Trasparente

Questo racconto ha partecipato al gioco di scrittura http://mimettoingioco.wordpress.com/2014/12/06/trasparente/

Trasparente
“Un biglietto per Napoli, per favore.”
“Dunque…Napoli…vediamo…frecciarossa, frecciargento, intercity…?”
“Non importa, il primo che parte mi va bene.”
“Il primo treno diretto è un frecciarossa alle 13,03, ma sono rimasti solo posti in prima classe, oppure c’è un frecciargento alle 13,25, ma non è diretto, deve cambiare a Termini, altrimenti c’è l’intercity delle 13,50 che è diretto, ma ci impiega quasi nove ore per arrivare a destinazione. Cosa vuole fare Signora?”
“Dico si, tutti quei ma non mi interessano.”
“Si? In che senso si? Non capisco, mi scusi.”
“Devo andarmene da questa città.”
“Questo lo capisco, ma dovrebbe indicarmi con quale treno vuole lasciare questa città.”
“Un biglietto per Napoli, grazie.”
Al bigliettaio solerte devo fare pena, non mi chiede altro, stampa un biglietto, ritira i soldi che gli allungo nell’apposito spiraglio sotto il vetro di protezione e conclude in questo modo la nostra breve conversazione:
“Binario 6, in partenza fra ventinove minuti, buon viaggio Signora e stia attenta, mi raccomando.”
Non so se interpretarlo come un monito o un auspicio, sta di fatto che me lo dice con un tono talmente compassionevole da farmi sentire peggio di come sto.
Ammesso che sia possibile stare peggio di come sto. Continua a leggere

Impasta, Eugenio, impasta più che puoi *

Le 2.44, come ogni notte. I grilli cantano, le fronde ondeggiano e io non dormo.
La manitoba l’ho comprata, il lievito pure, ma mica sono convito di andare in cucina ad impastare. Eppure Emanuela, la mia amica cuoca, sono mesi che insiste:
“Impasta, Eugenio, impasta più che puoi, la panificazione è terapia, la panificazione è amore, la panificazione è arte e ti aiuta a dormire.”

Spalanco le finestre e lascio che il buio stellato di luglio entri in cucina. Impasterò farina, arte, lievito, amore, olio e terapia al chiaro di luna. Dei dosaggi me ne frego, rovescio la farina sul tavolo, perché la spianatoia non ce l’ho, ci faccio un buco in mezzo e ci verso l’olio, il lievito, il sale, lo zucchero, l’acqua tiepida. Affondo le mani nel cratere, i liquidi fuoriescono dai bordi, rincorro i rigagnoli sul tavolo, li tampono con una pioggia di farina, cerco di tenere unito il tutto e inizio ad impastare.

Sbriciolato, friabile, slegato.

Le mani non si arrendono, impastano.

Compatto, rugoso, resistente.

Impasta, Eugenio, non ti fermare, ora serve vigore.

Elastico, flessuoso, cedevole.

La pagnotta è pronta, con la punta di un coltello ci incido sopra una stella e la osservo lievitare.

Il sole è sorto, il pane è nel forno.

Ho sonno si, un sonno atavico da non resistere. Mi porterò la pagnotta nel letto, come la gatta di peluche che avevo da bambino. Mi farà compagnia, si addormenterà con me, la mia pagnotta di pane.

 

*questo racconto ha partecipato al gioco di scrittura su:

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pagnotta-di-pane