Rigagnoli

Rigagnoli
Rigagnoli, che a guardarli bene paiono tracce, che a toccarli sembrano solchi, percorsi nodosi che scivolano nel profondo.
Rivoli, che scorrono liquidi sulla pelle; sono rughe inarrestabili, segni tangibili di un tempo che non è più.

Nella mente polveri argentate che sfilano fra i capelli quando non è possibile darsi pace. Fotografarle cercando la luce giusta è quasi un pretesto, imprimerle nella mente è solo il preludio di un ricordo, uno di quelli da non custodire in valigia. Continua a leggere

Sono nato gabbiano *

Gabbiano

Sono nato gabbiano, è una fortuna che ho.

Sarei potuto nascere cinghiale o montone, luccio o delfino, ragno o mantide, non sarei stato così fortunato. Avrei avuto per me solo una frazione di mondo, sarei stato parziale, imperfetto. E invece la natura mi ha donato la completezza: da gabbiano posso godere dell’intero universo e non solo perché possiedo le ali. Continua a leggere

Salvami **

La decisione di spegnersi nel mare l’aveva presa senza esitazioni.
Voleva che fossero le onde a marcare la fine, perché l’acqua era sempre stata la sua forza e, insieme, la sua debolezza.

Il mare come grande contraddizione, che è forza e coraggio, luce scintillante puntinata sulle onde; il mare che è paura, gravità e profondità, buio cavernoso in cui terminano gli abissi.

Le piaceva sedersi sulla battigia ad ascoltare le acque calme e a guardare le maree, provava sollievo nel posare lo sguardo infinito sull’orizzonte increspato. Lo faceva nelle ore meno calde, di levante e di ponente, coi magoni da mandare giù, traghettando gli anni opachi dei suoi lunghi stati depressivi, ormai incurabili.

Era un giorno come tanti, con la spiaggia ancora affollata, nonostante l’ora del tramonto. Pochi i turisti, molti gli abitanti del luogo che lei conosceva bene, perché su quella spiaggia c’era nata, ne faceva parte. Coltivava da tempo l’idea di salvarsi da sola, di guarire il proprio dolore dissennato placando, per sempre, corpo e pensieri. Decenni di medici e medicine non erano riusciti a salvarla dal nero tormento, si sarebbe salvata da sola.

Aveva iniziato a camminare lentamente verso il mare, sperando di passare inosservata, perché in sessant’anni nessuno mai l’aveva vista entrare in acqua; che non sapesse nuotare era risaputo. Avanzava dolcemente, con le braccia rilassate lungo i fianchi, un candido sorriso sulle labbra asciutte e nelle orecchie la propria voce, incerta e logorata, che le ripeteva: “salvami, salvami, salvami”, una litania di morte, l’unico rimedio possibile.

Voleva che fosse la mano sinistra, quella del cuore, ad essere sommersa per ultima dall’acqua; con un cenno oscillante avrebbe salutato tutti: la spiaggia, gli amici, le onde.

Ma le voci seguono voci e le mani cercano mani. Una presa sicura, un rullo di salvataggio gettato in mare, fiati di uomini che gridano il suo nome. Un ritorno alla vita che non aveva calcolato. Forse perché non aveva considerato che il dolore non si annulla con una decisione, che non lo si può aggirare con una scorciatoia.
Va sconfitto ad armi pari, guardandolo negli occhi.

(** lato b)

Salvataggio2

Salvami *

“Salvami”

E’ poco più di un’eco, una voce barcollante che giunge da lontano.

L’ha sentita nel sonno, o forse no. Si chiede se sia un’innegabile concretezza o solo incosciente immaginazione. Capovolge il cuscino, vuole sentire sul viso la freschezza del cotone pettinato, rinfrescare le guance, rischiarare i pensieri prima di svegliarsi definitivamente dal breve riposo del pomeriggio. Apre gli occhi per un istante e subito li richiude, perché l’eco si fa sentire di nuovo, a più riprese.

Quel “salvami”, sussurrato e instabile, gli risuona nella mente in un modo che già conosce. Gli viene il dubbio che possa essere un ricordo, un momento del passato che riemerge, difficile da collocare nella geografia dei suoi giorni. Prova a concentrarsi, cerca nel passato, scandaglia le sensazioni, il suo personale mappamondo di relazioni e di situazioni. Vuole trovare un volto, un tempo, un luogo per quel sussurro.

Fa caldo, dalla finestra aperta entra l’umidità salmastra che evapora dalle onde. A tratti, rapide folate di brezza agostana muovono il leggero tendaggio e invadono la stanza da letto. I pensieri, di conseguenza, si inumidiscono e si asciugano in successione e lui non riesce a controllarli.

Si alza.

Sul davanzale c’è abbastanza posto per poggiare i gomiti, mettersi comodo e osservare, da una posizione privilegiata, la piccola spiaggia isolana. Gli piace farlo ogni giorno, ondeggiando sulle sue gambe lunghe, sotto il sole delle tre. Pochi i turisti, molti gli abitanti del luogo che lui conosce da trent’anni, cioè da quando, poco più che bambino, i suoi genitori comprarono la casa bianca e azzurra incastonata nella roccia. La casa che ora è sua.

Mentre pensa a quegli anni di gioventù, mentre ricorda se stesso ragazzino, lo vede lì, sotto i suoi occhi, il rullo di salvataggio per i bagnanti imprudenti. Quasi un cimelio, arrugginito e scrostato, vessillo storico di quella baia. Lo osserva a lungo e capisce. Lo fissa intensamente e ricorda. Niente di nitido, nessun dettaglio, non riemerge la trama. Solo qualche fotogramma sconnesso, di una mano che esce dall’acqua, di una donna che rischia di annegare, di lui e di suo padre che si gettano fra le onde e la salvano dal mare. Dello stupore, realizzato solo in seguito, perché la parola gridata non era “Aiuto”.

E perché non era un grido, ma un sussurro: “Salvami”.

(* lato a)

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