Sei

Mi era sembrato di sentire l’accenno di un violino. Dopo quell’inizio di chitarra languida che insiste sul medesimo accordo, dopo la voce di Giuliano che intona note basse, dopo aver separato la liricità del pianoforte dalla malinconia della fisarmonica, mi sono messa a cercare un violino.

Ascoltare una canzone ad occhi chiusi rende più percettivi, amplifica i sensi, ci inabissa nella melodia. E i versi, ascoltati al buio, echeggiano nella mente acquisendo significati nuovi; si trasformano, appaiono limpidi nella loro ambiguità.

Quello di Sei è un testo duplice che ritorna su se stesso, che si contraddice e si smentisce, che dal contrasto fa emergere l’identità, come in tutte le più belle canzoni dei Negramaro.

Ho cercato su youtube il video ufficiale: di violini non ce ne sono.

Sarà che sono stanca, sarà che sono giornate infinitamente lunghe e complicate, sarà che la mente è un po’ annebbiata, ma io, verso la fine del primo minuto, quel violino lo sento.

…e se un senso lo trovi
dimmi almeno qual è
dimmi se c’è

Polvere

Della voce di Giuliano Sangiorgi mi piace la drammaticità, quella tragicità intrinseca nelle sue straordinarie corde vocali. Della voce di Enrico Ruggeri, invece, mi affascina l’avvolgente ruvidità, quella sensazione di calore che promana dalle sue note basse.

Polvere la cantano entrambi. Due brani diversi, epoche lontane, differenti sonorità.

Quando ascolto le canzoni dei Negramaro mi vengono in mente gli anni sessanta e settanta, Modugno, Celentano, le cover band italiane di quegli anni di rivoluzione culturale. Gli anni dei miei genitori, che diventano miei e della mia generazione anche grazie alle rievocazioni contemporanee di Giuliano.

Quando ascolto Ruggeri, invece, ripenso agli anni ottanta, i miei anni, quelli che hanno lasciato un marchio indelebile in chi ha avuto la sciagura di viverli da adolescente.

La polvere di Giuliano è il canto accorato e disperato di un amore che finisce.

La polvere di Enrico è una ballata rock che narra un momento di confusione esistenziale.

Nulla, apparentemente, accomuna queste due canzoni. Eppure, quando ne canticchio una, subito dopo, canto pure l’altra ed è su questi versi che mi soffermo:

Sulla mia identità che nessuno in fondo sa

Non mi cercare che non mi riconoscerai

E’ il solito imperscrutabile mistero della doppiezza umana.