Betibú

Ironico e ambivalente Betibú, singolare libro della scrittrice e drammaturga argentina Claudia Piñero. Un’unica trama, due registri interpretativi diversi.

Il nucleo della storia si delinea solo a metà libro in un registro narrativo classico, forse un po’ troppo ricercato. E’ la trama del romanzo giallo, degli omicidi, del mistero da risolvere. Una trama molto più complessa di ciò che appare, talmente ben nascosta che, ogni tanto, vien voglia di chiudere il libro e pensare ad altro. La protagonista è Nurìt, da tutti chiamata Betibù, scrittrice in crisi di ispirazione che viene ingaggiata da un quotidiano per scrivere una “non fiction”, ovvero un racconto verosimile su una catena di omicidi.

Poi c’è l’altra parte del romanzo, un registro narrativo più moderno che si innesta nell’intreccio giallo attraverso un’analisi realistica e spietata dell’odierno mondo del giornalismo. Una registro talmente ben costruito da affascinare il lettore più del mistero da risolvere. Protagonista è la vecchia scuola giornalistica delle indagini sul campo che si scontra con lo stile del free lance che vive sul web. Jaime, giornalista di lungo corso e prossimo alla pensione, insegna al giovane ragazzo della cronaca nera come destreggiarsi in un’indagine noir. Gli risulta fin troppo facile affermare la vecchia scuola su quella nuova. Da una parte i colloqui con gli informatori di fiducia e con i poliziotti compiacenti, le visite inaspettate agli indiziati, le dita annerite dall’inchiostro e dalla nicotina; dall’altra le ricerche di documenti su google, il mondo chiacchierante dei social network, gli occhi stanchi e poco reattivi di chi ha passato ore a fare sterili ricerche davanti allo schermo di un pc. Esperienza e umanità contrapposte alla superficialità e al mondo estraniante della rete.

I due registri si incrociano, si separano, si intersecano, si uniscono in un unico quadro solo nel momento in cui viene svelato il mistero finale.

La Piñero scrive all’indicativo presente senza soluzione di continuità, non separa i dialoghi dalle parti narrative, non scompone i periodi né i paragrafi; tiene tutto unito, come se avesse paura di perdere qualcosa fra le pagine. La scrittura compattante mi lascia perplessa, ma ho resistito fino a pagina 110, poi il libro è decollato.

Betibù