Il tempo di Blanca

Mi è mancata l’empatia.

E dire che avevo salutato l’oriente e l’Oceania in cerca di un contesto più viscerale. Dopo il Giappone di Murakami e l’Australia di Roggero, ho virato in Sudamerica, terra di fuoco e contraddizioni, patria natia di Marcela Serrano che ambienta i suoi romanzi nel Cile del dopo dittatura.

Pensavo, sbagliandomi, che ne Il tempo di Blanca avrei trovato quell’impetuosità istintiva non contemplata sul cargo australiano del take in easy e incompatibile con la glacialità nipponica dei sogni di Haruki.

L’immedesimazione è importante quando si legge, almeno per me. Con Blanca non ha funzionato, non sono riuscita a sentire vicina una donna algida, ricca, firmata, non ho provato compassione per la sua improvvisa e debilitante malattia, non ho capito come una madre possa tenere vicino un figlio allontanandone un altro, non ce l’ho fatta a vestire i panni di una famiglia di regime in cui vigono regole di finanza e apparenza.

Una serie di “non” che mi lasciano perplessa, benché nel romanzo sia presente anche l’altro lato della dittatura: i prigionieri torturati, i desaparecidos, gli uomini e le donne di coraggio e di resistenza.

Sarà che invecchiando si diventa più esigenti o, più probabilmente, dei brontoloni incontentabili.

La mia vita per un libro.
Darei tutto, lo giuro, per quella compagnia di cui ho goduto tanto a lungo, che non mi ha mai tradito né deluso. Solo dopo che me l’hanno strappata bruscamente mi sono resa conto che era la compagnia più fedele.