L’Osteria della Fola

I carradoni di campagna, le cioppe di pane, lo scavesso nel corpo di una donna, i bensoni da intingere, le brostoline da spellare e le fole da raccontare.

L’Osteria della Fola è un regalo di Giuseppe Pederiali alla “bassa” emiliano romagnola. Un bell’elogio ironico e distaccato di una terra operosa che nella sua profonda saggezza non ha mai perso di vista lo stupore dell’ingenuità.

I tanti e mirabolanti personaggi che animano i racconti della fola viaggiano fra le pianure delle province di Modena, Reggio, Bologna e Ferrara; in epoche diverse, con animi differenti. Non ci sono solo uomini e donne illustri che hanno fatto la storia di queste terre, ma anche anonimi paesani e creature della fantasia.
C’è Matilde di Canossa che si invaghisce di un servo, un’ostessa scostumata che seduce gli avventori dell’osteria, lo scultore Wiligelmo alle prese con un angelo, una figlia di nessuno la cui pelle profuma di vino, un rapace a tre zampe che si nutre di lambrusco.

Popolato di animali notturni della tradizione e dell’immaginifico, come la palapstrìga, il foionco e la bosma, L’Osteria della Fola è una lettura che rinsalda le radici, riavvicina alla propria terra e celebra il morbido ed avvolgente affetto per i nonni, che di fole ce ne hanno raccontate tante.

Proprio oggi, intrisa come sono di quest’aura emiliano-nostalgica, quando mio figlio mi ha chiesto: “mamma, cos’è un nickname?”, mi è sembrato naturale rispondere: “uno scutmai!

Perfino la gente, a novembre, aveva un suo odore: le giovani donne sapevano di pulcino, e i maschi di selvatico, come i gatti di Selva Bella.

L'osteria della Fola