Vieni via con me

Ogni volta che guardo l’interpretazione zingarettiana di Vieni via con me penso a quanto sia facile abusare dei vocaboli che descrivono le nostre sensazioni. E quanto sia superficiale rappresentare ciò che percepiamo con i termini sbagliati. Quante volte definiamo emozionante un evento, una scena cui assistiamo, un ricordo?

Troppe, per quel che mi riguarda.
La parola emozione abbonda impropriamente nel mio vocabolario; dovrei usarla con più parsimonia, centellinarla, riservala a ciò che veramente merita di essere definito emozionante. Tolta la sfera degli affetti, dove il termine emozione ha diritto di abbondare senza limiti, per tutto ciò che concerne il mondo circostante dovrei muovermi con più cautela.

E me ne rendo conto guardando ed ascoltando questa interpretazione sublime di Luca Zingaretti che, lungi dall’imitare l’eleganza e la maestria di Paolo Conte, inscena uno spettacolo di pochi minuti capace di insinuarsi nel profondo e di rimanerci dentro a lungo. E’ proprio come dice il dizionario alla voce emozione: un’intensa reazione, un’impressione viva, un turbamento.

Guardo Zingaretti e penso alle viscere, al desiderio profondo, alla costernazione.

Al pari di una tragedia greca, di un classico della letteratura, di un’opera sinfonica.

Emozionante.

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