L’uccello che girava le viti del mondo

L'uccello che girava le viti del mondo

Più o meno un anno fa, più o meno in questi giorni, Lisa mi scriveva:

“Ho letto Murakami, semplice come un fumetto giapponese,
complesso come un romanzo russo.”

Ho pensato spesso alle parole di Lisa, che i romanzi russi e i film giapponesi li ha sempre amati, che è lettrice competente e capace di giudicare.
Ho pensato alla semplicità e alla complessità, alla naturalezza e all’artificio, a quanto sia difficile coniugare certi estremi facendone un corpo solo, all’apparenza perfetto benché incoerente.
Ho pensato che un grande talento e una mente brillante da soli non bastano per concepire storie grandiose come quelle che disegna Haruki, ma che serva anche l’abbondanza, una vena letteraria permanente, capace di sbocciare in ogni stagione, vien da dire una linfa infinita.

Ottocentotrentadue pagine filate si leggono in vacanza, quando il tempo non è rubato, non è un ritaglio colpevole, tantomeno un lusso.
Cosa racconti L’uccello che girava le viti del mondo non è possibile dirlo o, almeno, io non ci riesco, una sintesi comprensibile non è nelle mie possibilità.
Potrei scrivere di pozzi profondi completamente oscurati, dell’invasione giapponese della Manciuria, di strambe sorelle che portano nomi di isole mediterranee o di lavanderie provvidenziali e non riuscirei a farmi capire.
Potrei raccontare di pareti gommose che assorbono lo spazio, di macchie bluastre dagli effetti taumaturgici, di un uomo senza volto che indica la strada o di una ragazzina scompensata che cuce parrucche e non farei altro che confondere le idee.

E allora, visto che non riesco a spiegarmi, prendo in prestito le parole finali di Lisa:

“Un capolavoro”

Poi, lo giuro, metto Haruki in pausa per un po’.

La realtà poteva non essere vera, e la verità poteva non essere reale.

32 pensieri su “L’uccello che girava le viti del mondo

  1. Se riesci a mettere il maestro in pausa sei veramente brava. Per me è una droga, finito uno sotto l’altro. Sarà che il finale dei suoi romanzi ti lascia sempre un po’ insoddisfatto, il piacere perfetto…

  2. Fai bene a razionare Murakami, Stefi. Non bisogna assolutamente esagerare, con lui. Ho appena letto ‘uomini senza donne’, dove si passa da woody allen a franz Kafka. Mi sono ritrovato a ridere da solo e subito dopo a sfiorare ‘il processo’. Ti rendi conto di quanti murakami possano esistere e di quanto puoi rischiare di prenderlo troppo sul serio. A volte mi pare che potrebbe contenere quasi tutta la letteratura.
    Allora ti devi fermare, perchè rischi la delusione (come per ‘sonno’). E io non voglio. E non è giusto. Perchè murakami deve restare Murakami.

    • Sai Lucas che è capitato anche a me di pensare che Haruki possa contenere l’intero universo letterario? Poi, però, pensandoci bene, ho concluso che non è così. Tutta la letteratura, tutta quella che conosco io, è racchiusa in Cent’anni di solitudine del grande Gabo.

  3. Ho imparato ad amarlo grazie a te! prima senza aver mai letto niente pensavo che i suoi racconti fossero noiosi e senza una trama precisa, ora invece piano piano incomincio a capirlo! 🙂
    ciao Stefi un abbraccio salentino!

  4. La realtà poteva non essere vera, e la verità poteva non essere reale…

    Il grande potere della narrazione sta proprio qui, nel farci percepire quell’altrimenti impalpabile scartamento temporale che c’è in tutte le nostre vite… nel ritardo (o, talvolta, nell’anticipo) da cui nascono tutte le relazioni umane, che sono sempre la narrazione di un tempo che è stato, o la speranza per un tempo che sarà: l’uccello che girava le viti del tempo.

    Del resto forse non viviamo tutti che per cercare e vivere quei rari momenti in cui tutto sembra essere al suo posto, quegli attimi di “giustezza di sé nel tempo presente”, di grazia, d’amore? 🙂

    • Si, cerchiamo quegli attimi e nel mentre ci perdiamo in tutti gli altri, nelle corse e nei ritorni, nei voli alti e nelle zavorre, in quello che non siamo e che vorremmo essere. L’identità non è mai una, è nel movimento che si crea.
      Grazie.

  5. Terminato “l’uccello che girava le viti del mondo”. Devo riprendermi da questa esperienza quasi estrema. Ciò che mi ha lasciata sfinita più del solito è la corsa spasmodica e affannosa alla chiusura del cerchio che puntualmente non avviene. Nulla di strano o inaspettato, il maestro quel cerchio non ha nessuna intenzione di chiuderlo, o perlomeno è uno sforzo che lascia al lettore, un suo problema: offre tutti, o quasi, gli elementi per risolverlo ma la soluzione non te la dà, te la devi sudare. Devo ammettere che questa volta è stato più difficile del solito, avevo bisogno di più certezze, di essere accompagnata per mano, di capire non per intuizione ma perché scritto nero su bianco, avevo bisogno di sapere, di spiegazioni esaustive, di rivelazioni. Mi sono sentita sedotta e abbandonata, sedotta dalla quantità di personaggi ognuno dei quali è un mondo intero, abbandonata nella conoscenza di essi, nell’esplorazione di quelle vite. Non posso dire di essere delusa, Murakami non delude, ma mi sento incompleta.
    Una novità per come conosco io l’autore, è la lunga digressione storica incastonata perfettamente nelle congetture oniriche del visionario. A tratti lunga e ridondante, ma illuminante su fatti sconosciuti a noi occidentali con episodi di crudeltà paragonabili alla Shoah per durezza e disumanità.
    Il bilancio è naturalmente positivo con qualche riserva, la prima volta per me. Murakami rimane comunque tra i migliori.

    • Forse è proprio lo spaesamento e la mancanza di certezze ad avermelo fatto apprezzare ancora di più, mentre leggevo mi dicevo: “tanto lo so che alla fine non ci saranno risposte” anche se, sotto sotto, speravo ce ne fosse almeno qualcuna. E quegli inserti storici, dettagliati e laboriosi, infiniti e faticosi, pesano tanto nella storia, con la loro valenza testimoniale ma anche simbolica.
      La ragazza delle parrucche io l’ho adorata, uno dei personaggi più sublimi del Maestro Haruki.
      Molto bella la tua analisi, Lisa. Perché non mi aiuti a scrivere le recensioni?
      🙂

      • Già, e ripetersi che tanto non ci saranno risposte era ciò che mi faceva più soffrire nell’avanzare della lettura.
        La ragazza delle parrucche, gran personaggio, anche se a volte mi infastidiva un po’. Il mio personaggio murakamiano del romanzo è Ushikawa l’assistente del politico, mi ricorda tanto l’esattore delle tasse in 1Q84, il mio preferito.

  6. Terminato “l’uccello che girava le viti del mondo”. Devo riprendermi da questa esperienza quasi estrema. Ciò che mi ha lasciata sfinita più del solito è la corsa spasmodica e affannosa alla chiusura del cerchio che puntualmente non avviene. Nulla di strano o inaspettato, il maestro quel cerchio non ha nessuna intenzione di chiuderlo, o perlomeno è uno sforzo che lascia al lettore, un suo problema: offre tutti, o quasi, gli elementi per risolverlo ma la soluzione non te la dà, te la devi sudare. Devo ammettere che questa volta è stato più difficile del solito, avevo bisogno di più certezze, di essere accompagnata per mano, di capire non per intuizione ma perché scritto nero su bianco, avevo bisogno di sapere, di spiegazioni esaustive, di rivelazioni. Mi sono sentita sedotta e abbandonata, sedotta dalla quantità di personaggi ognuno dei quali è un mondo intero, abbandonata nella conoscenza di essi, nell’esplorazione di quelle vite. Non posso dire di essere delusa, Murakami non delude, ma mi sento incompleta.
    Una novità per come conosco io l’autore, è la lunga digressione storica incastonata perfettamente nelle congetture oniriche del visionario. A tratti lunga e ridondante, ma illuminante su fatti sconosciuti a noi occidentali con episodi di crudeltà paragonabili alla Shoah per durezza e disumanità.
    Il bilancio è naturalmente positivo con qualche riserva, la prima volta per me. Murakami rimane comunque tra i miei preferiti.

  7. Pingback: L’elefante scomparso | righeorizzontali

  8. Leggere tutte le opere di Murakami è un’impresa che spero di riuscire a compiere. Un giorno.
    Dalle recensioni che ho letto/ascoltato “l’uccello che girava le viti del mondo” dev’essere uno dei passi più impegnativi. Ma penso valga la pena provarci.

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