Ma come fai a stare sveglia?

La domanda che mi sento rivolgere più spesso quando qualcuno impara della mia passione per la Formula 1 è: “Ma come fai a stare sveglia?”

E’ vero, è iniziato il girone dei gran premi europei, quelli che vanno in onda la domenica dopo pranzo, quando la fase digestiva induce all’appisolamento, il sangue si concentra nello stomaco, fa abbassare i livelli di guardia e, piazzandosi sul divano, ci si addormenterebbe anche davanti ad un action movie con Christian Bale.

Lo confesso, anche a me ogni tanto capita di abbassare le palpebre, ma le riapro dopo pochi istanti perché quel rombo ronzante in sottofondo richiama il mio naturale istinto a immedesimarmi nel pilota dentro l’abitacolo, nel meccanico dentro al box, nell’ingegnere che interpreta i dati della telemetria.

Non sono una tecnica, poco ne capisco di elementi aerodinamici, profili estrattori, flap anteriori o power unit. Vivo ogni gran premio dal punto di vista umano, sento l’atmosfera rilassata delle prove libere del mattino, le chiacchiere sdrammatizzanti della squadra che pranza nel paddock e i minuti di isolamento che i piloti vivono dentro al motor home. Assorbo la tensione che cresce quando le auto si posizionano sulla griglia di partenza ed osservo, curiosa, il magnifico rituale della vestizione ignifuga del pilota. Mi identifico nel meccanico che apre l’ombrello per proteggere la vettura dal sole o dalla pioggia, mi viene da correre quando il team deve lasciare la griglia di partenza e mi concentro quando il pilota rimane da solo dentro l’abitacolo.

E ogni volta, anche se sono passate decine di anni ed ho visto centinaia di gran premi, sento tutte quelle emozioni elevarsi di grado ed intensità, rimango in attesa col fiato sospeso, ascolto il frastuono dei motori che cresce fino a diventare boato nell’istante in cui i piloti possono premere l’acceleratore e spararsi in pista ad una velocità al limite dell’umano.

E’ lo stupore per l’incoscienza che mi fa stare sveglia anche durante il gran premio più noioso della stagione, quello in cui Hamilton parte e rimane primo, Rosberg gli sta dietro e Rikkonen viene doppiato dalle Mercedes all’ultimo giro. Magari mi concentro sulle retrovie, sulla battaglia per il sedicesimo posto fra Adrian Sutil ed Esteban Gutierrez, ma di certo non allento l’attenzione perché per sfrecciare a 300 km all’ora rinchiusi in strette scocche di fibra di carbonio e schiume polimeriche, serve una sconsiderata imprudenza che ammiro, ogni volta, incredula.

C’è qualcosa di non umano in questi esseri umani.
A quella velocità anche un respiro fatto male può farti perdere quel decimo di millesimo che ti costerà punti importanti in classifica o, peggio, può farti uscire di strada e comprometterti, in qualche modo, la vita.

Allora penso a quei ventidue piloti che per quasi due ore si trasformano in folli meccanismi ad altissima precisione e, a chi mi chiede come faccio a stare sveglia, rispondo: “Di fronte a tanta pazzia non posso di certo dormire”.

Cavallino

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