In viaggio con Ayrton

L’ho ricevuto in regalo ed è stata una gioia, un pensiero inaspettato di due amici che conoscono la mia passione per Ayrton.

Di Senna credevo di sapere tutto, o quasi. Poi ho letto “Senna. In viaggio con Ayrton.” e ho capito che mi mancava un coccio importante, un frammento fondamentale a cui non avevo dato importanza. Non ho mai creduto al lato cinico e alla spietatezza che i suoi acerrimi nemici gli attribuivano, ero certa che fosse solo invidia per un talento immenso, per una personalità sconfinata, difficilmente intellegibile, quasi divina.
Io, che nel divino non credo, ho sempre visto in Ayrton qualcosa di molto vicino all’ultraterreno. Continua a leggere

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In quel destino non scritto

Rampante

Hanno capovolto il mondo.
Dopo tre anni di agonia rivedi le Rosse sfrecciare in vetta e pensi:
Bisogna gioirne, fin che si può.
Vedi Lewis in difficoltà, Nico in linea ma senza fuoco e ti dici:
Oggi è il giorno delle parti invertite, dei destini rovesciati, della buona sorte, finalmente. Continua a leggere

Lewis sotto la pioggia

A guardare Lewis Hamilton che guida sotto la pioggia di Spa mi viene in mente Ayrton Senna che vola sul bagnato. E’ un pensiero che vorrei scacciare perché Senna lo adoravo mentre Hamilton non mi è mai stato simpatico.

Se fossi un’appassionata di Formula 1 imparziale ed oggettiva ammetterei che Lewis è un genio della pioggia, uno dei pochi piloti che rendono al massimo quando le condizioni dell’asfalto sono proibitive. Non è che nutra una particolare avversione per questo giovane pilota già campione del mondo, è che i talenti sprecati mi fanno sempre arrabbiare. E Lewis, oltre che un mago della pioggia, è anche un mago del talento dissolto fra mille colpi di testa.

Ma bisogna dire la verità: a prescindere dalla vettura, dalle condizioni del team e da quelle del circuito, Hamilton è il pilota che più di tutti ha addosso la velocità. E’ spericolato, azzardato, incosciente, sanguigno. L’esatto contrario di quello che ti aspetteresti da un inglese. E’ uno che per colpa di tante mattane ha perso decine di occasioni importanti. Ci sono piloti molto meno talentuosi di lui che hanno vinto di più, semplicemente perché ragionano.

Io preferisco i piloti saggi, gli Iceman Kimi, gli Alonso, i Button, quelli che sono capaci di coniugare irruenza e logica, strategia e precisione, istinto e raziocinio. Quelli che rinunciano all’azzardo eccessivo per potersi portare a casa due punti in più, magari proprio quei due punti che alla fine del mondiale fanno la differenza.
Quelli che ad essere veloci ci arrivano col cervello, non con il sangue.

E la ragione ed il sangue, si sa, insieme non ci vogliono stare.

Oggi, sul circuito di Spa – Francorchamps nel cuore della Vallonia, Lewis ha inanellato la quarta pole consecutiva dando a tutti una lezione di guida sotto la pioggia. Tanto di cappello.

Però…

Però, adesso che ci penso, ad essere veramente imparziale ed oggettiva, ad essere veramente onesta e neutrale, di piloti che hanno saputo coniugare il sangue e la ragione uno c’è stato.

Si, uno c’è stato: Ayrton, the only one.

Hamilton

1 maggio 1994

Guardo il Gran premio a casa di Jonatha. Pranzo in giardino con gli amici di sempre, la chitarra in sottofondo, il vino, le chiacchiere infinite, le risate e le confidenze.

Poi un lampo negli occhi, la Williams di Senna che sbatte al Tamburello e tutto si ferma. Rimango senza parole per ore, giorni, incapace di capire e di accettare, come milioni di persone nel mondo. La sera stessa, davanti all’Ospedale Maggiore di Bologna, centinaia di uomini e donne in silenzio. Anche io fra loro.

Conservo ancora il numero di Autosprint con la copertina completamente nera e la scritta rossa “E’ morto Senna”. Sta in una cartellina che si chiama Ayrton dove custodisco i ritagli di giornale listati a lutto di quei giorni.

C’è un film documentario del 2010 che si intitola semplicemente Senna. Il regista anglo indiano Asif Kapadia lascia parlare le immagini, racconta Ayrton attraverso i primi piani, le sequenze ovattate, i ricordi di chi lo ha conosciuto. Avrei voluto vederlo al cinema, ma è stato distribuito in pochissime sale, per pochissimi giorni, lontano dalla mia città, così l’ho scaricato dalla rete e me lo sono guardata in portoghese, nella lingua di Ayrton che non comprendo, ma che mi ha detto tutto, proprio tutto di lui.

Di Ayrton non riesco a dimenticare lo sguardo triste, la densa saudade brasiliana, essenza profonda di un campione ineguagliabile, in pista come nella vita.

Sono passati diciannove anni e lo sguardo di Ayrton è ancora qui.

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