La fine del mondo e il paese delle meraviglie

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Me lo sono trascinata per intere stagioni.
L’ho iniziato quando le maniche erano corte ed i fiori da poco sbocciati.
L’ho ripreso in mano, dopo vari abbandoni, insieme alla tisana bollente mentre il ghiaccio ricopriva l’erba del giardino. Continua a leggere

Il tempo di Blanca

Mi è mancata l’empatia.

E dire che avevo salutato l’oriente e l’Oceania in cerca di un contesto più viscerale. Dopo il Giappone di Murakami e l’Australia di Roggero, ho virato in Sudamerica, terra di fuoco e contraddizioni, patria natia di Marcela Serrano che ambienta i suoi romanzi nel Cile del dopo dittatura.

Pensavo, sbagliandomi, che ne Il tempo di Blanca avrei trovato quell’impetuosità istintiva non contemplata sul cargo australiano del take in easy e incompatibile con la glacialità nipponica dei sogni di Haruki.

L’immedesimazione è importante quando si legge, almeno per me. Con Blanca non ha funzionato, non sono riuscita a sentire vicina una donna algida, ricca, firmata, non ho provato compassione per la sua improvvisa e debilitante malattia, non ho capito come una madre possa tenere vicino un figlio allontanandone un altro, non ce l’ho fatta a vestire i panni di una famiglia di regime in cui vigono regole di finanza e apparenza.

Una serie di “non” che mi lasciano perplessa, benché nel romanzo sia presente anche l’altro lato della dittatura: i prigionieri torturati, i desaparecidos, gli uomini e le donne di coraggio e di resistenza.

Sarà che invecchiando si diventa più esigenti o, più probabilmente, dei brontoloni incontentabili.

La mia vita per un libro.
Darei tutto, lo giuro, per quella compagnia di cui ho goduto tanto a lungo, che non mi ha mai tradito né deluso. Solo dopo che me l’hanno strappata bruscamente mi sono resa conto che era la compagnia più fedele.

 

La ragazza dello Sputnik

La ragazza dello Sputnik

Che li abbia scritti negli anni ’90, nei primi anni 2000 o qualche mese fa, poco cambia. E’ sempre fedele a se stesso Murakami, immobile e straordinario. Metodico e rigoroso nella sua impostazione di vita, me lo immagino pasticcere, radunare gli ingredienti, attento a non dimenticartene nemmeno uno, a pesare gli indizi e le tracce con precisione perché in pasticceria, come nei racconti sognanti, sbagliare i dosaggi non garantisce un buon risultato.

Avendone letti tanti di romanzi di Haruki, ormai conosco bene la lista completa dei suoi elementi caratterizzanti. Ed è quasi un esercizio, o forse un gioco, cercarli fra le pagine, elencando nella mente, man mano che la narrazione prosegue, quelli, indispensabili, che mancano. Di solito accade che, poche righe prima che il libro finisca, li ritrovo quasi tutti: ben amalgamati, mirabilmente assortiti, come solo Murakami sa fare.

E’ classica la combinazione di fattori ne La ragazza dello Spuntink: la luna con il gatto, il protagonista senza nome con la ragazza sognante, il mestiere di scrittore con la passione per la musica, una ruota panoramica svizzera con un’isola greca non identificabile, i nomi dolci di Myu e Sumire, la porta del mondo parallelo che inghiotte sogni e persone senza dare spiegazioni.

L’ho già scritto e mi ripeto: leggere Haruki è rassicurante. Ogni volta è come tornare a casa da un viaggio concitato dentro migliaia di pagine di altri autori, dentro decine di altre storie, dentro una pletora di immagini appartenenti ad altre vite. Con un romanzo di Murakami fra le mani, si ritorna alle cose conosciute, si riassettano gli equilibri, si riesce persino ad immaginarsi diversi da come si è.

Proprio quel che ci vuole quando tutto, intorno, cambia.

 

Dance dance dance

Dance dance

Non me ne vogliano quelli che Murakami non lo sopportano, non sbuffino quelli che non lo conoscono e non si spazientiscano quelli che lo apprezzano ma sono stanchi di vederlo comparire fra le righeorizzontali.

Il fatto è che Dance dance dance l’ho letto e ne devo per forza raccontare perché questo romanzo nippo-hawaiano, edito quasi trent’anni fa, contiene lezioni di scrittura che non si possono ignorare.

Reggere cinquecento pagine di narrazione in prima persona senza rivelare il nome dell’io narrante vuol dire saper scrivere. Inventare una trama convincente capace di coniugare il romanzo psicologico, il componimento immaginifico e l’intreccio giallo alla Dieci piccoli indiani vuol dire aver talento.

Un giornalista di articoli redazionali, un attore famoso ma infelice, una tredicenne sensitiva e silenziosa, un uomo pecora. E ancora: una fotografa stordita, una prostituta incantevole, un uomo senza un braccio, una receptionist di un Hotel che si perde nell’oscurità.

Gotanda, Yuki, Ame, Makimura, Yumiyoshi, Kiki, Mei.

E’ come se Haruki possedesse un immenso cilindro contenente i più assurdi e disparati personaggi. Li estrae a sorte, li combina fra loro e crea meraviglie.

L’universo creativo di Murakami non ha confini. Non c’è spazio, non c’è tempo, non c’è dimensione che possa imbrigliare l’immensa capacità narrativa di uno scrittore dall’immaginazione infinita.
Sempre fedele a sé stesso, sempre sorprendentemente innovativo.

Era stato un sogno?
Si, forse era stato un sogno.
Ma chi può dirlo?

 

After dark

After dark

Stavo iniziando a preoccuparmi, il sospetto di aver sviluppato una Murakami dipendenza un po’ mi angustiava. Poi ho letto After dark e il fervore murakamiano si è leggermente affievolito.

Questo autore è un enigma, persino quando scrive un libro noioso mi fa stare aggrappata alla storia, mi costringe ad entrare nelle vite dei personaggi anche se non hanno niente di particolare da dire o da fare.

Perché?

Due sorelle che non si somigliano, un trombonista che vuol fare il magistrato, un impiegato violento: Mari ed Eri, Takahashi e Shirakawa. I soliti mondi paralleli, le ore di sonno infinite, i dialoghi lenti, le descrizioni minuziose ripetute allo sfinimento.

Un libro compiuto in cui si verificano inspiegabili coincidenze, i percorsi si intrecciano, di risposte non ce ne sono. Un romanzo sospeso fra gatti che mangiano briciole e le note di Curtis Fuller.

E’ Murakami, prestigiatore di storie.

Nei suoi occhi, come in due nuvole grigie riflesse sulla superficie liscia di un lago, affiora il colore della solitudine.

 

Kafka sulla spiaggia

Kafka

Ho ritrovato Edipo in Murakami.

Al mito di Edipo non pensavo da anni. Ritrovarlo in Kafka sulla spiaggia a poche settimane di distanza dalla lettura dissacrante di Dürrenmatt mi ha fatto pensare ad una strana coincidenza, proprio come quelle che accadono in questo romanzo visionario di Haruki, dove tutto ciò che è assurdo sembra reale.

Approfondire la lettura di un autore vuole anche dire cercarne i tratti distintivi, i segni invisibili fra le righe, la cifra stilistica insita nelle idee. Con Murakami è facile: c’è uno schema, ripetitivo ma non monotono, che ad ogni nuova lettura si rivela con maggior chiarezza. Non si tratta solo della costruzione narrativa, quasi sempre basata su storie parallele apparentemente slegate che a un certo punto della trama si annodano indissolubilmente. Ci sono, soprattutto, segni peculiari che caratterizzano la presenza di Murakami nei suoi libri, come quando Alfred Hitchcock compariva all’improvviso in una scena del film. Mettendoci la firma, ci rassicurava.

Allenamento costante del corpo umano, presenza di un essere dalla sessualità ambigua che funge da risolutore di problemi, capacità terapeutiche su ossa e muscoli, poteri sovrumani che si reincarnano in un soggetto debole quando muore un personaggio forte.

Certezza che esista un mondo parallelo al nostro.

Sogni che annaspano affannosamente nella realtà.

Per chi non conosce Murakami questo elenco sembrerà insensato e, forse, privo di interesse. Per chi lo conosce, invece, sarà come decifrare un codice, risolvere un enigma, ritrovarsi nelle sue visioni.

La trama di Kafka sulla spiaggia non si racconta. E’ un libro per chi sa vivere come i gatti, per chi crede ai ragazzi chiamati Corvi, per chi non ha bisogno di una spiegazione per ogni cosa.

E’ un libro che si ama o si odia. Come Murakami.

Chiedi, e ti vergognerai un attimo, non chiedere e ti vergognerai per sempre.