La briscola in cinque

In copertina c’è un dipinto di Jack Vettriano dal titolo Sweet Bird of Youth. E’ un’immagine nostalgica dai colori caldi e vagamente malinconici. Raffigura una donna turbata, affascinante, smarrita, o almeno io la vedo così. In questo inquieto ritratto di donna, Marco Malvaldi deve averci visto Alina, la giovane vittima de La briscola in cinque, il primo dei suoi tanti romanzi gialli.

Ad essere sincera è proprio la copertina la cosa che più mi è piaciuta di questo libro. So di essere controcorrente, perché i gialli della serie del BarLume sono apprezzatissimi dai lettori, ma da appassionata (e frustrata) giocatrice di carte mi aspettavo qualcosa di diverso. Immaginavo un intrigo complesso, un mistero annodato attorno ad un tavolo da gioco, una sorta di versione nostrana di Carte in tavola, il famoso noir di Agatha Christie in cui l’infallibile Hercule Poirot riesce a smascherare il colpevole di un omicidio analizzando le mosse di una partita di bridge.

Nella briscola in cinque, invece, la partita a carte non ha alcun ruolo nella trama. Il caso è semplice e i personaggi che ruotano attorno all’omicidio di Alina sono talmente pochi che è piuttosto facile risalire al colpevole. L’andamento è lineare, senza colpi di scena, senza scossoni. Prevedibile.
Il linguaggio, poi, è asciutto, diretto, a tratti volgare. Colpa del gergo livornese che letto su carta non è così scanzonato e beffardo quanto quello parlato.

Insomma, ancora una volta attratta da una copertina, ancora una volta sviata da un titolo.
La briscola in cinque