Storia di Luciano, runner di parole

Sette del mattino, è un giorno di festa, una leggerissima bruma promette il sole. Fino a ieri sera ero indecisa se buttarmi o no. Mi basta guardare la campagna irradiata di luce caliginosa per capire che questo 25 aprile è la giornata giusta per mettermi alla prova come runner.

La mia prima corsa competitiva. Mi alleno da ottobre, ce la dovrei fare.

Centinaia i podisti sulla linea di partenza, molti di loro hanno la pettorina con il numero e le targhette degli sponsor. Mi ci infilo in mezzo, senza pettorina, senza divisa da runner, con le mie scarpe sfatte sentendomi un’intrusa. Tanto non gareggio con loro, in tutte le cose della vita competo con me stessa, lo faccio ogni singolo giorno, da che io ricordi.

Hanno un passo veloce questi runner di professione, difficile che io possa tenere questo ritmo senza crollare prima della metà del percorso. Di fianco a me c’è Luciano che ha un incedere svelto e la stessa cadenza dei miei passi. Parla velocemente questo signore modenese di quasi sessant’anni che gira le province dell’Emilia sfidando l’asfalto con la forza delle sue gambe. Non so come faccia. Io, quando corro, non ho fiato per le parole.

Non saprei descriverlo Luciano. Corre al mio fianco e non mi giro per guardarlo. Alla terza curva del percorso intravedo radi capelli bianchi, la pelle scura di chi ha già corso sotto il sole di primavera e un paio di occhi chiari e stanchi, da nonno.

Luciano parla modenese stretto, con le E chiuse e le Z zifolanti e mi racconta la sua vita. A sei anni sui campi da calcio, da ragazzo il tennis agonistico, poi la corsa e la biciletta. Mi parla dei suoi figli, biker esperti, dei problemi di salute della moglie e di come, in un freddo giorno di gennaio di qualche anno fa, gli è morta la madre all’improvviso, portandogli via un pezzo di vita e un ritaglio di cuore.

Lo ascolto attenta, immagino i visi e le storie dei suoi famigliari, è una bella trama per un racconto padano. Non parlo, mi limito a qualche breve esclamazione ogni tanto. A Luciano non servono le mie parole, ha bisogno di qualcuno che lo ascolti, correndo. Intanto i chilometri passano e il mio cervello, immerso nei racconti di Luciano, non sente la fatica delle gambe e il sudore che scende copioso dalle tempie. Per la prima volta da quando corro, ho fiato in abbondanza, le gambe forti e non avverto il richiamo della stanchezza. La testa non mi impone di fermarmi.

Taglio il traguardo senza Luciano, cha ha preso il percorso più lungo salutandomi con un arrivederci. Non credo che ci rivedremo più. Sul filo di questo traguardo gli dico grazie.

E’ il giorno della Liberazione e ho imparato una cosa importante: condividere la fatica ci aiuta ad essere migliori.  Di fare tutto da soli, non sempre ne vale la pena.

Luciano