1089, un nuovo rombo all’Albert Park

Se scrivo finalmente forse qualcuno penserà che sono banale, se sostengo che il conto alla rovescia è stato interminabile magari qualcuno immaginerà che sono una fanatica. Se però dico che quando riparte il mondiale mi sento a casa, sono certa che qualcuno capirà. Non è solo una questione di passione per uno sport, è qualcosa che somiglia al rincontrare un mondo che si conosce, abbandonato fra le nebbie di novembre per poi ritrovarlo, rassicurante, ogni marzo quando il sole si sveglia presto e il prunus in giardino è appena fiorito.

I canguri bianchi della Qantas, che dalle insegne pubblicitarie sembrano atterrare sul circuito dell’Albert Park, dicono tutto di questa Melbourne, metropoli dinamica di cui ho già scritto in altri post sportivi, come quello di un anno fa che aveva a che fare con le certezze della vita. (https://righeorizzontali.wordpress.com/2013/03/17/lalbert-park-e-le-certezze-della-vita/)

Da settimane si leggono notizie allarmanti su questo mondiale dei grandi cambiamenti, della rivoluzione, delle regole scombinate. Numeri su numeri: 40 chilometri di cavi che scorrono dentro ad ogni abitacolo, 12 punti di patente a scalare per i piloti che commettono gravi infrazioni, 50 kg di benzina in meno per terminare il Gp di Australia, il ritorno del motore turbo dopo 26 anni di assenza dalle monoposto di F1.

Ha un suono diverso il turbo V6, è un rombo più sordo, non amplificato, privo del fascino atmosferico dei vecchi propulsori. C’è da farci l’abitudine a questo rimbombo soffocato, a questo ruvido borbottio, burbero e caparbio.

La classifica del Gp di oggi ha di bello che Daniel Ricciardo da Perth, nuovo acquisto della Red Bull, è salito sul secondo gradino del podio, per la gioia di tutti gli australiani e dell’ex Mark Webber. E che un esordiente, il danese Kevin Magnussen, è arrivato terzo. Qualcosa sta cambiando, c’è aria di novità.

Le Ferrari si sono difese come hanno potuto, ma non importa. E’ troppo presto per pensare alla classifica, troppo presto fare bilanci, ora è il momento di pensare ad un solo numero: 1089.

Penso che mi aspettano altri 1089 giri intorno al mondo e mi sento a casa.

Le sette del mattino, silenzio intorno. E’ da Melbourne che tutto ricomincia.

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L’ultimo Interlagos

Non sopporto gli addii.

Preferisco le uscite di scena silenziose, quelle che te ne vai mentre gli altri non se ne accorgono e quando ti vengono a cercare, è già troppo tardi, non ci sei più.

Però capisco che se sei un pilota brasiliano che per otto anni ha vestito la tuta della Ferrari e corri il tuo ultimo Gran premio con la rossa proprio sulla pista di casa, non puoi sgattaiolartene via in silenzio. Ti porti dietro la famiglia, organizzi una grande festa per il team, ti colleghi via radio in diretta sky durante il giro di riscaldamento per raccontare a tutti i ferraristi quali sono le sensazioni che stai provando. Felipe Massa ringrazia così, commosso, tutti i suoi tifosi. Quelli che gli hanno perdonato di aver perso il mondiale 2008 per una manciata di curve, quelli che lo hanno aspettato dopo l’incidente, quelli che lo hanno sempre amato, nonostante i risultati.

Se, invece, sei un galantuomo australiano e ad Interlagos corri l’ultimo Gran premio della tua vita, il minimo che ti possa capitare è di trovarti tutti meccanici che, in tuo onore, indossano l’Akubra, il tipico cappello aussie, e di vederti arrivare Fernando, espansivo nel suo sangue spagnolo, che ti abbraccia come fossi un fratello. Mark Webber saluta la F1 salendo sul podio, con la dignità e l’orgoglio di chi ha sfidato la sfortuna, senza mai riuscire a vincerla. Di uno così, si sentirà la mancanza.

Marzo è lontano.
C’è tutto un inverno in mezzo.
Le domeniche buie, il freddo, la neve.

Melbourne, 16/03/2014.
Per quel che mi riguarda, il conto alla rovescia è già iniziato.

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Verde Suzuka

Ha la forma di un serpente a tre teste il circuito giapponese di Suzuka. Stretto, lungo, affusolato, pare un rettile avvitato su sé stesso, un groviglio sinuoso, una sfida per i piloti. E’ il tracciato delle curve, quello in cui i sorpassi sono azzardi incoscienti e la bravura di chi è al volante può sopperire alle mancanze della vettura. E’ il circuito della guida vera, tecnica e libera, quello che tutti i piloti amano.

Natura rigogliosa, alberi ancora verdissimi, prati morbidi che emanano luce. Se non fosse che anche in Giappone è arrivato l’autunno, verrebbe da pensare ad una radiosa domenica di primavera.

Le barriere protettive hanno i colori della bandiera italiana. Chilometri e chilometri d’asfalto lambiti da strisce tricolori; uno sorta di omaggio all’Italia, forse casuale, forse voluto, non so. Di cappellini e magliette ferrariste ce ne sono a migliaia sulle tribune gremite, macchie rosse rampanti che non smettono di credere nel cavallino. In un contesto così, ci si sente un po’ a casa.

Efficienza è la parola d’ordine su questo tracciato orientale in cui dal nulla sbucano, furtive, piccole squadre di nipponici commissari di percorso con in mano estintori, spazzoloni d’asfalto, motorini per caricare i piloti più sfortunati. Piccole equipe di operosi giapponesi pronti a salvare chiunque.

Non ce l’hanno fatta, però, a salvare Webber da Vettel, da quella dubbia strategia di gara che gli ha imposto tre soste invece di due, dagli ordini di scuderia che lo hanno privato della vittoria che meritava, stavolta davvero e molto più di Seb.

Sul podio Vettel, Webber e Grosjean. Fernando e Kimi subito dopo. Col corpo sono lì, ma la testa di tutti, anche di noi ferraristi, è già a Melbourne 2014.

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