Non ora, non qui

Non ora, non qui

E poi vado in una libreria che sta chiudendo, che sconta i libri indistintamente e non riesco a fare incetta di titoli perché mi sembra irrispettoso girare fra gli scaffali semivuoti e comprare a caso.

Una copertina di arida terra scarlatta attrae la mia attenzione, è il mio unico acquisto. Erri De Luca lo lambisco da anni, sempre a un passo dal leggerlo, sempre qualche impedimento casuale mi ha tenuta distante.

E così, facendo mia la desolazione di una libreria che sta scomparendo, fra gli sguardi pensosi dei clienti e quelli affranti dei commessi, mi convinco che sia arrivato il momento giusto per Non ora, non qui, che questa opera prima autobiografica scritta da De Luca nel 1989 sia il punto perfetto da cui partire in un pomeriggio malinconico di libri che abbandonano e di pagine che se ne vanno.

Ne avevo sentito parlare come di un autore difficile, di una lettura ardita e complessa, di qualcosa di ostico e, per molti, respingente. Ma la scrittura, quando ha qualcosa di rilevante da dire, non c’è artificio linguistico che la trattenga.

Quando ne parlerò io di Erri De Luca, se qualcuno mi chiederà, dirò che con grande meraviglia ho incontrato un’espressività rivoluzionaria all’interno di una lingua italiana destrutturata, che ho riconosciuto la capacità assoluta di condensare in brevi e frammentate frasi un’infanzia intera, la grandezza di un’autoanalisi profonda, lucida e disarmante.

Dopo aver letto Oceano mare, vent’anni fa, non ho più incontrato scrittori che, come Alessandro Baricco, mi facessero credere che è possibile sconvolgere la lingua italiana al punto tale da renderla nuova. Poi, il 7 gennaio del 2014, ho preso fra le mani una copertina di arida terra scarlatta da uno scaffale semivuoto di una libreria a cui ero affezionata e ho avuto la fortuna di cogliere il momento giusto per capire che in De Luca, nel suo spirito di lotta e di combattente dalle armi deposte, alberga in modo fecondo la rarissima capacità di innovare.