British overdose

E rieccola, la domenica che ospita nella stessa nazione la finale di uno Slam ed un Gran premio, una di quelle domeniche rare che all’inizio dell’anno segno sulla Moleskine con il titolo: overdose. Non v’è impegno, oggi, capace di mettere in discussione il mio tempo sacro, la mia overdose di sport, quelle ore di sospensione che hanno effetti benefici sulla mia stabilità mentale. L’elaborazione dei pensieri, anche quelli più negativi, va in stand by. Concederselo è un dovere, un lusso necessario.

Siamo a Silverstone, a metà strada fra Londra e Birmingham; siamo a Wimbledon, a due passi dal Tower Bridge. E’ una british overdose, quella di oggi.

La Ferrari è sotto accusa, le strategie si stanno rivelando disastrose, speranze non ce ne sono. Fernando fa il diplomatico e Kimi, come al solito, tace. Spettacolo sotto la pioggia o gran premio prudente dal dominio incontrastato di Nico Rosberg? Rimonta di Hamilton o risultato a sorpresa di un redivivo Vettel?
It doesn’t matter, direbbero a Londra, è tempo sacro, sia quel che sia.

Ogni volta che Roger Federer raggiunge la finale di uno slam, si legge e si dice: “Godiamocela perché potrebbe essere l’ultima”. Me la godrò davvero perché a contendergli la coppa sull’erba dell’ All england lawn tennis and croquet club ci sarà Nole Djokovic. Perfezione ed eleganza non deludono mai.

6 luglio 2014, british overdose.

British overdose

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Da Shanghai a Montecarlo passando per Losanna

E’ la domenica dei numeri due contro i numeri uno, la Pasqua delle lese maestà e degli allievi che superano i maestri.

Il Gran Premio di Shanghai ha confermato che questa nuova Formula 1 premia lo spettacolo, induce i piloti ad una competizione vera, spinge a rincorse e sorpassi, invita a violare gli ordini di scuderia. Su un circuito ardito, fatto di salite, discese e di curve infinite, dove il marble a fine gara ricopre l’asfalto di una viscida patina gommosa, Nico Rosberg, senza l’ausilio della telemetria andatagli in panne, ha rincorso Lewis Hamilton, risalendo la griglia di partenza e riuscendo a salirgli accanto sul podio. Daniel Ricciardo, il pilota dal sorriso contagioso, ha osato sfidare sua maestà Sebastian Vettel che, in crisi di velocità, si è messo a fare i capricci. Gli sono costati il quarto posto e 22 secondi di distacco: una lezione che non dimenticherà. Fra le Mercedes e le Red Bull ci sta Fernando, in gara con se stesso, una gara d’intelligenza, un terzo posto che sa di ossigeno per i tifosi e per il team Ferrari.

A Montecarlo, nel Master 1000 che apre la stagione tennistica sulla terra rossa, Stanislas Wawrinka ha compiuto l’impresa. Nella sfida tutta svizzera del torneo più chic dell’Atp world tour ha sconfitto Roger Federer, suo mentore, sua fonte di ispirazione, suo compagno di Davis, suo amico, suo esempio di vita, nonché miglior tennista di tutti i tempi. Ce n’era abbastanza per soccombere psicologicamente in pochi game e invece Stanislas da Losanna ha combattuto con tenacia e ha conquistato, con rispetto e deferenza, il suo primo Master 1000 in carriera.

Una Pasqua così: da Shanghai a Montecarlo passando per Losanna.

Montecarlo

 

Tre re e un fante

Tre re e un fante: se fossi una giornalista sportiva commenterei così il tabellone delle semifinali del Master 1000 di Parigi, torneo di fine stagione che precede di una sola settimana la Master Cup di Londra, il più importante appuntamento tennistico dell’anno dopo gli slam.

Tre sovrani del tennis e un gregario si sfidano oggi sul campo centrale di Bercy, in uno scenario teatrale in cui ad ogni cambio di campo lo stadio piomba nel buio più totale e due fari crepuscolari illuminano i tennisti che si asciugano il sudore, che riprendono fiato, che trangugiano sali minerali. Come se il campo fosse un palcoscenico, come se i tennisti fossero attori, come se illuminando il loro sudore potessimo cogliere qualcosa in più del loro talento.

In uno scenario così hollywoodiano la solidità di Djokovic incontra la perfezione di Federer, l’estro di Nadal incontra la caparbietà di Ferrer.

Decidere per chi tifare non è semplice; davanti a cotanto livello tennistico ci si gode lo spettacolo e basta.

Ma poiché parteggiare per Nole, per Roger o per Rafa (quelli che vincono sempre) è fin troppo facile, anche stavolta sarò dalla parte di David Ferrer, l’eterno secondo, il furetto che in campo non si risparmia mai, il fante con la racchetta in resta che alle semifinali ci è arrivato quasi sempre, ma che di coppe al cielo ne ha alzate poche in questi anni.

Sto dalla parte di chi non è abituato a vincere perché, come ho già scritto e mi ripeto, anche i fanti hanno il sacrosanto diritto di diventare re.

Paris_masters_court

Righe agli Internazionali

Imponenti statue di discoboli e maratoneti circondano il più bel campo da tennis del mondo. Infossato come un anfiteatro classico, lo stadio Nicola Pietrangeli ha la terra rossa più suggestiva di tutto il circuito ATP.

Giocare qui, dicono i più grandi tennisti del mondo, è un’emozione unica, è come fare un balzo nella storia, immersi nella magia di Roma, la città senza tempo.

Pini marittimi e morbidi prati incorniciano il complesso del Foro Italico dove ha sede un esclusivo circolo di tennis che nei giorni degli Internazionali diventa luogo per tutti, ritrovo a prezzi popolari per gli appassionati di questo sport provenienti da ogni angolo d’Italia.

Quando avevo undici anni, l’età che ha ora mio figlio maggiore, avrei dato qualsiasi cosa per poter assistere a questo torneo. Immaginavo i miei idoli, Ivan Lendl e Mats Wilander affrontarsi su una superficie per loro ostica, quella che Andre Agassi ha sempre definito vischioso pantano.

Oggi sono qui con i miei ragazzi, desiderosi quanto me di vedere Federer e Nadal, la Errani e la Williams.

Insieme agli Internazionali.

Stadio Pietrangeli