L’antennista, le galline e il GP di Montréal

Nella vita succedono strane cose, alcune talmente stravaganti da non poterle dimenticare.

Estate di due anni fa, in pieno trasloco, vivo accampata nella nuova casa. E’ domenica mattina e aspetto l’antennista che è abituato a lavorare anche quando è festa. Ho richiesto il trasferimento della parabola e del decoder che non potrà essere fatto finché il tecnico non avrà predisposto l’impianto. Sarò senza televisione per alcuni giorni. Niente Sky, niente digitale, solo uno schermo grigio con milioni di pallini neri tremolanti ed un ronzio inquietante in sottofondo. Se non fosse che c’è il GP di Montréal non me ne farei un cruccio, anzi, ma perdermi una tappa del mio rombo del motore mi dispiace assai.

L’antennista si presenta a metà mattina, con un paio d’ore di ritardo sull’appuntamento. E’ un ragazzo giovane e gioviale, in dialetto reggiano mi dice di essere costernato per il ritardo, ma ha avuto un’emergenza casalinga: gli sono scappate le galline dal serraglio ed ha impiegato più di un’ora a recuperarle tutte. Se non lo avesse fatto, sua madre lo avrebbe rampognato di brutto. A me l’idea di un antennista che corre dietro alle galline per non essere rimbrottato dalla madre fa ridere di gusto perché penso a quanto è calorosa è spontanea la gente delle nostre terre. Noi emiliani siamo fatti così: meravigliosi, non c’è niente da fare.

Tant’è.

Fa molto caldo, l’antennista sale sul tetto e lavora sotto il sole cocente. E’ un continuo andare su e giù dalle scale per testare se il lavoro viene bene o no.

Fra decine di scatoloni ancora da vuotare, decido di sfogliare al volo La Repubblica giusto per vedere come sono andate le prove del Gp del Canada che si sono svolte la sera prima e dico con mio marito “Uffa! la partenza del Gran Premio è alle 19,00, Alonso è in prima fila dietro a Vettel, magari mi prendo una pausa dagli scatoloni e vado a vedere la gara da mia madre.”

L’antennista mi ascolta, si avvicina e, basito, mi chiede: “…ma ti piacciono i Gran Premi?”
“Si…” rispondo.
In quel “si” devo averci messo tutta la tristezza e il rammarico del mondo, una sorta di lamento accorato sgorgato direttamente dal cuore.
Passano le ore, l’antennista armeggia fra il solaio e il tubo catodico, canticchia, fa scendere i fili dal muro, guarda soddisfatto il frutto del proprio lavoro poi, verso le 16,00, mi chiede:

“A che ora c’è il GP?”
“Alle 19,00.”
“Bene, allora faccio in tempo.”
“A fare cosa?”
“Ad andare a casa mia, prendere il mio decoder e portartelo.”
“Ma no, non c’è bisogno, grazie, poi tu abiti a trenta km da qui!”
“Appunto, faccio in tempo ad andare e tornare.”
Protesto: “No, non posso accettare, sei molto gentile, ma posso farne a meno.”

Lui, con fermezza, replica: “Ascolta me, se una donna è appassionata di Formula 1, non può perdersi nemmeno un Gran Premio ed ha il diritto di guardarselo in santa pace sul divano di casa sua!”

Ore 19,00 di domenica 12 giugno 2011. I bimbi giocano in giardino, io e mio marito ci prendiamo una pausa dagli scatoloni. Ci piazziamo davanti alla tele con il decoder prestato dal generoso antennista. Pensiamo ad un’ora e mezza di pausa, la durata solita di un Gp. Mai avremmo immaginato che stavamo per assistere al Gran Premio più lungo della storia della Formula 1. Piove a dirotto su Montréal, la gara parte in regime di safety car, le condizioni dell’asfalto sono proibitive. Nelle 4 ore, 4 minuti, 39 secondi e 537 millesimi di durata della gara accade di tutto: sospensioni della corsa, sei interventi della safety, decine di sorpassi temerari e rocamboleschi, velocità media di 70 km orari, che per le vetture di F1 è un passo da gallina.

Aveva ragione l’antennista, non avrei mai potuto perdermi un Gran Premio così. Ecco perché, ogni volta che il Gp del Canada si avvicina, penso a lui, alle sue galline e alla generosità emiliana. Non c’è niente da fare, siamo fatti così: meravigliosi.

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