Spia polacca

Non c’è niente da fare. Da quando ho iniziato ad ascoltare Nuvola Numero Nove di Samuele Bersani, non riesco a togliermi dalla testa la Spia polacca. Non tanto perché la canticchio in continuazione, ma soprattutto perché un personaggio immaginifico così affascinante e spietato non lo incontravo dai tempi delle fiabe.

Con quell’aria da spia polacca
non ho ancora capito chi sei
Quante maschere o trappole hai sotto la faccia
per difendere i tuoi occhi dai miei

Che si tratti di una donna in carne ed ossa ho qualche dubbio. Sarà la mia predilezione per i labirinti della psiche, sarà che più di tutto mi attira la follia, per me la spia polacca è qualcosa di immateriale, un male subdolo, un circuito mentale che si autoalimenta.

La immagino bellissima questa traditrice venuta dall’est, come un fantasma leggiadro che ondeggia senza scia, come una sirena che si trasforma in un’erinni, come una strega che sa mostrarsi principessa. Una musa tentatrice che diventa una dannazione. La Spia polacca è droga, è dipendenza, è quell’illusione di stare bene che maschera la realtà di un abisso incontrollabile.

Ci vuole talento a scrivere una canzone così, semplice all’apparenza, enigmatica ed interpretabile nella sostanza.

D’altra parte, lo sostengo da anni che Samuele è l’Eugenio Montale dei giorni nostri, l’ermetismo fatto musica, il maestro dei registri interpretativi.

Come uno spettatore pagante ho assistito alla tua recita.
Riconosco il talento, la vocazione per lo show e la stoffa da teatrante.
La migliore dei giuda che ho visto in palcoscenico.
Sei perfetta per quella parte
.

Le mie parole

Non ho idea di come si scriva il testo per una canzone. Non so se si debbano lasciar scorrere liberamente le parole o se esistano regole di componimento ben precise. Forse basterebbe immaginare di scrivere una poesia rispettandone la metrica o, chissà, forse sarebbe bene partire dalla musica. Di come ad un testo ci si abbini una melodia, poi, ne so ancor meno: quando guardo spartiti e note i miei occhi vedono solo simboli misteriosi.

Ogni volta che mi viene in mente di scrivere frasi per una canzone pratico un rituale: mi metto comoda, accendo l’ipod e ad occhi chiusi ascolto Le mie parole di Pacifico nella trasposizione eufonica di Samuele Bersani. Mi basta ascoltare pochi versi per abbandonare all’istante ogni velleità di paroliera perché più l’ascolto e più mi rendo conto che è questa la canzone che avrei voluto scrivere io.

sono andate a dormire
sorprese da un dolore profondo
che non mi riesce di spiegare
fanno come gli pare
si perdono al buio per poi ritornare

Anche le mie parole si comportano così, arrivano all’improvviso, repentinamente se ne vanno, spesso ritornano di notte ed è solo quando si riempiono di un inspiegabile dolore che iniziano ad assumere un significato chiaro.

Pacifico lo sa, l’ha scoperto e scritto molto prima e molto meglio di me.

Le mie parole