Sono nato gabbiano *

Gabbiano

Sono nato gabbiano, è una fortuna che ho.

Sarei potuto nascere cinghiale o montone, luccio o delfino, ragno o mantide, non sarei stato così fortunato. Avrei avuto per me solo una frazione di mondo, sarei stato parziale, imperfetto. E invece la natura mi ha donato la completezza: da gabbiano posso godere dell’intero universo e non solo perché possiedo le ali. Continua a leggere

Impasta, Eugenio, impasta più che puoi *

Le 2.44, come ogni notte. I grilli cantano, le fronde ondeggiano e io non dormo.
La manitoba l’ho comprata, il lievito pure, ma mica sono convito di andare in cucina ad impastare. Eppure Emanuela, la mia amica cuoca, sono mesi che insiste:
“Impasta, Eugenio, impasta più che puoi, la panificazione è terapia, la panificazione è amore, la panificazione è arte e ti aiuta a dormire.”

Spalanco le finestre e lascio che il buio stellato di luglio entri in cucina. Impasterò farina, arte, lievito, amore, olio e terapia al chiaro di luna. Dei dosaggi me ne frego, rovescio la farina sul tavolo, perché la spianatoia non ce l’ho, ci faccio un buco in mezzo e ci verso l’olio, il lievito, il sale, lo zucchero, l’acqua tiepida. Affondo le mani nel cratere, i liquidi fuoriescono dai bordi, rincorro i rigagnoli sul tavolo, li tampono con una pioggia di farina, cerco di tenere unito il tutto e inizio ad impastare.

Sbriciolato, friabile, slegato.

Le mani non si arrendono, impastano.

Compatto, rugoso, resistente.

Impasta, Eugenio, non ti fermare, ora serve vigore.

Elastico, flessuoso, cedevole.

La pagnotta è pronta, con la punta di un coltello ci incido sopra una stella e la osservo lievitare.

Il sole è sorto, il pane è nel forno.

Ho sonno si, un sonno atavico da non resistere. Mi porterò la pagnotta nel letto, come la gatta di peluche che avevo da bambino. Mi farà compagnia, si addormenterà con me, la mia pagnotta di pane.

 

*questo racconto ha partecipato al gioco di scrittura su:

http://mimettoingioco.wordpress.com/
http://mimettoingioco.wordpress.com/2014/07/04/impasta-eugenio-impasta-piu-che-puoi/

pagnotta-di-pane

Solo un pescatore *

“Dov’eri ieri sera?”
“In giro.”
“In giro dove? Non ti abbiamo visto, io e mamma abbiamo percorso il lungomare avanti e indietro tante volte e non ti abbiamo mai incontrato.”
“Non c’è solo il lungomare in questo buco di paese.”
“E’ vero, ma di sera sono tutti lì, tu invece sembra che vuoi nasconderti. Dov’eri finito?”
“In giro. Lasciami in pace pà.” 

Mio padre lo sa dov’ero, mica è scemo, voei fâ vedde ö neigro pe gianco. Non lo inganno papà, forse mamma si, ma papà no. Lui lo sa che ero al molo.

Ieri mattina ho visto il segnale sulla prima pagina della Nazione, nell’inserto di Spezia. Erano due settimane che non si facevano vivi, stavo diventando impaziente. Tutte le mattine al bar a bermi un cappuccino e a fingere interesse per le notizie dei giornali, quando l’unica cosa che mi preme veramente è trovare quel cerchiolino nero intorno alla data del quotidiano. Se lo trovo, vuol dire che l’appuntamento è fissato, che uno dei due è passato e ha lasciato il segnale. Non so mai se sia Luigi o Gilberto, non so chi troverò nell’anfratto fra le rocce. A volte uno solo, a volte entrambi. Sono loro che guidano il gioco, io devo solo farmi trovare lì, nel solito posto, quando la notte è scesa e arriva il tempo per noi.

E’ difficile da raggiungere il nostro nascondiglio, una cavità fra le pietre, un anfratto celato nel cuore del paese. Non è visibile da chi transita sul lungomare perché la roccia prima sporge e poi rientra, creando un pertugio ben nascosto. Gli scogli alti e frastagliati lo proteggono dai lati e le barriere del molo ne rendono difficoltoso l’accesso. Solo un pescatore in mezzo al mare ne può vedere l’interno. Devo stare attento a come mi muovo, appoggiarmi alla roccia con la mano sinistra; la destra mi serve per tenere acceso il display del telefono che illumina flebilmente le onde che si infrangono a pochi centimetri dai miei piedi. Quando ho trovato l’equilibrio e mi sento sicuro, metto il telefono in tasca e faccio un balzo nel buio, un piccolo salto che mi porta aldilà del molo, dentro la mia tana. La chiamo così, la mia tana, il luogo che sento casa mia, dove posso essere interamente io, senza vergognarmene.

Ieri sera c’era solo Gilberto e per fortuna non aveva fretta. La moglie e i figli sono andati ad Albenga con i suoceri, sarà solo tutta la settimana, così potremo vederci spesso. E’ una notizia che mi rassicura perché le volte in cui facciamo l’amore e lui deve scappare, poi mi piomba addosso una tristezza amara, un senso di sconfitta e di paura che mi rimane addosso per molti giorni. Quando invece resta con me ad ascoltare le onde, io sono in pace e sento di volergli bene. Come ieri sera.

Con Luigi è diverso. Luigi è un rude, un uomo che cerca altri uomini solo per soddisfare il piacere carnale. Non possiede la tenerezza, non sa cosa sia una carezza fatta con amore, evita persino di guardarmi negli occhi. Eppure ho bisogno anche di lui, del suo modo quasi violento di afferrarmi e della sua incapacità di avere riguardo per me.

Oggi sono felice perché ieri sera sono stato solo a lungo con Gilberto. Avevo urgenza del suo corpo e smania del suo calore. Si è seduto dietro di me, mi ha circondato con le braccia robuste e mi ha indicato un puntino in fondo al mare. Mi ha detto:
“La vedi quella barca laggiù? Io la vedo quasi tutte le sere che ci incontriamo. Solo quel pescatore conosce il nostro rifugio, solo lui sa che abbiamo una casa qui, fra gli scogli. Stai tranquillo, me amû, non ti devi preoccupare perché un bravo pescatore, i segreti, li consegna tutti al mare.”

*questo racconto ha partecipato al gioco di scrittura su:

http://www.mimettoingioco.wordpress.com

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