Dance dance dance

Dance dance

Non me ne vogliano quelli che Murakami non lo sopportano, non sbuffino quelli che non lo conoscono e non si spazientiscano quelli che lo apprezzano ma sono stanchi di vederlo comparire fra le righeorizzontali.

Il fatto è che Dance dance dance l’ho letto e ne devo per forza raccontare perché questo romanzo nippo-hawaiano, edito quasi trent’anni fa, contiene lezioni di scrittura che non si possono ignorare.

Reggere cinquecento pagine di narrazione in prima persona senza rivelare il nome dell’io narrante vuol dire saper scrivere. Inventare una trama convincente capace di coniugare il romanzo psicologico, il componimento immaginifico e l’intreccio giallo alla Dieci piccoli indiani vuol dire aver talento.

Un giornalista di articoli redazionali, un attore famoso ma infelice, una tredicenne sensitiva e silenziosa, un uomo pecora. E ancora: una fotografa stordita, una prostituta incantevole, un uomo senza un braccio, una receptionist di un Hotel che si perde nell’oscurità.

Gotanda, Yuki, Ame, Makimura, Yumiyoshi, Kiki, Mei.

E’ come se Haruki possedesse un immenso cilindro contenente i più assurdi e disparati personaggi. Li estrae a sorte, li combina fra loro e crea meraviglie.

L’universo creativo di Murakami non ha confini. Non c’è spazio, non c’è tempo, non c’è dimensione che possa imbrigliare l’immensa capacità narrativa di uno scrittore dall’immaginazione infinita.
Sempre fedele a sé stesso, sempre sorprendentemente innovativo.

Era stato un sogno?
Si, forse era stato un sogno.
Ma chi può dirlo?