British overdose

E rieccola, la domenica che ospita nella stessa nazione la finale di uno Slam ed un Gran premio, una di quelle domeniche rare che all’inizio dell’anno segno sulla Moleskine con il titolo: overdose. Non v’è impegno, oggi, capace di mettere in discussione il mio tempo sacro, la mia overdose di sport, quelle ore di sospensione che hanno effetti benefici sulla mia stabilità mentale. L’elaborazione dei pensieri, anche quelli più negativi, va in stand by. Concederselo è un dovere, un lusso necessario.

Siamo a Silverstone, a metà strada fra Londra e Birmingham; siamo a Wimbledon, a due passi dal Tower Bridge. E’ una british overdose, quella di oggi.

La Ferrari è sotto accusa, le strategie si stanno rivelando disastrose, speranze non ce ne sono. Fernando fa il diplomatico e Kimi, come al solito, tace. Spettacolo sotto la pioggia o gran premio prudente dal dominio incontrastato di Nico Rosberg? Rimonta di Hamilton o risultato a sorpresa di un redivivo Vettel?
It doesn’t matter, direbbero a Londra, è tempo sacro, sia quel che sia.

Ogni volta che Roger Federer raggiunge la finale di uno slam, si legge e si dice: “Godiamocela perché potrebbe essere l’ultima”. Me la godrò davvero perché a contendergli la coppa sull’erba dell’ All england lawn tennis and croquet club ci sarà Nole Djokovic. Perfezione ed eleganza non deludono mai.

6 luglio 2014, british overdose.

British overdose

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Una consapevolezza capace di rovinarti la vita

In questo fine settimana sportivo che parla francese, a ronzarmi in testa c’è una frase di Jacques Villeneuve, figlio dell’indimenticabile Gilles a cui il circuito automobilistico di Montréal è dedicato.

Una frase pronunciata con una certa solennità, poco prima delle qualifiche, con un tono di afflizione intrisa di enfasi. Un frase che suona più o meno così: “Quando sei in Formula 1, sapere che il tuo rivale, nonché amico, corre più forte di te, è una consapevolezza capace di rovinarti la vita”. Si riferiva a Hamilton e Rosberg, rivali di oggi e amici, presunti, di sempre.

Se lo dice Jacques, pilota meteora degli anni novanta che nel 1997 vinse un mondiale guidando una Williams, c’è da credergli. Se lo dice lui che è figlio di cotanto padre, c’è da rifletterci su, con molta attenzione.

Li vediamo in tante vesti umorali questi piloti di Formula 1, tutti uguali (tranne Kimi) nella gioia della vittoria, nella delusione della sconfitta, nella rabbia quando la cattiva sorte si accanisce.

Non avevo mai pensato che ci si potesse far rovinare la vita da chi è capace di volare più veloce di te, da chi è più bravo, da chi ha più talento. Perché non è di sana invidia che stiamo parlando, ma di qualcosa di più profondo, di una ragione assoluta che non lascia via di scampo, dell’essenza stessa di essere un pilota.

E allora mi accingo a guardare il Gran premio del Canada con occhi diversi, liberandomi dalle sovrastrutture, dal mio solito modo empatico di vivere la gara, dagli stereotipi di cui anch’io sono satura, come tutti. Provo a lasciarli nudi, questi occhi, perché vorrei sentire quel che prova il pilota, immedesimarmi in quella consapevolezza capace di rovinarmi la vita da cui dipende il mio futuro, la mia felicità. Salirò in macchina con Nico o con Lewis e proverò a pensare come loro, cercherò di capire perché è così importante vincere.

Per come sono fatta, già lo so che faticherò, mi verrà in mente la competitività limpida di Rafa Nadal che ha appena sconfitto Nole Djokovic nella finale del Roland Garros. Con rispetto, col giusto agonismo, quasi con affetto. Scaccerò il pensiero delle vittorie senza cattiveria, provando ad avvicinarmi all’idea che se a vincere è il migliore, a qualcun altro gli si rovina la vita.

E se non ce la farò, chiederò aiuto alle galline, che sempre mi fanno compagnia quando si corre Montréal.

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Salut-Gilles

Tre re e un fante

Tre re e un fante: se fossi una giornalista sportiva commenterei così il tabellone delle semifinali del Master 1000 di Parigi, torneo di fine stagione che precede di una sola settimana la Master Cup di Londra, il più importante appuntamento tennistico dell’anno dopo gli slam.

Tre sovrani del tennis e un gregario si sfidano oggi sul campo centrale di Bercy, in uno scenario teatrale in cui ad ogni cambio di campo lo stadio piomba nel buio più totale e due fari crepuscolari illuminano i tennisti che si asciugano il sudore, che riprendono fiato, che trangugiano sali minerali. Come se il campo fosse un palcoscenico, come se i tennisti fossero attori, come se illuminando il loro sudore potessimo cogliere qualcosa in più del loro talento.

In uno scenario così hollywoodiano la solidità di Djokovic incontra la perfezione di Federer, l’estro di Nadal incontra la caparbietà di Ferrer.

Decidere per chi tifare non è semplice; davanti a cotanto livello tennistico ci si gode lo spettacolo e basta.

Ma poiché parteggiare per Nole, per Roger o per Rafa (quelli che vincono sempre) è fin troppo facile, anche stavolta sarò dalla parte di David Ferrer, l’eterno secondo, il furetto che in campo non si risparmia mai, il fante con la racchetta in resta che alle semifinali ci è arrivato quasi sempre, ma che di coppe al cielo ne ha alzate poche in questi anni.

Sto dalla parte di chi non è abituato a vincere perché, come ho già scritto e mi ripeto, anche i fanti hanno il sacrosanto diritto di diventare re.

Paris_masters_court