Overdose

Le qualifiche, il Gran Premio, le fasi finali di uno Slam.
Di fine settimana così, quando va bene, ne capitano tre in un anno. Sono quelli che chiamo i miei week end da overdose di sport, quelli in cui riesco a mettere da parte ogni impegno, ogni proposito, ogni incombenza per poter trascorrere lunghe e silenziose ore davanti allo schermo in compagnia delle mie passioni sportive.

E’ tempo per me, è tempo sacro.

Dei quattro tornei di tennis più importanti del mondo l’US Open è quello che mi piace meno. Perché il cemento è una superficie che fatico a capire, perché penso che il pubblico chiassoso e la musica ad alto volume fra una pausa e l’altra del gioco siano innaturali per questo sport, perché la tradizione tennistica americana non mi ha mai appassionato, ad esclusione di Andre Agassi, uomo, atleta ed eroe moderno che ha cambiato la concezione del tennis. In semifinale, sui lati opposti del tabellone, ci sono i due tennisti del ranking per cui mi ritrovo sempre a tifare: Nole, il numero uno indiscusso e Rafa, risalito in pochissimi mesi al secondo posto della classifica mondiale. Sono loro che vorrei vedere giocarsi la finale sull’Arthur Ashe, il campo centrale di New York.

Di tutti i Gran Premi, invece, quello di Monza è fra i miei preferiti. Perché in un’epoca passata ho avuto la fortuna di frequentarne la pit lane e i box, perché il Parco del Lambro è un contesto naturale che il mondo ci invidia, perché un tappeto umano di magliette, cappellini e bandiere col cavallino rampante è uno spettacolo impagabile che solo Monza può offrire.
Ancora una volta le qualifiche hanno dato ragione alla Red Bull. Nel mio sogno da overdose immagino Fernando sul primo gradino del podio, con Kimi al suo fianco.

E’ solo un sogno, lo so.

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Lewis sotto la pioggia

A guardare Lewis Hamilton che guida sotto la pioggia di Spa mi viene in mente Ayrton Senna che vola sul bagnato. E’ un pensiero che vorrei scacciare perché Senna lo adoravo mentre Hamilton non mi è mai stato simpatico.

Se fossi un’appassionata di Formula 1 imparziale ed oggettiva ammetterei che Lewis è un genio della pioggia, uno dei pochi piloti che rendono al massimo quando le condizioni dell’asfalto sono proibitive. Non è che nutra una particolare avversione per questo giovane pilota già campione del mondo, è che i talenti sprecati mi fanno sempre arrabbiare. E Lewis, oltre che un mago della pioggia, è anche un mago del talento dissolto fra mille colpi di testa.

Ma bisogna dire la verità: a prescindere dalla vettura, dalle condizioni del team e da quelle del circuito, Hamilton è il pilota che più di tutti ha addosso la velocità. E’ spericolato, azzardato, incosciente, sanguigno. L’esatto contrario di quello che ti aspetteresti da un inglese. E’ uno che per colpa di tante mattane ha perso decine di occasioni importanti. Ci sono piloti molto meno talentuosi di lui che hanno vinto di più, semplicemente perché ragionano.

Io preferisco i piloti saggi, gli Iceman Kimi, gli Alonso, i Button, quelli che sono capaci di coniugare irruenza e logica, strategia e precisione, istinto e raziocinio. Quelli che rinunciano all’azzardo eccessivo per potersi portare a casa due punti in più, magari proprio quei due punti che alla fine del mondiale fanno la differenza.
Quelli che ad essere veloci ci arrivano col cervello, non con il sangue.

E la ragione ed il sangue, si sa, insieme non ci vogliono stare.

Oggi, sul circuito di Spa – Francorchamps nel cuore della Vallonia, Lewis ha inanellato la quarta pole consecutiva dando a tutti una lezione di guida sotto la pioggia. Tanto di cappello.

Però…

Però, adesso che ci penso, ad essere veramente imparziale ed oggettiva, ad essere veramente onesta e neutrale, di piloti che hanno saputo coniugare il sangue e la ragione uno c’è stato.

Si, uno c’è stato: Ayrton, the only one.

Hamilton

España

Viene voglia di essere spagnoli in questa domenica di maggio in cui centinaia di bandiere rojigualda sventolano sul circuito di Barcellona e in cui si ode un unico coro inneggiante Rafa sulla terra rossa di Madrid. Una domenica di sole che decreta in via definitiva Fernando Alonso e Rafael Nadal impareggiabili campioni mondiali, talenti superlativi nella loro terra natia. Finalmente una domenica di festa per un Paese sanguigno e tribolato quasi quanto il nostro.

A Barcellona Fernando, quinto in griglia di partenza, ha dominato il Gran premio di casa con una determinazione sbalorditiva. Una vittoria voluta più di ogni altra, con un sorpasso stratosferico al primo giro e una strategia di gara finalmente perfetta.

Li vorrei tutti così i podi di questo mondiale 2013. Fernando in vetta, iceman Kimi al suo fianco e Felipe a chiudere la fila. Il passato e il presente della Ferrari che abbracciano il team manager Stefano Domenicali completamenti grondanti di bollicine vittoriose.

Sul campo centrale di Madrid Rafa ha impartito allo svizzero Wawrinka una lezione di tennis su terra battuta. Nella sua quinta finale consecutiva dall’inizio dell’anno, ha dimostrato che, se non c’è Nole sul suo cammino, può arrivare ovunque, scalare la classifica mondiale e risalire dal quel penalizzante quinto posto verso cui è scivolato dopo i problemi fisici dello scorso anno. I numeri parlano per lui: dopo sette mesi fuori dai campi, ha giocato sette tornei e cinque finali di cui due vinte. Sentirlo ringraziare il pubblico della sua capitale con quella sciolta parlata maiorchina fa quasi commuovere perché Rafa è tornato e il tennis ne aveva bisogno.

Fernando e Rafa, España!

Lap 2/56

C’è un momento in ogni Gran Premio in cui inizi a calcolare quanti giri mancano alla fine. Di solito avviene verso metà gara, quando la scritta bianca su fondo nero posizionata in alto al centro dello schermo segna: Lap 28/56.

A quel punto del Gp sai più o meno tutto, ti sei reso conto degli assetti e delle forze in gioco, sai chi è solido, chi è moderatamente affidabile e chi può solo affidarsi alla sorte. Allora, scongiurando che non ci siano imprevisti, provi a calcolare le probabilità che le Ferrari hanno di vincere o, almeno, di conquistare punti.

E’ più o meno a due terzi della gara che sai se puoi illuderti e sperare che le rosse portino a casa un risultato. Da quel momento in poi gli occhi, concentrati sulle monoposto che si rincorrono, aprono una finestra fissa sulla scritta Lap.

Ma se, come oggi, quella scritta inizi a guardarla al secondo giro, vuol dire che qualcosa è andato storto. Vuol dire che Fernando è già uscito di scena, che non hai più tanti calcoli da fare e quasi niente in cui sperare, anche se c’è sempre Felipe che può consolarti con un insoddisfacente quinto posto.

Poco ti importa che nell’arco della gara succedano cose strane e divertenti, come Hamilton che sbaglia il pit stop e invece di fermarsi nel suo box transita in quello della scuderia con cui ha corso per i sei anni precedenti. O cose interessanti, come la lotta per il primo posto fra Vettel e Webber che, facendosi i dispetti, hanno dimostrato di essere avversari veri e non due leali compagni di scuderia.

E’ il giorno in cui Alonso corre il suo duecentesimo Gran Premio di Formula 1 e ti auguri che possa celebralo con una gara appassionante. Ma Fernando tampona Vettel al primo giro, la sua ala anteriore fa scintille sull’asfalto per più di tre km e il rischio inutile di provare a stare in pista senza rientrare ai box annulla ogni velleità di festeggiamento.

Kuala Lumpur Lap 2/56 e fuori piove.