The game

Avrei voluto soffermarmi su ogni singolo concetto, avrei voluto approfondire ogni capitolo ragionandone in solitudine con la meticolosità necessaria, ma era tutto talmente teso al passaggio successivo che ho accelerato la lettura per giungere il più velocemente possibile a trovare l’approdo con cui Baricco avrebbe chiuso il senso del game.

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La sposa giovane

La sposa giovane

La musica è finita, combinazioni inedite di note non ne esistono più, tutte già scomposte e ricomposte in accordi ormai chiusi che partono e ritornano con le ondate e le mode. Così la letteratura, un nuovo narrare non è possibile, stili e forme son già tutti esplorati, spazi vuoti di ricerca non ce ne sono. Che sia retorica da luogo comune mi pare ovvio, soprattutto dopo aver letto La sposa giovane.

Alessandro Baricco ha inventato, ancora, ancora e ancora, qualcosa di nuovo che prima non c’era, qualcosa che ha a che fare con lo scrivere e anche col musicare.

Azzardo una definizione pomposa: “narrazione transeunte” ovvero narrazione che passa, per sua stessa essenza, da un personaggio all’altro, fra reggente e subordinata, fra le righe di un periodo, fra il soggetto e il complemento. E non c’è punto a capo, solo qualche virgola, ogni tanto. Continua a leggere

Tre volte all’alba per Mr Gwyn

Gwyn

Quando non si vede un amico per lungo tempo una certa nostalgia la si sente. Se questo amico, poi, ci ha deluso, la nostalgia è amara; si è combattuti fra il desiderio di cercarlo e quello di lasciare perdere.

Anche con gli scrittori, a volte, funziona così. A me è capitato con Alessandro Baricco. Ho smesso di cercarlo tanti libri fa perché nei suoi romanzi degli anni duemila non trovavo più l’originalità filologica e l’audacia narrativa di cui sono intrisi Castelli di rabbia e Oceano mare, le sue prime, inimitabili, opere d’arte.

Pensavo, Baricco, di averlo abbandonato definitivamente finché, qualche settimana fa, per una serie di coincidenze curiose, mi sono ritrovata fra le mani Mr Gwyn e mi sono chiesta: “Che sia giunto il momento di mettere da parte l’amarezza e di affrontare la nostalgia?”. Così mi sono messa a sfogliare Gwyn, un po’ scettica, un po’ distratta, fino al momento in cui ho posato gli occhi su questa frase:

Mentre vedeva l’inchiostro blu rimanere sulla carta ad annotare l’orrore di un nome da ospedale e la prosa di un arido indirizzo, si ricordò di come qualsiasi incantesimo sia fragile oltre ogni dire, e velocissima la vita nel suo rapinare.

L’ho ritrovato in quelle parole il vecchio amico che avevo dato per perso, ho riscoperto in poche righe l’atmosfera lirica dei vocaboli accostati con garbo inconsueto. Perché Baricco per me è questo, un temerario del lessico, abile nell’utilizzare un linguaggio non convenzionale, capace di descrivere con voli arditi trame peculiari e fantasiose.

Mr Gwyn è un personaggio enigmatico eppur limpido, una personalità anomala e accattivante, capace di farsi amare anche dal lettore più sfiduciato. Pur non comparendo, c’è lui anche dietro la trama di Tre volte all’alba che di Mister Gwyn non è il seguito, ma il completamento ideale.

Due libri legati ma non sequenziali, due libri autonomi ma indissolubili.
Due libri perfetti per ritrovare un amico smarrito, tanti libri fa.

 

 

 

Non ora, non qui

Non ora, non qui

E poi vado in una libreria che sta chiudendo, che sconta i libri indistintamente e non riesco a fare incetta di titoli perché mi sembra irrispettoso girare fra gli scaffali semivuoti e comprare a caso.

Una copertina di arida terra scarlatta attrae la mia attenzione, è il mio unico acquisto. Erri De Luca lo lambisco da anni, sempre a un passo dal leggerlo, sempre qualche impedimento casuale mi ha tenuta distante.

E così, facendo mia la desolazione di una libreria che sta scomparendo, fra gli sguardi pensosi dei clienti e quelli affranti dei commessi, mi convinco che sia arrivato il momento giusto per Non ora, non qui, che questa opera prima autobiografica scritta da De Luca nel 1989 sia il punto perfetto da cui partire in un pomeriggio malinconico di libri che abbandonano e di pagine che se ne vanno.

Ne avevo sentito parlare come di un autore difficile, di una lettura ardita e complessa, di qualcosa di ostico e, per molti, respingente. Ma la scrittura, quando ha qualcosa di rilevante da dire, non c’è artificio linguistico che la trattenga.

Quando ne parlerò io di Erri De Luca, se qualcuno mi chiederà, dirò che con grande meraviglia ho incontrato un’espressività rivoluzionaria all’interno di una lingua italiana destrutturata, che ho riconosciuto la capacità assoluta di condensare in brevi e frammentate frasi un’infanzia intera, la grandezza di un’autoanalisi profonda, lucida e disarmante.

Dopo aver letto Oceano mare, vent’anni fa, non ho più incontrato scrittori che, come Alessandro Baricco, mi facessero credere che è possibile sconvolgere la lingua italiana al punto tale da renderla nuova. Poi, il 7 gennaio del 2014, ho preso fra le mani una copertina di arida terra scarlatta da uno scaffale semivuoto di una libreria a cui ero affezionata e ho avuto la fortuna di cogliere il momento giusto per capire che in De Luca, nel suo spirito di lotta e di combattente dalle armi deposte, alberga in modo fecondo la rarissima capacità di innovare.