Suzuka’s phanpone

Mi risparmio le considerazioni collaterali, quelle che hanno a che fare con l’opportunità di far partire un Gran premio dentro ad un tifone. Inutile arrabbiarsi, chi segue questo sport sa che sono le esigenze economiche a dettarne le regole, dibatterne e inalberarsi non serve.

Mi limito a guardare la pioggia fattasi nebbia polverosa e cerco di immaginare cosa provino i piloti a partire dietro la safety car sapendo di avere visibilità nulla, con il cielo che si fa buio e le ruote che pattinano sull’acqua di un asfalto poco drenante. Paura, adrenalina e che la sorte mi aiuti, queste le vibrazioni e le speranze che immagino scorrere dentro ai caschi della pit lane, dalla prima all’ultima fila.

Guardo l’evolversi della gara, la bandiera rossa, la ripartenza, la desolazione di Fernando, i sorpassi di Ricciardo e Vettel, la pista che si asciuga, Kimi là in fondo, la gara che si riaccende, la pioggia che ritorna, le gomme intermedie che non ce la fanno, Sutil a muro, Jules Bianchi che scompare, la red flag che ritorna.

Si chiama Phanfone e come tutti i tifoni che si rispettino si crede onnipotente, capace di condizionare la vita delle porzioni terresti su cui scarica la propria furia. E invece no, stavolta non ha vinto lui, ha vinto la Formula 1, con un pilota in gravissime condizioni e un’ambulanza che lo porta via.

Mestamente mi chiedo: ma che vittoria è? Ma che sport è?

Phanfone1