Follia *

 Follia

Teresa non ha ancora trent’anni e forse nemmeno lo sa.
Si aggira per le vie di Fabbrico avvolta da una nebbia densa anche nelle giornate di luce limpida. Nessuno conosce il suo vero nome, né quando sia nata, né se esista davvero. Sono io che la chiamo Teresa e che la immagino ragazza. Potrebbe chiamarsi Dirce o Antenore, Gisella o Clemente, avere vent’anni o cento, che nulla cambierebbe; sarebbe sempre una splendida pazza che incarna la follia di un paese perbene.

Ogni volta che ho bisogno di ridimensionare i pensieri della mia vita, osservo Teresa da lontano. Sono irrimediabilmente attratta dai labirinti mentali, dai percorsi insani della psiche, da chi quotidianamente cammina sul confine della pazzia. So dove trovarla Teresa, è sempre negli stessi luoghi che la vedo vagare: sotto il voltone dove una volta c’era il Bar Amici o sulle pietre del Murazzo, nascosta dietro la collinetta del Parco Cascina o sul marciapiede del Polo, dove negli anni settanta soffiava un vento così freddo da gelare le vene. Oggi se ne sta sotto i portici di Via Piave, davanti alla vetrina che era del Bocia e cammina rasente il muro perché il mondo le fa paura. Non sono la sola ad osservarla, spesso incontro i miei compaesani che guardano lei per guardarsi dentro, che nella sua follia cercano riparo per le proprie paure.

Teresa ha le spalle esili e la schiena curva, le gambe robuste nascoste dentro pantaloni larghi e le braccia strette in un giubbetto di Jeans. Sembra la metafora di noi fabbricesi, fragili quando ci scoraggiamo, forti quando ci attaccano. Tiene fra le mani un fazzoletto di mussola sbiadita che rigira fra le dita quasi stesse sgranando un rosario. Difficile scorgere il suo viso perché di sé mostra sempre la nuca, che ondeggia dolcemente al ritmo lento della sua pazzia. Ci sono giorni in cui mi sembra che siano i suoi lunghi e folti capelli color del fieno a parlare per lei, a parlare per il mio paese, fatto di gente operosa che nell’animo coltiva il germe portentoso della solidarietà.

Al mattino presto, quando l’aria è fresca e la luce appena sorta, la si sente raccontare storie fantastiche, di draghi e assassini, di serpenti e aquile, di pozzi neri e di mari agitati. Parla al muro come fosse il suo miglior amico, scandisce le parole con lentezza per essere certa che i mattoni la capiscano. Sono visioni i suoi racconti, dentro cui si racchiudono le fole di intere generazioni di nonni, di madri, di bambini, quelle che si raccontavano nei filòs di Via De Amicis o sul sagrato di San Genesio.

Non la si può avvicinare Teresa perché ha paura di tutto ciò che è animato, vivo, pensante. Se qualcuno osa invadere il suo spazio vitale, scuote la testa nervosamente, si fa piccola come una conchiglia, si indurisce in un involucro di granito.
Perché Teresa vorrebbe essere roccia e invece è carne e respiro, come ognuno di noi.

Dedicato a tutti i fabbricesi, a quelli matti per finta, a quelli matti per davvero e, soprattutto, a quelli che matti non sanno di esserlo.

* Pubblicato sul bimestrale “La Piazza”, febbraio 2015.

 

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20 pensieri su “Follia *

  1. Un bel racconto. Difficile dire perché, ma nel leggerlo mi veniva in mente la voce, la cadenza e il racconto stesso di Michela Murgia, Accabadora. (in audiolibro).
    Forse perché anche lei parlava del paese e della sua gente…comunque te lo consiglio, davvero da ascoltare…
    Un saluto
    ars

    • L’ho letto Ars, è un libro affascinante e scritto con grande maestria. Conosco bene le terre in cui è ambientato che la Murgia descrive in modo semplice e incisivo. Se dici che vale la pena ascoltarlo, lo farò.
      Grazie!

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