Montréal_07

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Montreal_07E’ su un’isola artificiale che si corre.

Seb è un fulmine scagliato da sinistra.

Le gomme rosse che nessuno si aspettava, il graining nero alla fine di ogni stint.

L’hammer time e la danza della pioggia con gli occhi incollati al monitor dei tempi.

E’ una gara di nervi, per chi sta in pista, per chi segue da fuori.
A crederci davvero non ci siamo più abituati. Continua a leggere

L’antennista, le galline e il GP di Montréal

Nella vita succedono strane cose, alcune talmente stravaganti da non poterle dimenticare.

Estate di due anni fa, in pieno trasloco, vivo accampata nella nuova casa. E’ domenica mattina e aspetto l’antennista che è abituato a lavorare anche quando è festa. Ho richiesto il trasferimento della parabola e del decoder che non potrà essere fatto finché il tecnico non avrà predisposto l’impianto. Sarò senza televisione per alcuni giorni. Niente Sky, niente digitale, solo uno schermo grigio con milioni di pallini neri tremolanti ed un ronzio inquietante in sottofondo. Se non fosse che c’è il GP di Montréal non me ne farei un cruccio, anzi, ma perdermi una tappa del mio rombo del motore mi dispiace assai.

L’antennista si presenta a metà mattina, con un paio d’ore di ritardo sull’appuntamento. E’ un ragazzo giovane e gioviale, in dialetto reggiano mi dice di essere costernato per il ritardo, ma ha avuto un’emergenza casalinga: gli sono scappate le galline dal serraglio ed ha impiegato più di un’ora a recuperarle tutte. Se non lo avesse fatto, sua madre lo avrebbe rampognato di brutto. A me l’idea di un antennista che corre dietro alle galline per non essere rimbrottato dalla madre fa ridere di gusto perché penso a quanto è calorosa è spontanea la gente delle nostre terre. Noi emiliani siamo fatti così: meravigliosi, non c’è niente da fare.

Tant’è.

Fa molto caldo, l’antennista sale sul tetto e lavora sotto il sole cocente. E’ un continuo andare su e giù dalle scale per testare se il lavoro viene bene o no.

Fra decine di scatoloni ancora da vuotare, decido di sfogliare al volo La Repubblica giusto per vedere come sono andate le prove del Gp del Canada che si sono svolte la sera prima e dico con mio marito “Uffa! la partenza del Gran Premio è alle 19,00, Alonso è in prima fila dietro a Vettel, magari mi prendo una pausa dagli scatoloni e vado a vedere la gara da mia madre.”

L’antennista mi ascolta, si avvicina e, basito, mi chiede: “…ma ti piacciono i Gran Premi?”
“Si…” rispondo.
In quel “si” devo averci messo tutta la tristezza e il rammarico del mondo, una sorta di lamento accorato sgorgato direttamente dal cuore.
Passano le ore, l’antennista armeggia fra il solaio e il tubo catodico, canticchia, fa scendere i fili dal muro, guarda soddisfatto il frutto del proprio lavoro poi, verso le 16,00, mi chiede:

“A che ora c’è il GP?”
“Alle 19,00.”
“Bene, allora faccio in tempo.”
“A fare cosa?”
“Ad andare a casa mia, prendere il mio decoder e portartelo.”
“Ma no, non c’è bisogno, grazie, poi tu abiti a trenta km da qui!”
“Appunto, faccio in tempo ad andare e tornare.”
Protesto: “No, non posso accettare, sei molto gentile, ma posso farne a meno.”

Lui, con fermezza, replica: “Ascolta me, se una donna è appassionata di Formula 1, non può perdersi nemmeno un Gran Premio ed ha il diritto di guardarselo in santa pace sul divano di casa sua!”

Ore 19,00 di domenica 12 giugno 2011. I bimbi giocano in giardino, io e mio marito ci prendiamo una pausa dagli scatoloni. Ci piazziamo davanti alla tele con il decoder prestato dal generoso antennista. Pensiamo ad un’ora e mezza di pausa, la durata solita di un Gp. Mai avremmo immaginato che stavamo per assistere al Gran Premio più lungo della storia della Formula 1. Piove a dirotto su Montréal, la gara parte in regime di safety car, le condizioni dell’asfalto sono proibitive. Nelle 4 ore, 4 minuti, 39 secondi e 537 millesimi di durata della gara accade di tutto: sospensioni della corsa, sei interventi della safety, decine di sorpassi temerari e rocamboleschi, velocità media di 70 km orari, che per le vetture di F1 è un passo da gallina.

Aveva ragione l’antennista, non avrei mai potuto perdermi un Gran Premio così. Ecco perché, ogni volta che il Gp del Canada si avvicina, penso a lui, alle sue galline e alla generosità emiliana. Non c’è niente da fare, siamo fatti così: meravigliosi.

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Nico, the pole man

Ha la faccia da bravo ragazzo Nico Rosberg, uno di quei visi un po’ squadrati, pieni e luminosi che mettono di buon umore. L’ho sempre considerato un pilota talentuoso ma sfortunato, capitato nelle scuderie giuste ma nelle annate sbagliate. Nel 2010, libero dal contratto con la Williams, speravo che la Ferrari lo ingaggiasse come secondo di Alonso, una sorta di scommessa tedesca post era Schumacher. E invece se lo accaparrò la Mercedes, affiancandolo proprio a Michael Schumacher, illustre ed ingombrante connazionale.

A guardare il viso quasi angelico di Nico non si direbbe che è uno spericolato pilota con la velocità pura nel sangue. Uno che, se è pur vero che fatica a reggere la lunghezza della gara, sul giro secco è capace di polverizzare qualsiasi avversario, persino il re delle pole Lewis Hamilton, suo compagno di scuderia.

Da molti è definito come l’eterna promessa destinata a non sbocciare mai. Oggi, forse, qualcuno si ricrederà perché a Montecarlo Nico ha infilato la terza pole position consecutiva dimostrando di essere all’altezza del padre Keke, campione degli anni ottanta dalla guida aggressiva che proprio nel Gran Premio del Principato dava il meglio si sé, esaltando la propria sconsideratezza nel circuito cittadino più pericoloso ed insidioso di tutto il mondiale.

La genetica, a volte, è strana. Keke, con la sua lunga chioma e l’aria da maledetto, sfoderava una sfrontatezza che infastidiva avversari e pubblico. Nico, con il volto rassicurante e gli occhi placidi, ha uno stile di guida velocissimo ma corretto e amato da tutti perché rispettoso delle regole. Sangue dello stesso sangue, eppure diversi nell’aspetto e nella condotta. Eppure due grandi campioni.

A Nico manca solo una pole per eguagliare il record del padre.

Magari in Canada, fra quindici giorni.

Magari dedicandola a Keke.

NicoKeke

España

Viene voglia di essere spagnoli in questa domenica di maggio in cui centinaia di bandiere rojigualda sventolano sul circuito di Barcellona e in cui si ode un unico coro inneggiante Rafa sulla terra rossa di Madrid. Una domenica di sole che decreta in via definitiva Fernando Alonso e Rafael Nadal impareggiabili campioni mondiali, talenti superlativi nella loro terra natia. Finalmente una domenica di festa per un Paese sanguigno e tribolato quasi quanto il nostro.

A Barcellona Fernando, quinto in griglia di partenza, ha dominato il Gran premio di casa con una determinazione sbalorditiva. Una vittoria voluta più di ogni altra, con un sorpasso stratosferico al primo giro e una strategia di gara finalmente perfetta.

Li vorrei tutti così i podi di questo mondiale 2013. Fernando in vetta, iceman Kimi al suo fianco e Felipe a chiudere la fila. Il passato e il presente della Ferrari che abbracciano il team manager Stefano Domenicali completamenti grondanti di bollicine vittoriose.

Sul campo centrale di Madrid Rafa ha impartito allo svizzero Wawrinka una lezione di tennis su terra battuta. Nella sua quinta finale consecutiva dall’inizio dell’anno, ha dimostrato che, se non c’è Nole sul suo cammino, può arrivare ovunque, scalare la classifica mondiale e risalire dal quel penalizzante quinto posto verso cui è scivolato dopo i problemi fisici dello scorso anno. I numeri parlano per lui: dopo sette mesi fuori dai campi, ha giocato sette tornei e cinque finali di cui due vinte. Sentirlo ringraziare il pubblico della sua capitale con quella sciolta parlata maiorchina fa quasi commuovere perché Rafa è tornato e il tennis ne aveva bisogno.

Fernando e Rafa, España!

1 maggio 1994

Guardo il Gran premio a casa di Jonatha. Pranzo in giardino con gli amici di sempre, la chitarra in sottofondo, il vino, le chiacchiere infinite, le risate e le confidenze.

Poi un lampo negli occhi, la Williams di Senna che sbatte al Tamburello e tutto si ferma. Rimango senza parole per ore, giorni, incapace di capire e di accettare, come milioni di persone nel mondo. La sera stessa, davanti all’Ospedale Maggiore di Bologna, centinaia di uomini e donne in silenzio. Anche io fra loro.

Conservo ancora il numero di Autosprint con la copertina completamente nera e la scritta rossa “E’ morto Senna”. Sta in una cartellina che si chiama Ayrton dove custodisco i ritagli di giornale listati a lutto di quei giorni.

C’è un film documentario del 2010 che si intitola semplicemente Senna. Il regista anglo indiano Asif Kapadia lascia parlare le immagini, racconta Ayrton attraverso i primi piani, le sequenze ovattate, i ricordi di chi lo ha conosciuto. Avrei voluto vederlo al cinema, ma è stato distribuito in pochissime sale, per pochissimi giorni, lontano dalla mia città, così l’ho scaricato dalla rete e me lo sono guardata in portoghese, nella lingua di Ayrton che non comprendo, ma che mi ha detto tutto, proprio tutto di lui.

Di Ayrton non riesco a dimenticare lo sguardo triste, la densa saudade brasiliana, essenza profonda di un campione ineguagliabile, in pista come nella vita.

Sono passati diciannove anni e lo sguardo di Ayrton è ancora qui.

Ayrton2

Lap 56/56

Viste dall’alto sembrano foglie di Loto sospese per aria le coperture delle tribune dell’ultima chicane del circuito di Shanghai. Giganteschi funghi se si guardano da sotto. Mostri alti decine di metri hanno incorniciato la prima vittoria stagionale della Ferrari.

Lo abbiamo capito alla prima curva che Fernando avrebbe dominato il Gran premio di Cina, ma non ci abbiamo creduto fino all’ultimo giro. Forse per scaramanzia, forse perché Vettel fa paura anche quando parte nono o forse perché è dal 2007 che non riusciamo a gioire pienamente di una gara.

Una dimostrazione di forza quella del team Ferrari: pit stop in sicurezza, pneumatici performanti, freddezza ai box, strategia di gara inappuntabile. Un fine settimana perfetto, una squadra vera.

Alonso ha vinto senza spingere perché la sua monoposto di oggi viaggiava con le ali.

Alla sua destra Kimi, alla sua sinistra Hamilton, sul podio Fernando ha festeggiato così, con un sorriso sornione. A dimostrazione che l’irruenza non paga quasi mai, la pazienza si.

Shanghai Lap 56/56 e fuori c’è il sole.

Lap 2/56

C’è un momento in ogni Gran Premio in cui inizi a calcolare quanti giri mancano alla fine. Di solito avviene verso metà gara, quando la scritta bianca su fondo nero posizionata in alto al centro dello schermo segna: Lap 28/56.

A quel punto del Gp sai più o meno tutto, ti sei reso conto degli assetti e delle forze in gioco, sai chi è solido, chi è moderatamente affidabile e chi può solo affidarsi alla sorte. Allora, scongiurando che non ci siano imprevisti, provi a calcolare le probabilità che le Ferrari hanno di vincere o, almeno, di conquistare punti.

E’ più o meno a due terzi della gara che sai se puoi illuderti e sperare che le rosse portino a casa un risultato. Da quel momento in poi gli occhi, concentrati sulle monoposto che si rincorrono, aprono una finestra fissa sulla scritta Lap.

Ma se, come oggi, quella scritta inizi a guardarla al secondo giro, vuol dire che qualcosa è andato storto. Vuol dire che Fernando è già uscito di scena, che non hai più tanti calcoli da fare e quasi niente in cui sperare, anche se c’è sempre Felipe che può consolarti con un insoddisfacente quinto posto.

Poco ti importa che nell’arco della gara succedano cose strane e divertenti, come Hamilton che sbaglia il pit stop e invece di fermarsi nel suo box transita in quello della scuderia con cui ha corso per i sei anni precedenti. O cose interessanti, come la lotta per il primo posto fra Vettel e Webber che, facendosi i dispetti, hanno dimostrato di essere avversari veri e non due leali compagni di scuderia.

E’ il giorno in cui Alonso corre il suo duecentesimo Gran Premio di Formula 1 e ti auguri che possa celebralo con una gara appassionante. Ma Fernando tampona Vettel al primo giro, la sua ala anteriore fa scintille sull’asfalto per più di tre km e il rischio inutile di provare a stare in pista senza rientrare ai box annulla ogni velleità di festeggiamento.

Kuala Lumpur Lap 2/56 e fuori piove.

L’Albert Park e le certezze della vita

Nelle domeniche invernali, quando fuori c’è la nebbia e il clima lugubre della pianura padana invade le ossa e anche il morale, l’astinenza da rombo del motore si fa sentire con prepotenza.

Il conto alla rovescia che separa dal primo Gran Premio dell’anno coincide con l’inizio della stagione mite e quando finalmente i semafori rossi si spengono, le sensazioni di liberazione per il freddo ormai alle spalle e di sollievo per un nuovo inizio di mondiale coincidono alla perfezione. Le sette del mattino, silenzio in casa, l’alba già alta nel cielo, l’animo alleggerito da un inverno ormai finito e proiettato verso una stagione calda e inondata di luce.

Il Gran Premio d’Australia apre le porte alla primavera ed è un po’ come un anno nuovo che inizia, una certezza della vita a cui non si può rinunciare.

Il circuito dell’Albert Park è un tracciato cittadino che, come tutti i fenomeni australiani, ha dimensioni esagerate. E’ lungo poco più di cinque km, ma per percorrerlo a piedi si possono impiegare anche più di due ore.  Alcuni punti della pista sono difficilmente raggiungibili e per seguire il profilo del tracciato capita di doversi addentrare nel bosco, di incrociare solitari runner australiani, di dover costeggiare l’Albert Lake popolato dalle nere anatre del pacifico e dai golden perch, i tipici pesci aussie d’acqua dolce.

Poco distante c’è la Rod Laver Arena, dove si giocano gli Australian Open di tennis e dalle cui terrazze, lo skyline di Melbourne appare in tutta la sua bellezza.

Il primo Gran Premio dell’anno ci ha regalato una competizione appassionante con le Red Bull che alla prima prova in pista hanno smentito di essere le favorite, con le Ferrari decisamente competitive e performanti e con la sorpresa Lotus sulla quale in pochi avrebbero scommesso fino a qualche ore fa.

Un podio di tre campioni del mondo non lo si vede così spesso. Vettel, sul gradino inferiore, non aveva l’aria di chi è soddisfatto; Alonso, sul secondo gradino, aveva l’espressione determinata di chi sta già pensando alla prossima gara; Raikkonen, il vincitore, aveva lo sguardo impenetrabile e glaciale di ogni finlandese che si rispetti.

Ha vinto Kimi, il pilota che parla poco, che ride solo se è necessario, che lo champagne se lo beve invece di spruzzarlo addosso agli avversari. Ha vinto iceman, l’uomo di ghiaccio, quel pilota straordinario a cui basta dare una monoposto decente che è capace di tirati fuori una vittoria splendida come quella di oggi.

Io ce lo vedo Kimi, mentre il sole proietta i suoi ultimi raggi su South Melbourne, uscire dall’Albert Park, percorrere la St.Kilda Road, attraversare lo Yarra River, cercare sulla Flinders un pub che serva una buona birra australiana, magari una Four x o una Vittoria Bitter e gustarsi, nel suo mondo solitario, questa vittoria sorprendente che nessuno si aspettava.

KIMI

Il primo rombo del motore

Guardare un Gran Premio in televisione stando comodamente sdraiati sul divano è un’esperienza rassicurante. Perché un Gp in tele è come un telefilm avviluppato attorno alla stessa trama: la griglia di partenza con le interviste ai piloti e ai team manager, le pause pubblicitarie, le bandiere gialle  e  gli incidenti, i sorpassi e i pit stop, il podio con quello spreco di champagne che cola sulle tute dei vincitori. Riconosci i personaggi, ti ricordi cos’hanno fatto nella puntata precedente, ascolti le loro interviste, condividi o disapprovi le osservazioni dei commentatori. Insomma, guardare un Gp in televisione è una conferma che certe cose, nella vita, non cambiano mai.

Poi però, nell’aprile del 1995, ti capita di assistere al tuo primo Gran Premio dal vivo, ed è lì che capisci tutta la differenza che può fare il primo rombo del motore.

Lo avverti in sottofondo mentre parcheggi l’auto nella zona industriale di Imola e ti avvicini all’autodromo Enzo e Dino Ferrari. Da lontano l’impressione è la stessa della tv, un costante e monotono ronzio, ma più ti avvicini al circuito, più senti che qualcosa di potente sta entrando nel tuo stomaco.

La prima monoposto che ti passa davanti, non importa che sia una team leader o una squadra minore -per me fu la Minardi di Luca Badoer- ti percuote gli organi interni come un tamburo potentissimo posizionato esattamente al centro del ventre. E’ un’emozione incomparabile, non tanto per il frastuono greve e assordante, simile a quello delle casse di un concerto rock, ma perché lo scoppio del motore, soprattutto in fase di frenata, ti colpisce inaspettatamente, batte forte nella pancia, fa vibrare i polmoni, scuote i timpani nelle orecchie e accorcia persino il respiro.

Da quel momento in poi ti si apre un mondo nuovo fatto di auto che sfrecciano a pochi metri dai tuoi occhi e che non comprendi in quali posizioni si trovino, da un senso della gara che non riesci a cogliere, persino la durata temporale della competizione ti sembra assurdamente contratta. E’ tutto veloce, spiazzante, adrenalinico. La sensazione rassicurante del Gp visto alla tele non combacia con la realtà, sei immerso in una spirale di trepidazione che ti disorienta. Non capisci quel che stai vivendo, eppure ti piace moltissimo. Al secondo Gran Premio dal vivo ci capirai qualcosa in più, il rombo del motore ti colpirà con minor violenza, le emozioni saranno via via più attutite e ti ritroverai a pensare che il primo rombo del motore non si scorda mai.

Il Gp di San Marino del 1995 lo vinse Damon Hill e le due Ferrari salirono sul podio con Jean Alesi e Gerhard Berger. Luca Badoer si classificò all’ultimo posto, ma è stato il mio primo rombo del motore e per me è come se avesse vinto lui.