Forse una corrente malevola**

Nel mio corpo esile e provato mi sento estranea a me stessa, pesante come se avessi inghiottito cubetti di porfido, lastre di ferro, bancali di cemento. E invece non consumo un pasto decente da settimane, dovrei sentirmi leggerissima. Mi sono nutrita con quel poco che ho trovato nel frigorifero, con le porcherie che Sara ha lasciato in dispensa: pezzi di formaggio stantio, budini scaduti, caramelle gommose.

Da quando Sara non c’è più il cibo ha perso il suo significato di focolare domestico.
Era il nostro legame, il nostro essere famiglia. Prepararle la cena era un modo per prendermi cura di lei, per volerle bene. Cucinavo le ricette di mamma che Sara adorava e nemmeno quando ha iniziato a non mangiare più mi sono resa conto che la stavo perdendo, che l’avevo già persa, che qualcosa sarebbe successo, che Sara non era più Sara.

Torno da nostro padre perché mamma non è più fra noi.
Torno a chiedere scusa, a vergognarmi.
Torno per pentirmi di essere stata così presuntuosa da credere di potermi prendere cura di Sara, della sua debole personalità, della sua inclinazione ai guai, della sua incapacità di stimare i pericoli.

Qualcuno se l’è presa.
Qualcuno, forse un uomo, forse una corrente malevola, ha portato via Sara.
Ed è solo colpa mia.

*Emma con Sara

 

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