Polvere

Della voce di Giuliano Sangiorgi mi piace la drammaticità, quella tragicità intrinseca nelle sue straordinarie corde vocali. Della voce di Enrico Ruggeri, invece, mi affascina l’avvolgente ruvidità, quella sensazione di calore che promana dalle sue note basse.

Polvere la cantano entrambi. Due brani diversi, epoche lontane, differenti sonorità.

Quando ascolto le canzoni dei Negramaro mi vengono in mente gli anni sessanta e settanta, Modugno, Celentano, le cover band italiane di quegli anni di rivoluzione culturale. Gli anni dei miei genitori, che diventano miei e della mia generazione anche grazie alle rievocazioni contemporanee di Giuliano.

Quando ascolto Ruggeri, invece, ripenso agli anni ottanta, i miei anni, quelli che hanno lasciato un marchio indelebile in chi ha avuto la sciagura di viverli da adolescente.

La polvere di Giuliano è il canto accorato e disperato di un amore che finisce.

La polvere di Enrico è una ballata rock che narra un momento di confusione esistenziale.

Nulla, apparentemente, accomuna queste due canzoni. Eppure, quando ne canticchio una, subito dopo, canto pure l’altra ed è su questi versi che mi soffermo:

Sulla mia identità che nessuno in fondo sa

Non mi cercare che non mi riconoscerai

E’ il solito imperscrutabile mistero della doppiezza umana.