Una vita sottile

Altri mi sono piaciuti più di questo.
Forse perché i personaggi di Una vita sottile non sono veri e propri personaggi, ma persone reali, non del tutto caratterizzate, a volte appena abbozzate.
Forse perché non ci sono protagonisti, ma solo comparse che con Chiara Gamberale si relazionano e in riflesso a lei si definiscono.
Forse perché i ricordi descritti a spot non lasciano il segno, non si è in grado di capirli, né di apprezzarli fino in fondo. O almeno non sono in grado io.
O forse perché un diario di vita è intelligibile nel profondo solo da chi l’ha scritto.
Però Chiara narra che è una meraviglia, la penna scivola veloce sulle pagine bianche del suo quaderno rilegato blu, che ho letto d’un fiato.
Come sempre, con lei.

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Quattro etti d’amore, grazie

quattro etti

“Le cose normali della vita.”
E’ la risposta che ho dato a chi mi ha chiesto: “Cosa c’è in questo libro?”

E’ talmente capace Chiara Gamberale di raccontare le cose normali della vita da saperle trasformare in straordinarie rivelazioni. E il bello è che per narrarle non ha bisogno di artifici, non cerca effetti, non escogita magie. Sa rendere speciale la normalità vissuta, ne scova le insenature introvabili cercando di liberarne le ali più profonde.

Non è ossequiosa delle regole della grammatica la Gamberale, non è un’ortodossa della lingua italiana classica. Le piacciono i periodi spezzati, le frasi brevi e ripetitive. Quando vuole dare vigore a un concetto o esaltare un’immagine, lo fa con la forma più che con la sostanza, scomponendo pensieri brevi in frasi mozzate e replicate. E le riesce così bene che mentre la si legge si inizia a pensare così, con quei frammenti cadenzati che regolano il ritmo delle riflessioni.

In Erica e Tea, la mamma lavoratrice e l’attrice infelice protagoniste di Quattro etti d’amore, grazie, è racchiuso l’universo di noi donne contemporanee. I nostri lati sognanti e quelli concreti, le paure e le verità, l’istinto famigliare ed il sano anelito di libertà.

In quattro etti d’amore ci sta la felicità, la ricerca di un benessere durevole o, più realisticamente, di un morbido equilibrio.

…per tutte le maledette esistenze che potrebbero farci felici, se non fossimo sempre alle prese con la nostra.

quattro etti

La zona cieca

Se è vero che gli opposti si attraggono, che le anime fra loro distanti si compensano, che quando si è diversi ci si incastra alla perfezione, cosa accade quando a provare attrazione sono due personalità convergenti, egualmente disturbate?

Succede che l’incontro di sofferenze endemiche genera nuove sofferenze, ulteriori percorsi di dolore, paure e pericoli che prima non c’erano. Lo sanno bene Lidia e Lorenzo i protagonisti de La zona cieca, psichiatrica e anoressica lei, depresso e pieno di dipendenze lui. E’ rivelatore questo libro di Chiara Gamberale, perché racconta un lato del disagio che di solito non si indaga: il disagio doppio, il disagio che si somma nell’amore.

Le storie che raccontano di percorsi mentali complicati e irrazionali esercitano su di me un fascino ancestrale, come se l’origine dell’uomo fosse racchiusa in quei percorsi confusi, non nell’evoluzione, non nella socialità.
Il disagio psichico mi attira più di ogni altra manifestazione della mente umana, più dell’ingenuità e purezza dell’infanzia, più della saggezza e pacatezza della vecchiaia, più del genio, più della bellezza, più dell’estro, più dell’intelligenza.

Più di tutto mi attira la follia.

Ecco perché mi è piaciuto molto questo romanzo di Chiara Gamberale. Di lei conservo un illuminante e dolcissimo articolo sulla sindrome bipolare, in cui racconta di sé e della propria vita altalenante. Ogni tanto lo rileggo, cerco di immedesimarmi, provo a capire. So che non potrò mai comprendere fino in fondo, però so che continuerò a provarci, attraverso i miei libri, coi miei racconti, nei miei pensieri.