Lune e cani a Singapore

Uno strano effetto ottico mi illude che ai margini del circuito di Singapore compaiano decine di lune colorate. Guardo l’immagine aerea del tracciato e mi sembra di vedere un cane stilizzato dalla cui bocca esce un fumetto. Non so se sia colpa della Lacryma Christi che ho bevuto a pranzo, della mia fervida immaginazione o dei giochi di luce che rischiarano l’oscurità malese.

Sta di fatto che ogni fine settembre il Gran premio di Singapore ritorna, con la sua magia, a illuminare la notte asiatica. E’ una gara di contrasti: su in circuito in cui la potenza totale del sistema di illuminazione di pista è di 3,21 MW (con esorbitanti costi connessi), non si riesce a dotare i commissari di pista di semplici spazzoloni per pulire l’asfalto; devono usare le mani per togliere un detrito alla volta. Paradossi orientali, sfarzo e sfavillio, rischi altissimi per i piloti, safety car costantemente presente, misure di sicurezza che lasciano a desiderare.

Con Rosberg incolpevolmente fuori uso, Hamilton ha avuto vita facile. Vettel e Ricciardo, al suo fianco sul podio, hanno ristabilito un precario equilibrio e Fernando, coriaceo e battagliero come un toro, non ce l’ha fatta a conquistare il terzo gradino.

Riguardo l’immagine aerea del tracciato, vedo di nuovo il cane. Nel fumetto che esce dalla sua bocca, le parole di Nico dopo il ritiro: “Dispiaciuto, così, basta”.

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Nel tempio di Spa

Mentre aspetto che inizi il Gran premio, nel fare ordine sulla scrivania, riaffiorano parole curiose. Proprio nel giorno di Spa mi trovo fra le mani un quotidiano risalente a qualche mese fa: in primo piano il viso sorridente di Fernando Alonso con a fianco la scritta: “Vogliamo mettere fine al dominio delle Red Bull”.
Bizzarra la coincidenza di aver ritrovato questa pagina profetica proprio oggi, che la Red Bull di Ricciardo ha frenato il dominio delle Mercedes, conquistando meritatamente il Gran premio del Belgio.

Ho pensato a come cambiano le prospettive e in quanto poco tempo. Così nello sport, come nella vita.

Se dallo schermo televisivo si potessero apprezzare meglio le pendenze del circuito di Spa, se in una sorta di ripresa sezionale si potessero cogliere le salite e le discese e i curvoni scoscesi a velocità folli, si capirebbe quanto è spalancato, ostico e aggressivo questo circuito, da sempre considerato il tempio della F1, oggi ribattezzato l’università dei piloti.

Che nella foresta di Spa non piova è quasi impossibile, ma oggi, nel giorno delle regole sovvertite e delle gare dentro le gare, la luce filtrata dalle nubi innocue della Vallonia ha illuminato alcune, pesanti, verità.
La rivalità pericolosa fra i due piloti Mercedes che ha tolto a Nico Rosberg la vittoria e a Lewis Hamilton, forse, la tuta argentata; il quasi minuto di distacco che Daniel Ricciardo ha rifilato al compagno di scuderia quattro volte campione del mondo Sebastian Vettel; la fatica inutile di Kimi e Fernando che in Bottas e Magnussen hanno trovato rivali insuperabili.

Non c’è amarezza in queste verità, solo disincantata rassegnazione.
E Monza si avvicina.

Dominio

British overdose

E rieccola, la domenica che ospita nella stessa nazione la finale di uno Slam ed un Gran premio, una di quelle domeniche rare che all’inizio dell’anno segno sulla Moleskine con il titolo: overdose. Non v’è impegno, oggi, capace di mettere in discussione il mio tempo sacro, la mia overdose di sport, quelle ore di sospensione che hanno effetti benefici sulla mia stabilità mentale. L’elaborazione dei pensieri, anche quelli più negativi, va in stand by. Concederselo è un dovere, un lusso necessario.

Siamo a Silverstone, a metà strada fra Londra e Birmingham; siamo a Wimbledon, a due passi dal Tower Bridge. E’ una british overdose, quella di oggi.

La Ferrari è sotto accusa, le strategie si stanno rivelando disastrose, speranze non ce ne sono. Fernando fa il diplomatico e Kimi, come al solito, tace. Spettacolo sotto la pioggia o gran premio prudente dal dominio incontrastato di Nico Rosberg? Rimonta di Hamilton o risultato a sorpresa di un redivivo Vettel?
It doesn’t matter, direbbero a Londra, è tempo sacro, sia quel che sia.

Ogni volta che Roger Federer raggiunge la finale di uno slam, si legge e si dice: “Godiamocela perché potrebbe essere l’ultima”. Me la godrò davvero perché a contendergli la coppa sull’erba dell’ All england lawn tennis and croquet club ci sarà Nole Djokovic. Perfezione ed eleganza non deludono mai.

6 luglio 2014, british overdose.

British overdose

https://righeorizzontali.wordpress.com/2013/09/07/overdose/

In Kimi

In Kimi credo.

In Kimi vedo l’equilibrio.
Una strana forma di bilanciamento che lo rende diverso dagli altri professionisti del circus.

Pilota anomalo Raikkonen, capace di vivere anche senza la Formula 1, talmente dotato di talento e velocità da regalarci un mondiale inaspettato nel 2007, poi fare due annate insoddisfacenti e, col rischio di vedere tramontare una carriera, prendersi una pausa per fare altro. Da quando è tornato, nel 2012, è sempre lui il mio punto di riferimento in pista.

Pilota affascinante nel suo essere glaciale. Uomo che ama il divertimento e la vita reale, finlandese dalle parole rare, avaro di sorrisi, contenuto nelle reazioni, sconosciuto nella sua emotività.

Oggi il terzo gradino del podio di Montecarlo avrebbe dovuto essere suo, di forza per il sorpasso straordinario in partenza, di diritto per la potenza della sua guida, di merito per la qualità dei suoi giri veloci. E invece è arrivata una Marussia qualunque a tamponarlo, da doppiata, in regime di safety. E’ capitato un Magnussen di troppo in collisione sulla strada della rimonta.

Solo questo mi va di raccontare del Gran Premio di oggi. Non della doppietta monegasca di Rosberg, non della pagliuzza di graining nell’occhio sinistro di Hamilton, non della prestazione depotenziata di Alonso.

Solo di Kimi mi va di raccontare.
Perché in Kimi ho sempre creduto.

KIMI

La giostra di Sepang

Chissà cosa aveva in testa il progettista tedesco del circuito di Sepang quando ideò la copertura ondeggiante del rettilineo di partenza. Forse un vecchio tetto di lamiera, di quelli ondulati e arrugginiti che coprivano le baracche di campagna, o forse una trottola, di quelle con il perno in mezzo che dopo averle caricate ruotavano rumorosamente finendo a cozzare contro un mobile di casa.

A me sembra una giostra, una carosello d’epoca, coi cavalli lenti che si alzano e si abbassano in un moto malinconico e cantilenante. E infatti è proprio ad una giostra che assomiglia il mondiale 2014, un gioco moderno, di quelli un po’ impazziti che quando ci sali sopra non hai idea di cosa accadrà, perché non puoi prevedere che le qualifiche dureranno due ore, perché non riesci a capire fra i tuoi rivali chi è davvero competitivo e chi no, perché non ti aspetti così tante bandiere rosse in una sola sessione, né immagini che taglierai l’ultimo traguardo quando il cielo sarà quasi buio.

Sul sito ufficiale della Ferrari (formula1.ferrari.com/it/ferrarifansurvey) c’è un sondaggio che chiede ai tifosi di esprimersi su un semplice quesito:
Ti piace questa nuova Formula 1? L’ho fatto la scorsa settimana e ho risposto NO, insieme all’83% dei partecipanti; l’ho rifatto poco fa, al termine delle qualifiche, ed ho risposto SI, insieme al restante 17%.

Ho cambiato idea quando ho visto il sorriso di Fernando, contento del suo quarto posto in griglia di partenza, soddisfatto del lavoro straordinario dei meccanici che in tre minuti hanno sostituito la sospensione danneggiata nel contatto con Kvjat.

Ho pensato che è un buon segnale, che quando si sale su una giostra si deve avere il coraggio di affrontare l’ignoto, che nella cabala dei possibili risultati potrebbe uscire anche quello giusto.

Ho pensato che il vento e la pioggia di Kuala Lumpur potrebbero far girare la giostra dalla parte buona, sorprendendoci.

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Verde Suzuka

Ha la forma di un serpente a tre teste il circuito giapponese di Suzuka. Stretto, lungo, affusolato, pare un rettile avvitato su sé stesso, un groviglio sinuoso, una sfida per i piloti. E’ il tracciato delle curve, quello in cui i sorpassi sono azzardi incoscienti e la bravura di chi è al volante può sopperire alle mancanze della vettura. E’ il circuito della guida vera, tecnica e libera, quello che tutti i piloti amano.

Natura rigogliosa, alberi ancora verdissimi, prati morbidi che emanano luce. Se non fosse che anche in Giappone è arrivato l’autunno, verrebbe da pensare ad una radiosa domenica di primavera.

Le barriere protettive hanno i colori della bandiera italiana. Chilometri e chilometri d’asfalto lambiti da strisce tricolori; uno sorta di omaggio all’Italia, forse casuale, forse voluto, non so. Di cappellini e magliette ferrariste ce ne sono a migliaia sulle tribune gremite, macchie rosse rampanti che non smettono di credere nel cavallino. In un contesto così, ci si sente un po’ a casa.

Efficienza è la parola d’ordine su questo tracciato orientale in cui dal nulla sbucano, furtive, piccole squadre di nipponici commissari di percorso con in mano estintori, spazzoloni d’asfalto, motorini per caricare i piloti più sfortunati. Piccole equipe di operosi giapponesi pronti a salvare chiunque.

Non ce l’hanno fatta, però, a salvare Webber da Vettel, da quella dubbia strategia di gara che gli ha imposto tre soste invece di due, dagli ordini di scuderia che lo hanno privato della vittoria che meritava, stavolta davvero e molto più di Seb.

Sul podio Vettel, Webber e Grosjean. Fernando e Kimi subito dopo. Col corpo sono lì, ma la testa di tutti, anche di noi ferraristi, è già a Melbourne 2014.

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Overdose

Le qualifiche, il Gran Premio, le fasi finali di uno Slam.
Di fine settimana così, quando va bene, ne capitano tre in un anno. Sono quelli che chiamo i miei week end da overdose di sport, quelli in cui riesco a mettere da parte ogni impegno, ogni proposito, ogni incombenza per poter trascorrere lunghe e silenziose ore davanti allo schermo in compagnia delle mie passioni sportive.

E’ tempo per me, è tempo sacro.

Dei quattro tornei di tennis più importanti del mondo l’US Open è quello che mi piace meno. Perché il cemento è una superficie che fatico a capire, perché penso che il pubblico chiassoso e la musica ad alto volume fra una pausa e l’altra del gioco siano innaturali per questo sport, perché la tradizione tennistica americana non mi ha mai appassionato, ad esclusione di Andre Agassi, uomo, atleta ed eroe moderno che ha cambiato la concezione del tennis. In semifinale, sui lati opposti del tabellone, ci sono i due tennisti del ranking per cui mi ritrovo sempre a tifare: Nole, il numero uno indiscusso e Rafa, risalito in pochissimi mesi al secondo posto della classifica mondiale. Sono loro che vorrei vedere giocarsi la finale sull’Arthur Ashe, il campo centrale di New York.

Di tutti i Gran Premi, invece, quello di Monza è fra i miei preferiti. Perché in un’epoca passata ho avuto la fortuna di frequentarne la pit lane e i box, perché il Parco del Lambro è un contesto naturale che il mondo ci invidia, perché un tappeto umano di magliette, cappellini e bandiere col cavallino rampante è uno spettacolo impagabile che solo Monza può offrire.
Ancora una volta le qualifiche hanno dato ragione alla Red Bull. Nel mio sogno da overdose immagino Fernando sul primo gradino del podio, con Kimi al suo fianco.

E’ solo un sogno, lo so.

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Lewis sotto la pioggia

A guardare Lewis Hamilton che guida sotto la pioggia di Spa mi viene in mente Ayrton Senna che vola sul bagnato. E’ un pensiero che vorrei scacciare perché Senna lo adoravo mentre Hamilton non mi è mai stato simpatico.

Se fossi un’appassionata di Formula 1 imparziale ed oggettiva ammetterei che Lewis è un genio della pioggia, uno dei pochi piloti che rendono al massimo quando le condizioni dell’asfalto sono proibitive. Non è che nutra una particolare avversione per questo giovane pilota già campione del mondo, è che i talenti sprecati mi fanno sempre arrabbiare. E Lewis, oltre che un mago della pioggia, è anche un mago del talento dissolto fra mille colpi di testa.

Ma bisogna dire la verità: a prescindere dalla vettura, dalle condizioni del team e da quelle del circuito, Hamilton è il pilota che più di tutti ha addosso la velocità. E’ spericolato, azzardato, incosciente, sanguigno. L’esatto contrario di quello che ti aspetteresti da un inglese. E’ uno che per colpa di tante mattane ha perso decine di occasioni importanti. Ci sono piloti molto meno talentuosi di lui che hanno vinto di più, semplicemente perché ragionano.

Io preferisco i piloti saggi, gli Iceman Kimi, gli Alonso, i Button, quelli che sono capaci di coniugare irruenza e logica, strategia e precisione, istinto e raziocinio. Quelli che rinunciano all’azzardo eccessivo per potersi portare a casa due punti in più, magari proprio quei due punti che alla fine del mondiale fanno la differenza.
Quelli che ad essere veloci ci arrivano col cervello, non con il sangue.

E la ragione ed il sangue, si sa, insieme non ci vogliono stare.

Oggi, sul circuito di Spa – Francorchamps nel cuore della Vallonia, Lewis ha inanellato la quarta pole consecutiva dando a tutti una lezione di guida sotto la pioggia. Tanto di cappello.

Però…

Però, adesso che ci penso, ad essere veramente imparziale ed oggettiva, ad essere veramente onesta e neutrale, di piloti che hanno saputo coniugare il sangue e la ragione uno c’è stato.

Si, uno c’è stato: Ayrton, the only one.

Hamilton

España

Viene voglia di essere spagnoli in questa domenica di maggio in cui centinaia di bandiere rojigualda sventolano sul circuito di Barcellona e in cui si ode un unico coro inneggiante Rafa sulla terra rossa di Madrid. Una domenica di sole che decreta in via definitiva Fernando Alonso e Rafael Nadal impareggiabili campioni mondiali, talenti superlativi nella loro terra natia. Finalmente una domenica di festa per un Paese sanguigno e tribolato quasi quanto il nostro.

A Barcellona Fernando, quinto in griglia di partenza, ha dominato il Gran premio di casa con una determinazione sbalorditiva. Una vittoria voluta più di ogni altra, con un sorpasso stratosferico al primo giro e una strategia di gara finalmente perfetta.

Li vorrei tutti così i podi di questo mondiale 2013. Fernando in vetta, iceman Kimi al suo fianco e Felipe a chiudere la fila. Il passato e il presente della Ferrari che abbracciano il team manager Stefano Domenicali completamenti grondanti di bollicine vittoriose.

Sul campo centrale di Madrid Rafa ha impartito allo svizzero Wawrinka una lezione di tennis su terra battuta. Nella sua quinta finale consecutiva dall’inizio dell’anno, ha dimostrato che, se non c’è Nole sul suo cammino, può arrivare ovunque, scalare la classifica mondiale e risalire dal quel penalizzante quinto posto verso cui è scivolato dopo i problemi fisici dello scorso anno. I numeri parlano per lui: dopo sette mesi fuori dai campi, ha giocato sette tornei e cinque finali di cui due vinte. Sentirlo ringraziare il pubblico della sua capitale con quella sciolta parlata maiorchina fa quasi commuovere perché Rafa è tornato e il tennis ne aveva bisogno.

Fernando e Rafa, España!

Lap 2/56

C’è un momento in ogni Gran Premio in cui inizi a calcolare quanti giri mancano alla fine. Di solito avviene verso metà gara, quando la scritta bianca su fondo nero posizionata in alto al centro dello schermo segna: Lap 28/56.

A quel punto del Gp sai più o meno tutto, ti sei reso conto degli assetti e delle forze in gioco, sai chi è solido, chi è moderatamente affidabile e chi può solo affidarsi alla sorte. Allora, scongiurando che non ci siano imprevisti, provi a calcolare le probabilità che le Ferrari hanno di vincere o, almeno, di conquistare punti.

E’ più o meno a due terzi della gara che sai se puoi illuderti e sperare che le rosse portino a casa un risultato. Da quel momento in poi gli occhi, concentrati sulle monoposto che si rincorrono, aprono una finestra fissa sulla scritta Lap.

Ma se, come oggi, quella scritta inizi a guardarla al secondo giro, vuol dire che qualcosa è andato storto. Vuol dire che Fernando è già uscito di scena, che non hai più tanti calcoli da fare e quasi niente in cui sperare, anche se c’è sempre Felipe che può consolarti con un insoddisfacente quinto posto.

Poco ti importa che nell’arco della gara succedano cose strane e divertenti, come Hamilton che sbaglia il pit stop e invece di fermarsi nel suo box transita in quello della scuderia con cui ha corso per i sei anni precedenti. O cose interessanti, come la lotta per il primo posto fra Vettel e Webber che, facendosi i dispetti, hanno dimostrato di essere avversari veri e non due leali compagni di scuderia.

E’ il giorno in cui Alonso corre il suo duecentesimo Gran Premio di Formula 1 e ti auguri che possa celebralo con una gara appassionante. Ma Fernando tampona Vettel al primo giro, la sua ala anteriore fa scintille sull’asfalto per più di tre km e il rischio inutile di provare a stare in pista senza rientrare ai box annulla ogni velleità di festeggiamento.

Kuala Lumpur Lap 2/56 e fuori piove.