Tre re e un fante

Tre re e un fante: se fossi una giornalista sportiva commenterei così il tabellone delle semifinali del Master 1000 di Parigi, torneo di fine stagione che precede di una sola settimana la Master Cup di Londra, il più importante appuntamento tennistico dell’anno dopo gli slam.

Tre sovrani del tennis e un gregario si sfidano oggi sul campo centrale di Bercy, in uno scenario teatrale in cui ad ogni cambio di campo lo stadio piomba nel buio più totale e due fari crepuscolari illuminano i tennisti che si asciugano il sudore, che riprendono fiato, che trangugiano sali minerali. Come se il campo fosse un palcoscenico, come se i tennisti fossero attori, come se illuminando il loro sudore potessimo cogliere qualcosa in più del loro talento.

In uno scenario così hollywoodiano la solidità di Djokovic incontra la perfezione di Federer, l’estro di Nadal incontra la caparbietà di Ferrer.

Decidere per chi tifare non è semplice; davanti a cotanto livello tennistico ci si gode lo spettacolo e basta.

Ma poiché parteggiare per Nole, per Roger o per Rafa (quelli che vincono sempre) è fin troppo facile, anche stavolta sarò dalla parte di David Ferrer, l’eterno secondo, il furetto che in campo non si risparmia mai, il fante con la racchetta in resta che alle semifinali ci è arrivato quasi sempre, ma che di coppe al cielo ne ha alzate poche in questi anni.

Sto dalla parte di chi non è abituato a vincere perché, come ho già scritto e mi ripeto, anche i fanti hanno il sacrosanto diritto di diventare re.

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Storia di David, eterno secondo

Arrivare a un soffio dalla vittoria e vederla scivolare fra le dita è la condanna degli eterni secondi.

David Ferrer è un terraiolo eccezionale, un tennista astuto, dalle intuizioni brillanti, intelligente nelle scelte di gioco e rispettoso negli atteggiamenti in campo. La differenza fra lui e gli altri giocatori del ranking mondiale è evidente: in campo David è un furetto, un razzo, una saetta. Merito delle gambe corte e dell’elasticità dei movimenti. I suoi spostamenti laterali sulle ginocchia molleggiate disorientano l’avversario e quegli scatti improvvisi e fulminanti, non c’è Rafa né Nole che possano eguagliarli. Rapidità e agilità sono i suoi contrassegni, umiltà e serietà le cifre distintive del suo carattere. David è un campione vero, anche se non ha mai potuto dimostrarlo fino in fondo.

Cresciuto sui campi di terra battuta nella stessa Spagna di Nadal, David ha avuto la sfortuna di essere quasi coetaneo di Rafa e di giocare nel ranking dovendosi sempre confrontare con lui. Fosse nato un decennio prima avrebbe vissuto una lunga stagione da numero uno sulla terra rossa prima dell’era Nadal. Perché a Ferrer non manca nulla: ha potenza, precisione nel gioco e quella maturità tennistica che risiede nel cervello, più che nelle braccia.

Oggi, sul campo centrale del Roland Garros, David gioca la partita più importante della sua vita, la sua prima finale di un Grande Slam contro l’amico e rivale Rafael Nadal.

Ventitré scontri diretti, diciannove vittorie di Rafa. Precedenti che pesano come macigni sulle gambe scattanti di David. I bookmaker inglesi danno Nadal vincente all’80% perché Rafa è Rafa e solo un pazzo gli scommetterebbe contro.

Io, però, oggi tifo Ferrer perché gli eterni secondi hanno il sacrosanto diritto di arrivare primi, almeno una volta nella vita.

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