu ferru di Luigi. Fra le pietre di basalto e i fiori di fustinaga, le parole di Rita, magnifica padrona di casa e donna dall’intelligenza profonda, facilitano il fluire delle conversazioni. Si finisce, quasi sempre, per parlare di libri.

Quando Luciano, Remo e Giorgio, amici di Sa Roia e conoscitori della Sardegna, scoprono che non ho mai letto Salvatore Niffoi, mi invitano ad iniziare con La vedova scalza: un incantevole gioiello poetico, così lo definiscono.

L’ho comprato lo scorso anno, appena rientrata dalle vacanze, ma l’ho preso in mano solo in questi giorni di cupa primavera impaziente di luce.

La lingua sarda è ostica, chiusa, secca e un romanzo scritto in sardo è un romanzo difficile ed ostinato. E’ quel che penso dopo aver letto le prime pagine costellate di incomprensibili frasi dialettali della Barbagia. Qualcosa mi invita a proseguire nella lettura, forse perché colgo una rude musicalità in questa lingua di terre aride e anche se non capisco i dialoghi alla lettera, ne afferro il senso, sempre più, mentre avanzo con le pagine.

Poi, all’inizio del quarto capitolo, le parole degli amici di Sa Roia all’improvviso diventano vere perché incontro questa frase che apre le porte al mondo poetico di Niffoi:

Le case di Taculè sono come pallettoni sparati nella roccia, conficcate nel granito con le loro radici invisibili, fatte di lamentazioni e canti salmodiati all’imbrunire.

E’ una storia violenta quella della vedova scalza, c’è violenza nell’amore, nell’orgoglio, nelle promesse e nelle vendette dei ruvidi personaggi che animano le pendici del Gennargentu negli anni trenta del secolo scorso.

Mintoia, bambina ribelle, lega il suo destino a Micheddu, indomabile brigante di Barbagia. Una vita paziente, di rabbia e fierezza, un’esistenza segnata da emozioni spietate. Non c’è quiete né dolcezza nelle vite di Laranei e Taculè, non c’è pace né serenità nella natura di queste comunità che incarnano le consapevolezze tipiche dei popoli orgogliosi ed assennati.

La poesia non è solo limpida luminosità, è anche tormento, ansia, brutalità, pagine oscure. Niffoi ha incastonato un incantevole gioiello poetico nelle rocce di Barbagia, con la forza e la grandezza di chi conosce l’animo sardo nel profondo.

Il tempo ci consuma lentamente come steariche di chiesa. Di noi rimane solo odore di bruciato e fumo, che si perde nell’aria, dove tutto è silenzio e cecità.

La vedova scalza (2)

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Il quaderno di Maya

Non sarò mai capace di scrivere come Isabel Allende.

Nelle pagine dei suoi romanzi, come in quelle delle sue memorie, il talento e la tecnica linguistica si fondono in uno stile narrativo di una semplicità prodigiosa.

La natura, la sorte e chissà, forse anche le congiunzioni astrali, hanno deciso di donare a questa scrittrice immensa la capacità di rendere magica ed affascinante qualsiasi cosa le venga in mente di raccontare. Tutti i grandi narratori sudamericani hanno la magia nel sangue, ma è Isabel la maestra assoluta di storie strabilianti.

A differenza della maggior parte dei suoi scritti, per lo più ambientati in passate epoche storiche, nel quaderno di Maya la Allende si cimenta con una trama moderna, rivisitando in chiave contemporanea il linguaggio della meraviglia.

Il risultato è un romanzo incantevole ed ingannevole. Quando mai vi è capitato di rendervi conto solo nelle pagine finali di un libro che stavate inconsapevolmente leggendo un giallo? E quante volte, affrontando l’ultimo capitolo, vi siete detti: “E’ vero! Il colpevole lo avevo individuato fin dall’inizio, ma non sapevo che bisognasse farlo!”.

A me non era mai capitato prima.

La Allende è così, irretisce il lettore nelle trame, lo avviluppa nelle maglie di seducenti incantesimi, lo conduce nel suo mondo fantasioso eppur reale, semplice eppur mirabolante.

Maya, una ragazza che ha vissuto l’alcool e le droghe pesanti, è costretta a scappare da un’America all’altra per sfuggire alla giustizia e al male che si autoinfligge. Incontrerà personaggi singolari, un animale che la farà compagnia e affetti profondi che le salveranno la vita.

C’è la Las Vegas dei giorni nostri descritta in tutta la sua crudeltà, c’è Toronto coi suoi rigidi inverni, uno scorcio di Danimarca ed il Cile, che con la dittatura di Pinochet emerge dalla memoria delle pagine.

No, non sarò mai capace di scrivere come Isabel.

Il quaderno di Maya

L’arte di correre

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Ho sempre pensato che le forme artistiche di espressione, per essere compiute, debbano saper coniugare l’improvvisazione al metodo, l’ispirazione momentanea alla costanza, la parte impulsiva ed esplosiva dell’inventiva con quella metodica e certosina della rifinitura. Credevo di essere isolata in questo mio pensiero, anche perché, nell’immaginario collettivo, chi dipinge, compone o scrive è quasi sempre un creativo sregolato che, in barba alle regole e alle necessità della vita reale, trascorre il suo tempo davanti ad un cavalletto, seduto al pianoforte o impegnato a rigirarsi fra le mani una matita spuntata ed un quaderno a righe orizzontali. Senza pensare al resto del mondo.

Poi ho letto “L’arte di correre” di Haruki Murakami e ho capito di non essere così isolata nelle mie riflessioni.

Dice Murakami: “Scrivere un romanzo, fondamentalmente, è una sfacchinata. In sé, l’atto di redigere delle frasi è forse uno sforzo mentale. Ma scrivere fino in fondo un libro intero è qualcosa che si avvicina alla fatica fisica.”

E’ tutta una questione di allenamento perché, se per correre una maratona serve un’enorme forza fisica, per scrivere un romanzo ne serve quasi altrettanta.

Per una novella runner che al quinto km di corsa cappotta stremata con la lingua penzoloni come se avesse corso da Maratona ad Atene e che si sente una scrittrice solo fra virgolette, ipotetica e provvisoria, questo libro è una grande rivelazione ed una valida fonte di insegnamento.

Murakami è uno scrittore prolifico ed un atleta d’eccezione: corre una maratona all’anno e pubblica magnifici romanzi tradotti in tutto il mondo vendendone milioni di copie. “L’arte di correre” è una raccolta di memorie in cui il legame indissolubile fra corsa e scrittura è descritto in modo così razionale e convincente che quando si gira l’ultima pagina, si è profondamente persuasi di quanto sia naturale che chi scrive debba anche correre.

Perché correre è fatica. Perché scrivere è fatica. Perché correre fortifica. Perché per scrivere serve forza.

E un corpo non allenato, una mente non allenata, uno stile di vita indisciplinato, non sono in grado di garantire risultati duraturi e convincenti, nella corsa come nella scrittura. Mentre corri la mente è impegnata a non pensare alla fatica che il corpo sta facendo, cerca qualsiasi pensiero alternativo pur di non badare al fiato che manca, al dolore che si prova nelle gambe, a quell’impulso istintivo  e incontenibile di fermarsi. Correre, quindi, non è solo uno sforzo fisico, ma è anche uno sforzo mentale straordinario. Scrivere è la stessa cosa. Perché se è pur vero che l’ispirazione arriva di getto e ti sveglia alle tre di notte con l’impellente bisogno di tradurre in parole le idee ed i pensieri -ed è questa la parte artistica- è altrettanto vero che la cura maggiore va dedicata a quella parte faticosa della scrittura, che artistica non è. Quella in cui è necessario ragionare, quella del lavoro di ricerca, di incastro, di dettaglio, della coerenza logica di ogni tassello del romanzo. Quella della fatica.

Per scrivere un romanzo serve un certo grado di talento, ma anche molta costanza, perseveranza, forza di volontà. E’ pur vero, come ammette lo stesso Murakami, che ci sono persone talmente talentuose capaci di scrivere opere ammirevoli ed eterne senza alcun tipo di sforzo. Beati loro! Chi non possiede un talento così geniale, ma pensa di avere comunque buone capacità narrative, dovrà faticare molto e se lo farà con la stessa forza che ci mette nella corsa, otterrà risultati soddisfacenti.

Lo scrittore che corre è un individuo metodico, ordinato, dotato di una grande forza di autocontrollo, capace di imporre fatica e disciplina al proprio corpo e alla propria mente. Un essere così configurato non è di certo un animale sociale. La corsa e la scrittura sono due attività individuali e solitarie che richiedono introversione e quiete.

E infatti, le ore più belle dedicate alla scrittura sono quelle del primo mattino, quando in casa c’è silenzio, la luce entra delicatamente dalle finestre, la mente è libera e sciolta. Anche se intorno c’è un mondo intero, lo scrittore sta bene quando, isolandosi, può mettere alla prova la propria forza. Lo scrittore sta bene quando è solo con le proprie parole.